La diplomazia della falsa normalità

Da Xi e Trump ai vertici globali, la politica moltiplica incontri e comunicati ma resta incapace di un’azione comune davanti ai rischi per l’umanità.

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ANSA

Nelle scorse settimane si è tenuto a Washington l’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump, un faccia a faccia al quale il Presidente americano ci teneva molto. Poco prima, i principali leader mondiali — con la sola eccezione di Giorgia Meloni — si erano riversati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Quasi in contemporanea, è stata annunciata la nascita di un ennesimo forum, il P4M, formato da Canada, Europa, Brasile e Kenya. E mentre la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) si riuniva a Bishkek, si chiudeva a Nuova Delhi il vertice dei BRICS. La liturgia della politica internazionale continua, incessante. Un dialogo che di per sé è positivo: questo attivismo ha indubbiamente contribuito a porre un freno alle molteplici crisi in corso. In alcuni ambiti, come quello commerciale, questi summit hanno aperto nuove strade e consolidato alleanze inedite. Hanno aiutato, per usare una parola oggi molto di moda, a costruire resilienza. Chissà cosa sarebbe successo senza questo incessante lavorio diplomatico; con ogni probabilità, la nostra situazione sarebbe peggiore.

Allo stesso tempo, però, è difficile scrollarsi di dosso un profondo senso di vertigine di fronte a un simile attivismo. Uno dei più grandi romanzi del Novecento, L’uomo senza qualità di Robert Musil, aveva colto perfettamente questa sensazione. Si tratta di un’opera dal punto di vista psicologico ricca e stratificata. Lo lessi per la prima volta subito dopo la caduta del Muro di Berlino, quando il suo pessimismo sulla modernità poteva sembrare fuori luogo. Eppure, la sua forza disorientante rimane intatta sotto due aspetti.

Il primo è la percezione di una civiltà sofisticata, intelligente, inventiva e raffinata, sebbene un po’ amorale e confusa, che tuttavia non ha la minima idea di come mobilitare il giudizio o l’azione politica per evitare la catastrofe imminente. Il secondo aspetto è lo strano accostamento tra questo senso di pericolo imminente e le normali routine della vita quotidiana e della diplomazia. I leader e i popoli dell’epoca non erano affatto ignoranti rispetto a ciò che stava accadendo. Non erano dei sonnambuli. Tutti erano consapevoli dei cambiamenti epocali nella politica, nella tecnologia e nella società; erano notizie all’ordine del giorno. Ma, in un certo senso, era proprio questo il paradosso.

I discorsi sulla catastrofe o sui pericoli globali erano diventati semplicemente una notizia tra le tante. È come se, nel nostro tempo, il drammatico scioglimento dei ghiacciai e la proporzione errata di ghiaccio in un caffè freddo si trovassero sullo stesso livello di attenzione. C’è naturalmente una virtù nel non cedere al catastrofismo: l’isteria può produrre fatalismo o decisioni sbagliate. Ma il divario abissale tra gli ingranaggi e i protocolli della politica internazionale e i sottostanti pericoli storici è a dir poco sbalorditivo.

Mi viene naturale attribuire questa paralisi all’assenza di una leadership globale. Uno dei tratti più inquietanti e allarmanti della nostra condizione attuale è che il destino del mondo sembra pericolosamente concentrato nelle mani di pochissimi individui: Donald Trump, Xi Jinping, una manciata di amministratori delegati del settore tecnologico e forse qualche barone dell’energia. In un mondo simile, i limiti personali, le idiosincrasie e le ambizioni di questi pochi individui finiscono per contare in modo sproporzionato. Mai come oggi la scena mondiale è stata così drammaticamente priva di una vera statura politica. Se per leadership intendiamo la capacità di elevarsi al di sopra del ristretto e miope interesse personale per diventare un ponte tra le singole nazioni e il bene comune, o tra i calcoli immediati del presente e la sopravvivenza del futuro, ci troviamo di fronte a un vuoto assoluto. Nessuno, d’altronde, può realisticamente aspettarsi che figure come Xi o Trump interpretino un ruolo così alto.

Ci si deve quindi chiedere se la questione riguardi solo la mediocrità qualitativa dei singoli leader. Per quanto potenti e accentratori possano apparire, essi sono in realtà tragicamente intrappolati e vincolati gli uni dagli altri. Né la Cina né gli Stati Uniti possono plasmare unilateralmente l’ordine globale secondo i propri capricci. Questa assenza di egemoni assoluti potrebbe persino sembrare una transizione rassicurante, un gioco di veti e contrappesi in cui i paesi si moderano a vicenda. Il dramma, però, è che questa classe dirigente sa solo porre freni, ma è totalmente incapace di generare un’azione collettiva.

La politica estera è oggi diventata ostaggio dei vincoli interni e delle scadenze elettorali. I governi rispondono a opinioni pubbliche e cittadini legittimamente preoccupati dal prezzo del cibo, del carburante e del posto di lavoro. Ma i leader attuali cavalcano queste paure invece di guidarle. Schiacciati dall’ossessione per il consenso immediato, non possono cedere un millimetro di territorio, né accettare compromessi senza subire ripercussioni politiche interne, né mostrarsi deboli di fronte a un avversario sulla frontiera tecnologica. Questa tensione strutturale tra gli egoismi nazionali e la sopravvivenza globale è ormai tristemente normalizzata. Non salvare l’umanità si tradurrà in un disastro collettivo, ma cercare di salvarla oggi richiede un coraggio e dei costi politici immediati che nessuno degli attuali governanti è disposto a pagare.

In tempi normali, questi compromessi al ribasso costituiscono la trama standard delle relazioni internazionali. Ci conviviamo, e a volte sono persino funzionali. Ma oggi che l’entità dei rischi è mutata radicalmente, l’ostinazione dei leader nel difendere il proprio particolare sta portando l’intero sistema al punto di rottura. Lo si vede su ogni singolo dossier. In nessuna delle guerre che stanno devastando l’equilibrio planetario — Russia-Ucraina, America-Iran, Iran-Arabia Saudita, Israele e i suoi vicini — la diplomazia attuale è capace di produrre una soluzione negoziale che superi i vecchi schemi di potere, territorio e prestigio.

Nel campo dell’intelligenza artificiale, l’urgenza competitiva e la corsa al primato tecnologico spingono i governi ad accelerare proprio nel momento esatto in cui la sicurezza globale richiederebbe una moratoria, regole stringenti e una profonda condivisione delle informazioni. Sui negoziati climatici assistiamo a un fallimento quasi totale, causato da leader che continuano a blindare la propria sicurezza energetica nazionale a scapito del pianeta. Perfino il debito globale viene usato come un anestetico per rimandare i problemi economici alle generazioni future. C’è il rifiuto ostinato di comprendere che non si può continuare ad agire normalmente quando la posta in gioco è diventata straordinaria.

I vertici continueranno a tenersi. Verranno firmate dichiarazioni d’intenti e sbandierati finti impegni al dialogo. I comunicati congiunti saranno celebrati come storici trionfi, esattamente come accaduto per l’ultimo summit dei BRICS. Tutta questa coreografia serve a dare ai leader, e a noi, una falsa percezione di controllo e normalità. Ma la domanda non è più rinviabile: se misuriamo i rischi reali per l’umanità — guerre diffuse, collasso climatico, pandemie, minacce nucleari e le derive dell’IA — la classe politica attuale ci sta davvero rendendo più sicuri o sta solo gestendo il declino?

La sottile intuizione di Musil non era che fossimo guidati da leader sciocchi, ignoranti o corrotti. Era qualcosa di più inquietante: rischiamo di essere governati da una razionalità burocratica e convenzionale, del tutto inadatta ai tempi correnti. I nostri leader fanno esattamente quello che il manuale della vecchia politica impone loro: preservano la crescita interna, blindano l’energia, competono per la superiorità tecnologica, si preoccupano delle prossime elezioni e organizzano la messinscena dei grandi summit. Ma questa ordinaria amministrazione è oggi una forma di cecità. Come dice un personaggio nel romanzo di Musil: «La funzione della diplomazia è conservare ciò che abbiamo». A questa affermazione, il personaggio di Arnheim dà una risposta oscura e profetica: «Conservare ciò che abbiamo conduce alla guerra». Concentrarci sulla sola sfilata di figure come Xi e Trump rischia di farci dimenticare quanto l’intera architettura politica globale sia immobile, inadeguata e, soprattutto, pericolosamente vicina al baratro.

In ultima analisi, questa ostinata difesa dell’esistente, camuffata da prudenza diplomatica, si sta rivelando la più pericolosa delle scommesse. Senza un autentico salto di qualità che porti la classe politica attuale a superare i miopi interessi di fazione per abbracciare una responsabilità collettiva di specie, la perpetuazione di questa finta normalità cesserà di essere un argine al caos e si trasformerà, semplicemente, nel protocollo burocratico con cui l’umanità amministra la propria fine.

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