La Costituzione non si difende dagli spalti
Una «chiamata alle arti» per riunire cultura e società in una coalizione per la Costituzione e riportare la partecipazione al centro della politica.

ANSA
Caro elettore, ti scrivo, così mi distraggo un po’ e, siccome la politica vera si fa ogni giorno più lontana, mi ritrovo a riflettere su questo nostro strano Paese che si appresta a vivere l’ennesima, infinita campagna elettorale. L’Italia, in fondo, si trascina da decenni in una perenne illusione ottica: quella secondo cui ogni nuova tornata alle urne, o l’ennesima legge elettorale approvata a colpi di maggioranza per garantire la sopravvivenza del ceto politico di turno, rappresenterà la grande svolta. E invece ci ritroviamo immancabilmente al punto di partenza, prigionieri di un cantiere normativo permanente che serve solo a nascondere l’assenza di una visione di futuro.
Viviamo in una propaganda continua che somiglia in modo impressionante all’annuncio caricaturale sbeffeggiato da Lucio Dalla nel suo celebre brano del 1979, laddove la solita narrazione ufficiale ci assicura che la nuova stagione porterà una trasformazione epocale, rendendo tutto tre volte festa e cancellando i problemi d’incanto. In questo teatro dell’assurdo, la vita pubblica ha subito una mutazione antropologica profonda, sovrapponendosi in tutto e per tutto al rito del calcio: commentiamo la politica ogni giorno nei bar, nelle cucine di casa, sui luoghi di lavoro e nelle piazze virtuali, sezionando sondaggi, tattiche e dichiarazioni d’effetto con la foga del tifoso. Eppure, mai come oggi, la politica la si pratica così poco.
Il paragone con lo sport rivela la sua natura più amara proprio nel fatto che abbiamo scientemente preferito rifugiarci nel ruolo comodo e deresponsabilizzante di spettatori anziché in quello di praticanti, guardando la partita dagli spalti senza più scendere in campo per organizzare le lotte, costruire partecipazione o abitare i luoghi del conflitto e della democrazia dal basso. È un ripiegamento individuale su cui la cultura di sinistra ha riflettuto con forza, da Antonio Gramsci quando smascherava l’indifferenza come vera abulia e parassitismo sociale, rifiutando l’idea dell’essere umani estranei alla città, fino alle intuizioni di Zygmunt Bauman sulla deriva che trasforma la comunità dei cittadini in un mero aggregato di consumatori passivi, desiderosi di risposte immediate e incapaci di sostenere la fatica dell’impegno collettivo.
Ma la contesa che ci attende alle porte non sarà un semplice passaggio di testimone né una delle tante competizioni di routine, bensì lo spartiacque decisivo per la tenuta democratica della Repubblica: una battaglia campale che, passando per la scelta del prossimo Presidente della Repubblica e i tentativi di riscrittura dell’assetto istituzionale, rischia di imprimere una grave torsione autoritaria al Paese attraverso la manomissione della nostra Costituzione. Una Carta fondamentale che non possiamo limitarci a proteggere ex post nei comitati referendari, ma che va difesa riaffermandone i valori fondanti e la sua attuazione concreta nei diritti primari di tutti i giorni.
Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere gli errori del passato, a partire da quella sciagurata riforma del Titolo V approvata all’epoca dai progressisti nel tentativo illusorio di frenare l’avanzata separatista della Lega di Bossi: un errore storico che ha frantumato il sistema sanitario nazionale a macchia di leopardo e che dimostra come ogni tentazione di manomettere o «aggiornare» la Costituzione per calcoli contingenti produca sempre effetti diametralmente opposti a quelli sperati, laddove occorre invece riaffermare con forza una funzione pienamente nazionale e universalista della sanità pubblica, della scuola per tutti, delle politiche sociali, ma anche delle politiche energetiche e delle telecomunicazioni, sottraendo alla logica delle privatizzazioni selvagge tutti quegli asset strategici che definiscono la sovranità democratica e materiale di uno Stato.
In questo scenario, l’appello più urgente si rivolge a chiunque goda di un ruolo pubblico, di una visibilità o di uno spazio di parola: tutti quegli intellettuali, artisti e figure di cultura che una destra padrona dei media e occupante di ogni spazio, soprattutto in Rai, ha frettolosamente etichettato come organici a una parte, scelgano oggi di non ritirarsi nell’astensione o nella torre d’avorio, ma mettano la propria popolarità e la propria immagine a disposizione di questa necessaria stagione di reclutamento civile.
È un invito accorato che rivolgo in primis alla rivista Rinascita e al suo Direttore, affinché per autorevolezza, sensibilità intellettuale e visione politica si faccia interprete di questa «chiamata alle arti» della cultura, facendosi promotore di una vasta coalizione per la Costituzione che sappia chiamare a raccolta tutti i protagonisti della vita sociale, economica e artistica del Paese.
Perché se vedi, caro cittadino, cosa ci si deve inventare per poterci rider sopra e continuare a sperare, mentre a chi non ha nulla da dire del tempo ne rimane e c’è chi ha messo un nuovo sistema elettorale vicino alla finestra, la vera novità non arriverà dall’ennesimo imbonitore di turno o da un referendum di salvataggio, ma dal momento in cui decideremo di abbandonare la tribuna degli spalti, fare da scudo alla Costituzione repubblicana e tornare finalmente a fare politica.
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