La conoscenza è potere, facciamone democrazia

Nasce il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza: una rete di studiosi per legare ricerca, bisogni sociali e scelte democratiche sul futuro del Paese.

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ANSA

Il 16 ottobre abbiamo presentato a Roma, presso la Fondazione Basso, il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza. Un tentativo, nato da scienziati e ricercatori, di connettere scienza, politica e società. Provo a spiegare di seguito perché abbiamo sentito la necessità di farlo nascere: quali preoccupazioni ci hanno spinto, quali contraddizioni abbiamo individuato. E soprattutto perché riteniamo che oggi sia necessario un nuovo rapporto tra scienza, politica e società.

Partiamo da una constatazione apparentemente paradossale. Mai nella storia dell’umanità la conoscenza scientifica e tecnologica ha avuto una capacità così grande di trasformare la società. Eppure, raramente è sembrato così difficile tradurre questa straordinaria capacità in un progetto consapevole e condiviso di progresso sociale. Abbiamo davanti trasformazioni impressionanti. L’intelligenza artificiale, le biotecnologie, le neuroscienze, la robotica, le nuove tecnologie energetiche stanno cambiando non soltanto il modo in cui produciamo beni e servizi, ma anche il modo in cui lavoriamo, apprendiamo, comunichiamo, ci relazioniamo e prendiamo decisioni. E lo stanno facendo con una rapidità senza precedenti.

Pensiamo all’intelligenza artificiale generativa. In pochissimi anni siamo passati da sistemi utilizzati prevalentemente nei laboratori di ricerca a strumenti che entrano quotidianamente nelle scuole, negli uffici, nelle professioni, nelle amministrazioni pubbliche e pervadono ormai tutte le nostre attività personali. Questi strumenti possono ampliare enormemente le nostre possibilità. Ma possono anche modificare profondamente l’organizzazione del lavoro, la distribuzione delle competenze, i rapporti di potere e, in qualche misura, le nostre stesse capacità cognitive. La domanda è: chi sta orientando queste trasformazioni? In funzione di quali obiettivi? E nell’interesse di chi?

Perché il progresso scientifico e tecnologico non coincide automaticamente con il progresso sociale. Una tecnologia può aumentare la produttività senza migliorare le condizioni dei lavoratori. Può rendere disponibili conoscenze prima inaccessibili e, però, concentrare enormi poteri economici nelle mani di pochissimi soggetti. Può migliorare la qualità della vita, ma anche produrre nuove disuguaglianze. Un’ulteriore contraddizione deriva dalla crescente subordinazione della ricerca e della formazione alle logiche del mercato e della redditività immediata, che rischiano di orientare la produzione di conoscenza verso gli interessi economicamente più vantaggiosi, a scapito dei bisogni sociali e degli obiettivi di lungo periodo.

La scienza ci offre possibilità sempre maggiori. Ma non decide, da sola, quali di queste possibilità debbano essere perseguite e a vantaggio di chi. Questa è una responsabilità politica. Ed è proprio qui che abbiamo individuato una prima, fondamentale criticità. Mentre la conoscenza diventa sempre più decisiva per il futuro delle società, abbiamo l’impressione che essa occupi uno spazio ancora troppo marginale nella costruzione delle strategie politiche. Naturalmente la politica si occupa di scienza e tecnologia. Ne discute, ne finanzia alcuni settori, ne regolamenta le applicazioni. Ma troppo spesso lo fa in modo frammentario, inseguendo le emergenze, reagendo a trasformazioni già avvenute, piuttosto che cercando di comprenderle e anticiparle.

Pensiamo alla transizione energetica, all’intelligenza artificiale, ai cambiamenti demografici, alla trasformazione del lavoro. Sono questioni che richiedono conoscenze provenienti da discipline molto diverse e, soprattutto, richiedono una capacità di progettazione di lungo periodo. Non basta conoscere una tecnologia. Occorre comprenderne le conseguenze economiche, sociali, culturali e persino antropologiche. Eppure, troppo spesso, le politiche pubbliche vengono costruite attraverso interventi settoriali, senza una visione sufficientemente integrata.

