La democrazia alla prova delle piazze

Dalle proteste francesi all’Italia: ascoltare il disagio, tutelare il dissenso e difendere la cultura democratica della sicurezza pubblica.

RIVRINASCITA_20261015150819254_f6be40bf06261d7569a631f9f2bf7d98.jpg

ANSA

Le piazze francesi interrogano la politica europea. Studenti, insegnanti e genitori chiedono risorse per la scuola e prospettive per il futuro. Agli scontri si accompagnano denunce gravi. La Ligue des droits de l’homme parla di repressione senza precedenti contro i minori, mentre il governo difende l’operato delle forze dell’ordine. Accuse che pongono una questione politica. Quando il disagio e la domanda di ascolto incontrano una risposta di forza, la distanza fra società e istituzioni rischia di diventare una frattura profonda.

Il contagio francese è una possibilità che sarebbe miope ignorare. Dalle rivoluzioni ottocentesche al Maggio del Sessantotto, la Francia ha spesso anticipato o amplificato movimenti e tensioni che hanno attraversato l’Europa. Oggi immagini e parole d’ordine viaggiano più rapidamente, incontrando sofferenze e disagi che superano i confini. La risposta della politica deve arrivare prima che alla protesta si sovrapponga l’emulazione della violenza.

L’Italia ha maturato una propria sensibilità democratica, anche attraverso stagioni molto dolorose. Il conflitto sociale è parte della nostra vita repubblicana. Riconoscerlo, rappresentarlo e consentirgli di esprimersi pacificamente è una responsabilità pubblica e politica. La violenza va prevenuta e contrastata, senza cancellare le ragioni di chi manifesta né trasformare il dissenso in una minaccia.

In questa storia si colloca l’architettura civile della sicurezza pubblica delineata dalla legge 121 del 1981. La politica ha il dovere di rafforzarla, valorizzando ruolo e funzioni delle autorità civili di pubblica sicurezza, soprattutto in tempi di guerre, instabilità internazionale e nuovi estremismi. Va custodita l’evoluzione culturale della polizia italiana, la sensibilità sociale maturata nel rapporto con i cittadini, la capacità di ascolto e mediazione a tutela delle libertà. Un patrimonio da coltivare nella formazione e nelle scelte quotidiane, mai da considerare acquisito una volta per tutte. Ne va della qualità della democrazia, prima ancora dell’organizzazione della polizia.

Salari insufficienti, precarietà, costo dell’energia e servizi impoveriti chiedono risposte. Sindacati e corpi intermedi danno voce ai bisogni e cercano soluzioni. Indebolirli lascia il disagio senza rappresentanza. Le alchimie tattiche di coalizioni dai perimetri culturali e politici indefiniti o le leggi elettorali di fine legislatura non colmano questo vuoto. Chi governa deve saper ascoltare anche una piazza ostile. Chi si oppone deve offrire al malcontento una prospettiva che non parli soltanto al proprio elettorato, senza alimentarne la degenerazione.

La sicurezza pubblica garantisce lo spazio del conflitto democratico. Non può sostituire la politica quando rinuncia ad affrontarne le cause. Come ricordava il compianto capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, «I problemi sociali irrisolti sono frequentemente destinati a diventare, nostro malgrado, anche “problemi di polizia”». Sta alla politica affrontarli prima che diventino questioni di ordine pubblico. Alla nostra cultura democratica impedire che il conflitto venga trattato come un problema da reprimere.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati