La democrazia non aspetta un capo

Da Kelsen a La Boétie, uguaglianza, rappresentanza e partecipazione indicano la strada per resistere all’autoritarismo e alla servitù volontaria.

Rosario GrilloBattaglia delle Idee
RIVRINASCITA_20260802163308102_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_78288.jpg

ANSA

Sono tempi difficili per la democrazia, a un punto tale che la sua malattia ha coinvolto tanti e tanti analisti, che si sono impegnati a rispondere alla domanda: è crisi transitoria o siamo davanti alla sua agonia? Per cominciare bisogna assumere la problematica con calma, innanzitutto prendendo coscienza della misura intrinseca all’abito della democrazia e della sua capacità di resistenza all’usura del tempo. Raccomandabile poi esplorare il campo del Nemico, consapevoli che esso è costituito soprattutto di Autoritarismo e di Potere incondizionato (ostentazioni del tempo presente).

Hans Kelsen nel 1955 scriveva I fondamenti della democrazia e in quest’opera esplicitava: «La democrazia (…) non è un terreno favorevole al principio di autorità in generale e all’idea di Führer in particolare. Nei limiti in cui il padre è l’archetipo dell’autorità, costituendo l’esperienza originaria in questo campo, la democrazia è, in accordo con la sua idea, una società senza padre. Essa deve essere una comunità di uguali. Il suo principio è il coordinamento; la sua forma più primitiva un’organizzazione matriarcale in cui gli uomini vivono insieme come fratelli, figli della stessa madre…».

Possiamo estrapolare dalla frase gli attributi fondamentali riferiti alla democrazia: uguaglianza, comunità, coordinamento, fratellanza (vi torneremo sopra). Se ne evince, con la conferma del giuspositivismo giuridico, la caratura degli uomini come esseri contraddistinti dal bisogno concreto di libertà (libertà in negativo, prescindente da un capo leader). Il positivismo allontana Kelsen dal giusnaturalismo e lo spinge a valorizzare ciò che gli esseri umani elaborano in forza delle leggi, leggi positive, non naturali, muovendosi con il metro della verità effettuale e della legittimità giuridica (diritto). La sua argomentazione mette capo al disvelamento della centralità dell’uguaglianza, come evidenzia la frase citata sopra. Soprattutto facilita la fusione con la libertà, dando luogo alla vera armatura della democrazia.

Kelsen, nel rispetto del canone moderno della scienza, opta per l’avalutatività, mentre marca la corrispondenza con l’analisi della dinamica psicoanalitica (democrazia = società senza padre). Ha modo così di obiettare alla dottrina del Führer. La sua sintesi esalta conseguentemente la fratellanza («fratelli, figli della stessa madre»), lasciando ai posteri l’obbligo di affrontare la questione femminile. Una questione che urge particolarmente nella società odierna.

Notiamo che Kelsen rielabora il concetto di democrazia fuggendo dal giusnaturalismo, e l’incardina con un “istinto umano” richiamato da Rousseau: l’uguaglianza. Egli preferisce muoversi su un terreno concreto, perciò allude al bisogno umano di un padre (guida), consapevole della dinamica della psiche individuale illustrata da Freud. La limatura del principio aiuta la fusione tra libertà e democrazia, ferma restando l’accezione negativa della libertà come scioglimento da qualsiasi vincolo.

Nei complementi rilevati sopra (comunità e coordinamento) troviamo habitat, afflato e sinergia. La democrazia opera infatti come comunità attiva e laboriosa, non come mistica comunità etnica; valorizza l’incontro e la fusione tra diversi da cui discendono qualità e obiettivi comuni. La sinergia è scelta e ragione del coordinamento (verso obiettivi comuni).

La partecipazione, appunto perciò, è il vero propellente della democrazia. Essa si riconosce e viene tutelata attraverso la rappresentanza, alla quale accordiamo la capacità di rispecchiare fedelmente la sovranità popolare, fermo restando il terreno del suffragio universale. Dalla combinazione scaturisce la rigenerazione continua della stessa sovranità popolare. Conditio sine qua non per sbarrare la strada al populismo, vera degenerazione di un sistema democratico che mette altrimenti in scena un potere distaccato e concentrato (leader o dominus) e un popolo svuotato, reso massa informe, plasmato dalla propaganda, insufflato di emozioni.

Rigenerazione, creatività, tensione, attitudine allo spirito critico sono le leve (oltre quelle tecniche, come controllo dei poteri, divisione, equilibrio, eccetera, sulle quali non mi soffermo) per sfuggire alle fasi di stanca, per resistere e per ringiovanire continuamente il sistema. Ecco la ragione per rivolgere una speciale attenzione alla gioventù, organo imprescindibile di orizzonte futuro.

Questi ultimi cenni ci spingono a interrogarci sul passaggio dalla democrazia formale alla democrazia sociale tramite la funzionalità del diritto, l’aderenza all’evoluzione sociale, la collocazione nello scenario internazionale. Non basta difatti il semplice rispetto della legge, occorre adeguare le leggi alla società reale lasciandosi guidare dal principio di uguaglianza. Ma resta fermo il presidio del diritto, superbo strumento di procedura, indice di universalità super partes e veicolo di una continuità tra interno (la pietra miliare della Costituzione) ed esterno (diritto internazionale).

La rassegna che sopra si è fatta, per niente innovativa, mette il fermo a ipotesi strambe di addomesticamento, visti i ripetuti inviti ad assumere tendenze e versioni di un sentire che ora porta a cercare il carisma del leader, ora suggerisce lo sbilanciamento verso il primato del potere esecutivo al servizio delle sirene della stabilità. In verità, in queste tendenze è riscontrabile piuttosto la manipolazione promossa da forze oligarchiche (ben orchestrate con la concentrazione della ricchezza nella modalità del finanzcapitalismo), avente il fine dichiarato di promuovere la legge del più forte.

Per il momento, per non farla lunga, finisco dedicandomi alla linfa indicata sopra: la partecipazione, osservandola attraverso il suo contrario. Mi viene incontro la tesi di un intellettuale francese del Cinquecento: Étienne de La Boétie, la cui opera La servitù volontaria fu scritta nel 1549 (l’autore riassumeva lo spirito di tolleranza seminato nel Rinascimento e condiviso con Montaigne). La Boétie stigmatizzava la disposizione servile di una società che sceglieva la posizione supina, incline docilmente all’autorità.

Oggi riacquista senso il suo libretto (difatti sta per essere ripubblicato), con la necessità di combattere il fare individualistico, la passività consumistica, l’angusto presentismo, la rinuncia alla libertà, suggeriti nei programmi delle destre.

«È un fatto davvero sorprendente e nello stesso tempo comune, tanto che c’è più da dolersene che da meravigliarsene, vedere milioni e milioni di uomini asserviti come miserabili, messi a testa bassa sotto a un giogo vergognoso non per costrizione di forza maggiore ma perché sembra siano affascinati e quasi stregati dal solo nome di uno di fronte al quale non dovrebbero né temerne la forza, dato che si tratta appunto di una persona sola, né amarne le qualità poiché si comporta verso di loro in modo del tutto inumano e selvaggio. Noi uomini siamo così deboli che sovente dobbiamo ubbidire alla forza».

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati