La fabbrica della paura: come la destra trasforma l’ansia in voti

Dalla condanna di Roggero alla propaganda di Meloni e Vannacci: cosa dicono le neuroscienze sul rapporto tra paura, aggressività e consenso politico.

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ANSA

Chiunque sia genitore lo sa: costringere un bambino a stare fermo, impedirgli di toccare per terra o di esplorare il mondo con le mani è un’impresa pressoché impossibile. Questo non vale solo per i piccoli esseri umani, ma per i cuccioli di qualsiasi specie animale. La spinta biologica li porta a dover annusare, toccare e leccare ogni cosa, perché a loro manca una qualità cognitiva fondamentale che si acquisisce solo con la maturità: l’inibizione.

Se volessimo individuare il nucleo biologico che differenzia un bambino da un adulto, o uno scimpanzé da un essere umano, lo troveremmo proprio nella capacità di esercitare un controllo inibitorio sugli impulsi. Questa competenza richiede tempi di sviluppo straordinariamente lunghi nella nostra specie, poiché è legata ai processi di mielinizzazione e alla maturazione dei lobi frontali. Quando sacrifichiamo una gratificazione immediata per un obiettivo a lungo termine, stiamo faticosamente usando la nostra corteccia prefrontale. Sono proprio queste aree a renderci umani, separandoci dai nostri cugini primati.

Questa mancanza di inibizione si riflette oggi nei vertici del potere politico italiano: la presidente del Consiglio Meloni, nel costante inseguimento delle posizioni radicali di Vannacci per il terrore di perdere i voti dell’elettorato fascista, mostra un identico deficit regolatorio, abdicando al ruolo istituzionale per inseguire l’impulso più viscerale della destra.

Lo stesso fallimento dell’inibizione, legato alla gestione della paura, è tornato al centro della cronaca dopo la condanna di Roggero. Da allora, i social sono esplosi nel commento isterico: «Tu non puoi sapere come avresti reagito in quella situazione». Se è vero che ogni vissuto è soggettivo, le neuroscienze ricordano che i meccanismi biologici di base sono universali. La risposta d’emergenza di “attacco o fuga” e i circuiti dell’aggressività sono ampiamente studiati.

Esiste un’aggressività di tipo ritualistico: è premeditata, segue canoni sociali e prevede limiti precisi. È quella dei cervi che incastrano le corna per misurare la forza senza mai mirare agli organi vitali; o, su un piano umano, è la sfida silenziosa tra due passeggeri in metropolitana che si fissano per stabilire una dominanza territoriale finché uno dei due non distoglie lo sguardo. La violenza viene canalizzata e arginata dal codice.

Poi ci sono le situazioni di emergenza reale, come una rapina. In quel momento si attiva la vera risposta di attacco o fuga: il controllo prefrontale si spegne e l’amigdala prende il comando. Quando la corteccia frontale abdica, svaniscono la capacità di attenzione mirata, la cognizione complessa e la precisione della motricità fine. Il cervello trasferisce la regia a strutture inferiori, più veloci e istintive: l’amigdala gestisce i riflessi emotivi e il grigio periacqueduttale (PAG) esegue materialmente i pattern motori di base, come morsi e affondi difensivi ravvicinati, accompagnati da vocalizzazioni d’allarme e dallo svuotamento dell’intestino. All’interno del PAG, colonne neurali differenti orchestrano risposte standardizzate: l’attacco o la fuga se la minaccia è percepita come evitabile, il congelamento (freezing) se valutata come inevitabile.

Questi riflessi primitivi, tuttavia, non hanno la capacità computazionale necessaria per mappare lo spazio esterno, calcolare le traiettorie di un bersaglio mobile a distanza o regolare la motricità fine per mirare accuratamente con un’arma. Per fare questo serve la memoria di lavoro, una funzione esecutiva esclusiva di queste aree frontali che il panico disattiva.

Certo, il cortisolo rilasciato dalle ghiandole surrenali mantiene il corpo in iperallerta per circa un’ora dopo l’evento. Ma il panico puro, saturando il sistema di adrenalina, distrugge la coordinazione balistica attraverso il tremore muscolare. Un’azione di fuoco efficace in movimento dimostra l’esatto contrario del blackout: attesta un controllo corticale stringente, una pianificazione motoria e una strategia d’azione attiva.

Gli studi scientifici non spiegano questo comportamento con la paura, ma con l’aggressione vendicativa (retaliatory aggression). Durante la risposta punitiva si registra un’intensa attività nel nucleus accumbens, l’area cerebrale che codifica il circuito della ricompensa e del piacere, la stessa che si accende per i rinforzi biologici come il cibo o il sesso e per le gratificazioni sociali.

Uccidere o punire chi scappa può diventare biologicamente gratificante, a patto che l’azione sia supportata da un’ideologia capace di disattivare i circuiti dell’empatia. La capacità di mentalizzare l’altro come essere umano viene meno quando il cervello viene bombardato da messaggi disumanizzanti. Se per decenni si viene educati a pensare che una determinata categoria di persone si meriti di morire, l’aspettativa della gratificazione punitiva supererà il controllo inibitorio del rimorso.

Qui si salda il legame con la neuropolitica. Molti studi indicano che le persone con posizioni conservatrici mostrano, in media, un volume maggiore della materia grigia nell’amigdala, l’hub che elabora gli stimoli ansiogeni e le novità complesse, portandole a cercare la stabilità delle idee di destra.

È fondamentale evidenziare la natura di questi studi: si tratta di ricerche correlazionali. In ambito scientifico, una correlazione ci dice semplicemente che due elementi si presentano insieme, ma non rivela quale sia la causa e quale l’effetto. Questo significa che il dato biologico può essere interpretato attraverso tre diverse strade.

Potrebbe trattarsi di un fattore puramente genetico e innato, per cui si nasce con un’amigdala più sviluppata e una conseguente predisposizione all’ansia. Potrebbe dipendere dall’educazione e dall’ambiente familiare ricevuto nell’infanzia, che allena il sistema nervoso a focalizzarsi sulla difesa e sulle regole rigide. Oppure, a causa della plasticità cerebrale, potrebbe essere l’effetto diretto della propaganda, ovvero un bombardamento mediatico continuo di messaggi d’odio, terrore e rabbia capace di modificare nel tempo la struttura fisica del cervello.

La spiegazione più probabile risiede in un mix indissociabile di tutte queste componenti. Quello che è certo è l’esistenza di un vero e proprio mercato politico strutturato sull’ansia: la paura si impara, si trasmette, si inocula e può contagiare una comunità fino a modificarne l’architettura neurale e sociale. La propaganda non cerca di convincere la razionalità, ma di colonizzare l’amigdala, mantenendo i cittadini in uno stato di perenne allerta contro un nemico immaginario.

Quando una società viene esposta a questo bombardamento, smette di chiedere diritti o giustizia sociale e comincia a pretendere solo muri, punizioni e vendetta. Ed è su questo circuito biologico scientemente alterato, dove la fragilità psicologica viene trasformata in sottomissione e risentimento, che la destra continua a edificare e monetizzare il suo impero elettorale.

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