La dimensione sanitaria del disastro Nepal-Tibet: la prospettiva della medicina dei disastri

Dall’alluvione tra Nepal e Tibet al lavoro del CRIMEDIM: la vulnerabilità delle comunità montane e la sfida di garantire salute e cure oltre l’emergenza.

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Il 26 agosto 2026 le testate giornalistiche locali e internazionali hanno comunicato al mondo che una grave alluvione aveva colpito le comunità al confine tra Nepal e Tibet. Ben presto i media locali hanno fatto da cassa di risonanza per le numerose testimonianze video che hanno mostrato al mondo la forza distruttiva del fango e l’enorme desolazione che l’evento si stava lasciando alle spalle. A distanza di due settimane dall’evento, si ritiene che l’alluvione sia originata da un improvviso aumento della portata d’acqua del fiume Bhote Koshi, proveniente dalla regione autonoma del Tibet, in Cina. L’evento potrebbe essere collegato a una valanga di ghiaccio, che si sarebbe trasformata in una massiccia colata detritica, propagatasi per circa 22 km. Il concatenarsi di eventi configura questo disastro come il risultato di una “cascata di rischi”. Le vittime stimate sono poco meno di 1.350, con più di 5.500 dispersi e 10.000 nuclei familiari che hanno bisogno di assistenza immediata. La distruzione causata dal disastro ha interessato i distretti di Rasuwa, Nuwakot, Dhading, Chitwan, Gorkha e Tanahun in Nepal e la contea di Gyirong in Tibet. Questo disastro segue una sequela di catastrofi che hanno costellato i media in quest’ultimo periodo, inclusi i recenti terremoti in Venezuela, Papua Nuova Guinea, California e Giappone. Questi eventi portano inevitabilmente l’attenzione pubblica a posarsi sui disastri, sulla loro natura e sui rischi, rendendo una riflessione su questi temi indispensabile e quanto più attuale.

Dal pericolo al disastro
L’alluvione nei territori del Nepal e del Tibet ricade in quella che è la definizione di disastro: un evento distruttivo, con ingenti impatti su persone, comunità e infrastrutture, in cui i bisogni della comunità colpita superano le risorse e le capacità di risposta disponibili nella comunità stessa, e che quindi necessitano di risorse e capacità eccezionali. Gli interventi di risposta in Nepal-Tibet – dalle attività di ricerca dei dispersi, all’approvvigionamento di acqua, cibo e rifugio, fino alla risposta sanitaria per feriti e pazienti fragili – necessitano infatti di sforzi e risorse che devono essere reperiti all’esterno dell’area colpita.

Per capire realmente come i disastri si scatenano e dispiegano, è indispensabile comprendere quanto siano molteplici i fattori – e non solo il trigger ambientale scatenante – che devono interagire tra loro affinché un evento abbia una proporzione tale da costituire un disastro. Non basta infatti che un insieme di rischi a cascata scateni una valanga di fango e acqua che precipita sul versante di una montagna, ma serve che questa valanga incontri degli insediamenti abitativi a valle affinché si generi il disastro. Non solo, anche qualora questa valanga incontrasse insediamenti abitativi, serve che le abitazioni siano fragili al punto da non resistere alla forza del fango e che le persone siano presenti, in paese o all’interno delle abitazioni, e non sfollate temporaneamente in un luogo sicuro per via dell’allerta. È quindi evidente che, oltre al pericolo, costituito dall’alluvione, sono anche l’esposizione e la suscettibilità della comunità a determinare il verificarsi del disastro, insieme a meccanismi insufficienti di preparazione e risposta al disastro.

La fragilità dei territori montani
Appare evidente quanto fattori quali la vulnerabilità della comunità colpita, l’inefficienza dei sistemi di allarme e di evacuazione preventiva, i ritardi e gli ostacoli nella risposta sanitaria costituiscano elementi indispensabili nel determinare un disastro. Questi elementi sono spesso connessi alla tipologia di setting coinvolto: nel caso dell’alluvione in Nepal-Tibet, un setting montano. Gli ambienti montani sono particolarmente fragili da un punto di vista territoriale. Questo è evidente osservando il disastro in Nepal e Tibet, ma è vero per tutte le aree montane, anche quelle più vicine a noi, come la frana che ha colpito a maggio 2025 il paese di Blatten in Svizzera, o l’alluvione del novembre 2024 a Cogne e Cervinia in Italia.

Le aree montane e le vallate circostanti subiscono impatti significativi a causa dei cambiamenti climatici, e questo aumenta il rischio di pericoli che, a cascata, si susseguono dall’alta quota fino a valle. Si pensi allo scioglimento dei ghiacciai, con conseguente rischio di piena e allagamenti, che possono a loro volta scatenare frane e valanghe. Ma non solo. La vulnerabilità degli ambienti montani ha a che vedere anche con l’impervietà del territorio, che rende alcune località isolate e difficili da raggiungere, specialmente in caso di frane e problemi di viabilità, difficoltà che interessano anche i soccorritori, il cui intervento è tempo-dipendente. Le comunità possono essere di natura rurale, con poche grandi città dotate di risorse e infrastrutture sanitarie per disastri su larga scala, il che comporta necessità di trasferimenti e di trasporti alternativi, come l’utilizzo dell’elisoccorso, che possono non essere disponibili. Questo si somma agli impatti che possono interessare le infrastrutture sanitarie critiche, come gli ospedali, gli ambulatori e i professionisti sanitari stessi, che possono trovarsi a loro volta impattati e quindi impossibilitati a supportare la comunità. Si stima infatti che in Nepal e Tibet tre strutture sanitarie di base siano state completamente distrutte, un ospedale abbia subito danni parziali e l’accesso a due ospedali sia stato compromesso.

Il lavoro di CRIMEDIM nell’ambito della medicina dei disastri
In questo contesto si colloca la medicina dei disastri, disciplina medico-sanitaria che studia gli effetti dei disastri sulla salute e sviluppa strategie per prevenirli e mitigarli, prepararsi ad affrontarli, rispondere efficacemente e sostenere il recupero. Il suo ambito non si limita alla medicina di emergenza-urgenza e alla gestione delle conseguenze acute degli eventi catastrofici, ma coinvolge trasversalmente l’intero sistema sanitario, dalla medicina territoriale e ospedaliera alla sanità pubblica e alla governance. La medicina dei disastri analizza quindi gli impatti diretti e indiretti, immediati e di lungo periodo, prodotti da eventi di origine naturale, tecnologica o sociale, comprese le crisi umanitarie complesse. Comprendere la natura e l’evoluzione temporale di tali conseguenze consente di anticipare i bisogni assistenziali, pianificare interventi adeguati ai diversi scenari di rischio e rafforzare la preparazione e la resilienza dei sistemi sanitari e delle comunità.

Queste e altre tematiche legate ai disastri sono ciò che caratterizza l’attività ventennale del CRIMEDIM, Centro di Ricerca e Formazione in Medicina dei Disastri, Assistenza Umanitaria e Salute Globale dell’Università del Piemonte Orientale. L’attività del Centro, che dal 2016 è un Centro Collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, combina la generazione di evidenza scientifica con la formazione di soccorritori e futuri professionisti del settore, con lo scopo di rafforzare la resilienza dei sistemi sanitari in un clima di crescenti disastri. Ed è proprio all’interno di CRIMEDIM che si è costituito un filone di ricerca che guarda proprio alle aree montane in quanto setting particolarmente vulnerabile agli eventi meteorologici estremi. In particolare, il progetto al quale il CRIMEDIM partecipa, chiamato Mountadapt, cofinanziato dall’Unione Europea secondo il quadro Horizon Europe, si propone di rafforzare la resilienza dei sistemi sanitari ai cambiamenti climatici, inclusi eventi meteorologici estremi quali alluvioni e ondate di calore, nelle aree montane europee. Il progetto si propone di sviluppare e testare 11 strumenti, sviluppati da partner scientifici e tecnologici che operano in tutta Europa, in sette siti montani europei: Tirolo (Austria), Alba Iulia (Romania), Grenoble (Francia), Selnica (Slovenia), Andorra, Timis (Romania) e Amburgo (Germania).

Sfide a lungo termine
Grazie all’esperienza maturata dal CRIMEDIM nel contesto di questo e altri progetti, è possibile elaborare alcune considerazioni riguardanti possibili impatti sociosanitari a lungo termine che potrebbero interessare le comunità in Nepal e Tibet. In primis, sappiamo dall’esperienza di altri disastri che le conseguenze per la salute mentale sono e saranno pervasive per le comunità colpite, anche a distanza di mesi e anni. Monitorare l’insorgenza o l’esacerbazione di ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico è indispensabile, anche già a partire dalle primissime fasi post-disastro.

Sappiamo inoltre che, dopo le prime fasi in cui si concentrano gli sforzi di ricerca dei dispersi e gli interventi focalizzati su traumi, ferite e interventi urgenti, sarà necessario ripristinare i servizi per garantire la continuità delle cure, per la presa in carico del bisogno sommerso di cure primarie per quelle persone affette da patologie croniche, la cui patologia non si è messa in pausa durante il disastro. Inoltre, sappiamo che lo sfollamento delle popolazioni è un fenomeno che può innescare un deterioramento della salute mentale, l’erosione della coesione della comunità e ritardarne la ripresa. Particolarmente a rischio sono le categorie più vulnerabili della popolazione, tra cui i bambini e gli anziani, le persone con disabilità, le persone con multimorbidità, ma anche le persone affette da deprivazione socioeconomica o marginalizzate.

Un disastro quindi non finisce quando l’acqua si ritira, la frana si ferma o l’emergenza viene dichiarata conclusa. Per chi lo ha vissuto, le conseguenze possono continuare per mesi, a volte per anni, lasciando ferite che non sono sempre visibili: sulla salute, sull’accesso alle cure, sulla vita quotidiana e sulla capacità di una comunità di riprendersi. È per questo che prevenzione e preparazione diventano cruciali. Questa è, in fondo, la sfida della medicina dei disastri: non solo intervenire quando tutto è già accaduto, ma aiutare a costruire comunità e sistemi sanitari più preparati, più resilienti e capaci di affrontare ciò che verrà.

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