La cultura come infrastruttura della democrazia

Cultura, cooperazione ed economia sociale possono redistribuire valore, rendere stabile la partecipazione e costruire nuove istituzioni democratiche.

Giovanna BarniApprofondimenti
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ANSA

La cultura è molto più di un settore delle politiche pubbliche. È il luogo nel quale una città costruisce la propria idea di futuro, forma cittadini consapevoli e sperimenta nuove istituzioni democratiche. Perché questa capacità trasformativa diventi stabile, la cultura deve incontrare la cooperazione e l’economia sociale: non come comparti separati, ma come il modello organizzativo capace di redistribuire valore, trasformare la partecipazione in responsabilità condivisa e attivare una comunità che apprende, coopera e governa il proprio sviluppo.

Dalla cultura diffusa alla città cooperativa

Negli ultimi anni il dibattito sulle politiche culturali ha finalmente compiuto un passo importante. Dopo una lunga stagione nella quale la cultura è stata identificata prevalentemente con il patrimonio, i grandi attrattori, gli eventi e la loro capacità di generare flussi turistici, si è affermata una visione diversa. La cultura è uscita dai suoi luoghi tradizionali per entrare nei quartieri, negli spazi pubblici, nelle periferie, nei processi di rigenerazione urbana e nelle pratiche di prossimità.

È una trasformazione alla quale hanno contribuito, con approcci diversi, studiosi e operatori culturali come Luca Bergamo, Gregorio Arena, Carlo Cellamare, Pier Luigi Sacco, Luigi Corvo, Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, oltre a molti altri che hanno progressivamente spostato l’attenzione dalla cultura come offerta alla cultura come relazione, dalla centralità delle istituzioni culturali alla centralità delle comunità, dal consumo culturale alla produzione condivisa di valore.

È un cambiamento che ha restituito alla cultura la sua dimensione sociale e politica. Non più soltanto una leva di attrattività o un fattore di crescita economica, ma una componente essenziale della qualità della vita urbana, della costruzione dei legami sociali e della capacità di una città di riconoscersi come comunità.

Credo che oggi questo percorso debba compiere un ulteriore salto. La questione non è più soltanto come portare la cultura nei quartieri o come moltiplicare le occasioni di partecipazione. La vera sfida consiste nel comprendere se la cultura sia in grado di cambiare il modo in cui una città governa il proprio sviluppo.

Ormai da molti anni abbiamo identificato la partecipazione con il coinvolgimento o, in altre parole, con l’ingaggio di comunità. Abbiamo avviato pratiche di ascolto e di co-progettazione e percorsi partecipativi, riconoscendo il valore delle pratiche dal basso. Ma una comunità non nasce semplicemente dal fatto di stare insieme. Una comunità si costruisce quando le persone acquisiscono la capacità di incidere sul proprio futuro, condividono responsabilità e diventano protagoniste delle trasformazioni che le riguardano.

La partecipazione è dunque il necessario punto di partenza, ma non il punto di arrivo. È questo il passaggio che, nella premessa del quaderno Cartografie del possibile (Economia della cultura, il Mulino, 2026), a mia cura, ho definito come il percorso dal “rooting” al “branching”. Radicare una comunità significa rafforzarne relazioni e senso di appartenenza. Ma una comunità cresce davvero quando è anche capace di aprirsi, costruire nuove connessioni, generare opportunità, produrre conoscenza e assumere un ruolo attivo nello sviluppo del proprio territorio. La cultura diventa allora uno spazio di apprendimento collettivo, nel quale si costruiscono non soltanto identità condivise, ma anche capacità di innovazione.

Per questo oggi la domanda non riguarda più quante persone partecipino a un progetto culturale, né quanti interventi di restauro vengano realizzati o quanti nuovi spazi siano costruiti. La domanda è che cosa rimanga quando quel progetto termina o quando si conclude il finanziamento: nuove competenze, organizzazioni più forti, spazi per l’espressione di giovani talenti, relazioni capaci di affrontare le sfide future.

È qui che emerge il limite di una parte delle politiche culturali contemporanee: all’investimento sui pubblici e sulle comunità non ha corrisposto anche la loro capacitazione, così come alla costruzione di bandi e progetti non ha corrisposto quella di nuovi modelli di governance capaci di rendere permanente l’attivazione culturale. Così molte esperienze rimangono frammentate, dipendono dalla durata dei finanziamenti pubblici e faticano a trasformarsi in una capacità stabile della città.

La differenza è quella che definirei tra “ingaggio” e “innesto”. L’ingaggio, o innesco, mobilita persone e risorse. L’innesto modifica stabilmente il modo in cui una comunità apprende, coopera e prende decisioni. Le co-progettazioni, l’ascolto e la partecipazione diventano realmente trasformativi soltanto quando cambiano le relazioni tra istituzioni, cittadini e corpi intermedi, generando nuove responsabilità condivise e nuovi modelli di governance cooperativa — cooperative di comunità, partenariati speciali pubblico-privati e reti territoriali ibride — che sono i tre modelli analizzati nel quaderno già citato.

È questo il terreno sul quale il dibattito culturale è chiamato oggi a misurarsi, perché la cultura diffusa ha ormai dimostrato la propria forza. La sfida che abbiamo davanti è costruire le istituzioni della cultura diffusa.

Governare il valore della cultura

È a questo punto che la riflessione sulla cultura incontra una questione più ampia: quella del governo della città e dei territori.

Le grandi sfide del nostro tempo — la crescita delle disuguaglianze, la fuga dei giovani, la crisi della partecipazione democratica, l’invecchiamento della popolazione, la dipendenza dalle piattaforme digitali, la trasformazione del lavoro, la pressione turistica sui centri storici — non possono essere affrontate da politiche settoriali. Richiedono una diversa capacità di mettere in relazione istituzioni, cittadini, imprese, università, scuole, corpi intermedi e organizzazioni civiche.

È per questa ragione che la cultura è una politica pubblica diversa dalle altre: probabilmente è l’unica che può contemporaneamente costruire cittadinanza, produrre conoscenza, generare lavoro, ridurre disuguaglianze, rigenerare luoghi, sperimentare nuove forme di democrazia e immaginare nuovi modelli di sviluppo. Non perché la cultura sostituisca le altre politiche, ma perché è il luogo nel quale esse possono riconoscersi dentro una visione comune di futuro.

È questo che rende oggi la cultura un laboratorio di trasformazione. La vera sfida non è soltanto diffonderla, ma governare il valore che è in grado di generare.

Per troppo tempo abbiamo discusso come se l’alternativa fosse tra grandi eventi e cultura di prossimità, tra turismo e comunità, tra valorizzazione del patrimonio e qualità della vita dei residenti. È una contrapposizione che rischia di diventare ideologica e che, soprattutto, non affronta il nodo centrale. Il turismo rappresenta una straordinaria opportunità economica e culturale. Il problema non è il turismo. Il problema è chi governa il valore che esso produce.

Oggi una parte crescente della ricchezza generata dal patrimonio culturale viene intercettata da piattaforme globali, grandi operatori immobiliari, intermediari digitali e catene internazionali dell’ospitalità. Mentre il valore economico si concentra, i costi sociali restano nei territori: cresce il prezzo delle abitazioni, si riducono gli spazi di prossimità, aumenta la precarietà del lavoro culturale, i giovani trovano sempre meno luoghi nei quali sperimentare creatività, impresa e partecipazione.

In questa prospettiva anche la cultura di prossimità rischia di rimanere insufficiente se non affronta il tema della redistribuzione del valore. Portare un grande spettacolo in periferia può rappresentare un’occasione importante. Ma se, terminato l’evento, quella comunità continua a non disporre di spazi, competenze, organizzazioni e opportunità attraverso cui produrre cultura in autonomia, la distanza tra centro e periferia rimane immutata. Cambia l’offerta culturale, non cambia la struttura delle opportunità.

È qui che la domanda iniziale ritorna con tutta la sua forza. Che cosa resta quando il progetto finisce? Resta una comunità più forte oppure soltanto un buon ricordo? Resta lavoro culturale qualificato oppure soltanto lavoro precario? Resta una nuova capacità di governo oppure soltanto un nuovo calendario di eventi?

Sono probabilmente queste le domande alle quali le politiche culturali devono oggi provare a rispondere. Una cultura che ambisce a essere trasformativa non può misurare il proprio successo soltanto sulla base del numero dei visitatori, dei festival o dei progetti finanziati. Deve interrogarsi sulla qualità del lavoro che genera, sulle opportunità offerte alle giovani generazioni e sulla capacità di redistribuire conoscenze, competenze, responsabilità, impatti e benefici, dunque su un nuovo modello di sviluppo.

La cultura come infrastruttura della democrazia

È proprio su questo terreno che la cultura incontra l’economia sociale.

Negli ultimi anni anche le istituzioni europee hanno progressivamente modificato il proprio sguardo. Le Raccomandazioni del Consiglio dell’Unione europea sull’economia sociale, il Piano d’azione europeo e il recente Piano nazionale italiano riconoscono nell’economia sociale uno dei principali strumenti attraverso cui affrontare le grandi transizioni del nostro tempo. Parallelamente, il Culture Compass e la Joint Declaration — Culture for the Future of Europe attribuiscono alla cultura una funzione nuova: non soltanto settore economico o insieme di istituzioni da sostenere, ma infrastruttura della democrazia, della partecipazione e della resilienza dei territori.

Questa convergenza non è casuale. Sia la cultura sia l’economia sociale vengono oggi riconosciute come condizioni necessarie per costruire un modello di sviluppo più equo, sostenibile e democratico. Entrambe producono valore economico, ma soprattutto generano fiducia, relazioni, capacità collettiva e responsabilità condivisa.

Per questo credo che, a livello locale, sia necessario iniziare a pensare a una vera economia sociale della cultura e della conoscenza. Non un nuovo settore amministrativo, ma un ecosistema composto da cooperative, imprese sociali, associazioni, fondazioni, università, scuole, istituzioni culturali e corpi intermedi capaci di assumere insieme responsabilità permanenti nello sviluppo di città e territori. È probabilmente questo uno dei terreni sui quali sarà necessario costruire anche una nuova stagione normativa, riconoscendo queste reti come infrastrutture strategiche dello sviluppo locale.

La cooperazione assume qui un significato che va ben oltre la forma giuridica dell’impresa. Diventa il modello organizzativo attraverso il quale la partecipazione si trasforma in corresponsabilità, la collaborazione in capacità collettiva, la prossimità in sviluppo, la cultura in istituzione.

In fondo è questa l’intuizione che attraversava già la stagione inaugurata da Cesare Zavattini, fondatore e primo presidente in Legacoop del settore oggi denominato Culturmedia, e dalle prime cooperative culturali: la cultura non è davvero democratica quando raggiunge più persone, ma quando mette più persone nelle condizioni di produrla, governarla e condividerne il valore.

Oggi quella intuizione può trovare una nuova attualità, perché non servono solo programmazioni e investimenti culturali più ricchi. Abbiamo bisogno di spazi e territori in cui sia possibile apprendere, cooperare e governare il futuro. Per questo la cultura non può essere considerata un settore tra gli altri. È il luogo nel quale città e territori costruiscono la propria capacità di immaginare il futuro e di renderlo possibile.

È qui che si sperimentano nuove relazioni tra istituzioni e comunità, si valorizza il ruolo dei corpi intermedi, si costruiscono economie collaborative e si formano cittadini più consapevoli. La cultura diventa così il laboratorio nel quale una città può ripensare le proprie istituzioni democratiche. L’economia sociale e la cooperazione rappresentano l’infrastruttura che rende questa trasformazione stabile, perché consentono di redistribuire valore, condividere responsabilità e trasformare la partecipazione in capacità collettiva.

È questa, credo, la sfida che ha oggi davanti soprattutto Roma, così come tante altre città d’arte: non scegliere tra turismo e comunità, tra centro e periferie, tra patrimonio e innovazione, ma costruire un modello di sviluppo nel quale la cultura tenga insieme queste dimensioni, facendo della città un luogo capace di produrre non soltanto ricchezza, ma anche democrazia e cooperazione.

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