Questo problema è particolarmente evidente nel nostro Paese. Da anni denunciamo l’insufficienza degli investimenti nella ricerca, le difficoltà delle università, la precarietà dei giovani ricercatori, la fuga di competenze, i divari territoriali, la debolezza dei collegamenti tra ricerca e sistema produttivo. Sono problemi reali, importanti, che richiedono risposte concrete. E richiedono anche di riaffermare il ruolo strategico dell’intervento pubblico, per garantire l’autonomia della ricerca e impedire che siano esclusivamente le convenienze del mercato a determinarne gli indirizzi.

Ma ci siamo convinti che non sia sufficiente rivendicare maggiori risorse per la ricerca, se non riusciamo contemporaneamente a far comprendere che la conoscenza deve diventare uno degli assi fondamentali del progetto di sviluppo del Paese. Non chiediamo soltanto che la politica si occupi maggiormente della scienza. Chiediamo che la conoscenza entri stabilmente nel modo stesso in cui la politica pensa, progetta e decide.

Ma sarebbe troppo semplice attribuire questa distanza esclusivamente alla politica. Credo che dobbiamo riconoscere anche una responsabilità della comunità scientifica. Per molti anni ci siamo concentrati, comprensibilmente, sulla qualità della ricerca, sulle pubblicazioni, sui finanziamenti, sulle infrastrutture e sul riconoscimento internazionale. Abbiamo difeso — giustamente — l’autonomia della scienza. Ma forse non abbiamo fatto abbastanza per costruire un rapporto continuo con la società e con le istituzioni, per rendere comprensibili le implicazioni delle nostre ricerche e per contribuire alla definizione delle grandi scelte collettive.

E non parlo soltanto di divulgazione scientifica, che pure è fondamentale. Divulgare significa rendere accessibili le conoscenze. Costruire un rapporto tra scienza e società significa anche mettere quelle conoscenze in relazione con i bisogni, i valori, i conflitti e le aspettative delle persone. Sono due compiti diversi, anche se profondamente collegati. Prendiamo il caso della fiducia nella scienza. Durante la pandemia abbiamo visto quanto sia difficile mantenere un rapporto di fiducia quando le conoscenze evolvono, le raccomandazioni cambiano e le decisioni pubbliche devono essere prese in condizioni di incertezza.

La fiducia non si costruisce chiedendo ai cittadini di credere agli scienziati per il solo fatto che sono scienziati. Si costruisce attraverso la competenza, certamente, ma anche attraverso la trasparenza, l’indipendenza, la capacità di spiegare i limiti delle conoscenze disponibili, di riconoscere gli errori e di confrontarsi con le preoccupazioni della società. Una scienza che vuole essere autorevole non deve pretendere di essere infallibile. Deve essere capace di mostrare perché i suoi metodi, proprio attraverso il confronto critico e la revisione continua, costituiscono uno degli strumenti più affidabili di cui disponiamo per comprendere la realtà. E deve essere disponibile ad ascoltare. Perché il rapporto tra scienza e società non può essere unidirezionale.

È importante chiarire un aspetto. Quando diciamo che la conoscenza deve assumere un ruolo più importante nelle decisioni pubbliche, non stiamo sostenendo che gli scienziati debbano sostituirsi ai politici. La scienza può dirci quali siano le conseguenze prevedibili di una scelta, quali rischi comporti, quali alternative siano disponibili. Ma non può stabilire autonomamente quali siano le priorità di una società, come distribuire risorse e sacrifici, quali valori privilegiare. Queste sono decisioni che appartengono alla politica e, in ultima istanza, alla democrazia.

Pensiamo a una politica di riduzione delle emissioni inquinanti. La scienza può indicare quali interventi siano più efficaci. Può stimarne i costi e i benefici. Ma decidere come distribuire quei costi tra cittadini, imprese, territori e generazioni è una scelta politica. Quello che chiediamo, dunque, non è meno politica e più tecnocrazia. È esattamente il contrario. Chiediamo una politica più forte, perché più capace di comprendere; più autonoma, perché meno dipendente da interessi particolari; più democratica, perché capace di rendere trasparenti le ragioni delle proprie scelte. E chiediamo una comunità scientifica più presente e più responsabile.

È da queste considerazioni che, nei mesi scorsi, un gruppo di ricercatrici, ricercatori e docenti universitari, provenienti da discipline e istituzioni diverse, ha deciso di dare vita al Laboratorio per le Politiche della Conoscenza. Abbiamo iniziato a confrontarci, a individuare problemi comuni, a discutere priorità e possibili linee di intervento. Il 12 marzo abbiamo costituito il primo nucleo del Laboratorio, con circa quaranta studiosi. Abbiamo poi organizzato gruppi di lavoro, elaborato documenti e discusso collettivamente un Manifesto che costituisce la base della nostra iniziativa.

Abbiamo scelto la parola «Laboratorio» non casualmente. Non vogliamo creare un’ulteriore associazione impegnata soltanto a denunciare i problemi del sistema scientifico. Non vogliamo nemmeno costituire un gruppo di esperti che produca ricette da consegnare alla politica. Vogliamo costruire uno spazio permanente, aperto e interdisciplinare, capace di mettere in relazione conoscenze, problemi sociali e decisioni pubbliche. Uno spazio nel quale si possano elaborare analisi rigorose, individuare priorità, formulare proposte e confrontarle con i soggetti che hanno la responsabilità di tradurle in azione.

Il nostro Manifesto individua alcune grandi questioni che abbiamo articolato in tre assi: una scienza nella (e per la) società; una nuova politica dell’alta formazione; prospettive industriali e sociali di ricerca, sviluppo e innovazione. La trasformazione digitale e l’autonomia tecnologica tagliano trasversalmente i tre assi precedenti. Ma il punto fondamentale è che queste questioni non possono essere affrontate separatamente.

La formazione delle nuove generazioni riguarda la ricerca, ma anche il lavoro, la cittadinanza e la democrazia. L’intelligenza artificiale riguarda l’innovazione, ma anche i diritti, le disuguaglianze, la distribuzione del potere e la capacità critica delle persone. La ricerca scientifica riguarda la competitività economica, ma anche la salute, l’ambiente, la pace e la qualità della convivenza sociale. Il Laboratorio nasce proprio dalla convinzione che sia necessario ricomporre ciò che troppo spesso viene affrontato in modo frammentato.

E non possiamo dimenticare la questione di genere: non si tratta soltanto di rimuovere gli ostacoli che ancora limitano l’accesso e le carriere delle donne nella ricerca e nell’alta formazione, ma di valorizzare, come scriviamo nel Manifesto, «una dimensione culturale condivisa che caratterizzi politicamente la produzione della conoscenza, le pratiche scientifiche e i rapporti di potere».

Naturalmente non pensiamo di avere già tutte le risposte. E non pensiamo che una rete di studiosi, per quanto qualificata e motivata, possa da sola risolvere problemi di questa portata. Vogliamo offrire un contributo: mettere a disposizione competenze diverse, favorire il confronto interdisciplinare, contribuire a definire obiettivi e strumenti delle politiche pubbliche. E soprattutto possiamo cercare di costruire un dialogo stabile con le istituzioni, le forze politiche, il mondo produttivo, le organizzazioni sociali e i cittadini.

Vorremmo che questo Laboratorio diventasse un luogo nel quale si possano discutere le grandi trasformazioni del nostro tempo e contribuire a orientarle verso obiettivi condivisi: una società più equa, più inclusiva, più sostenibile, più capace di valorizzare le nuove generazioni e le competenze di cui dispone. Perché, in definitiva, la conoscenza non è certo soltanto una risorsa economica. È soprattutto un bene pubblico, una condizione di libertà, uno strumento di emancipazione individuale e collettiva. Una società che investe nella conoscenza investe nella propria capacità di scegliere il futuro, anziché limitarsi a subirlo.

La grande questione che abbiamo davanti non è soltanto quanta nuova conoscenza saremo capaci di produrre, ma quale società vogliamo costruire attraverso quella conoscenza. Crediamo che questa domanda debba tornare al centro del dibattito politico e pubblico. Il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza nasce per contribuire a porla, per cercare insieme delle risposte e per trasformarle, per quanto possibile, in scelte concrete.

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