La Colombia nella nuova stagione latinoamericana. Elezioni, processo di pace e tensioni globali

ANSA
Le elezioni dello scorso 8 marzo sembrano segnare per la Colombia una nuova fase nel rapporto tra Stato e società. Dopo decenni in cui ampie parti del territorio hanno conosciuto una presenza statale fragile o intermittente, il ciclo politico aperto da Gustavo Petro ha tentato di ridefinire il ruolo dello Stato alla luce del processo di pace. La sua presidenza ha rappresentato un passaggio in cui la costruzione istituzionale ha cercato di tenere insieme dimensioni diverse ma inseparabili: ricerca della verità, riparazione integrale delle vittime, restituzione della terra e una più ampia agenda di giustizia sociale e di politica salariale progressista.
Dal punto di vista dei risultati, le elezioni legislative hanno consegnato un quadro politico senza una maggioranza netta ma con un dato significativo: la coalizione progressista Pacto Histórico, legata al presidente Gustavo Petro, si è affermata come prima forza al Senato. Le forze conservatrici e liberali mantengono tuttavia un peso rilevante sia al Senato sia alla Camera, confermando un sistema politico fortemente frammentato. Il nuovo Parlamento nasce quindi dentro un equilibrio instabile che rende inevitabile la costruzione di coalizioni e accordi legislativi.
È proprio a partire da questa geografia elettorale che alcune delle analisi più interessanti della stampa colombiana hanno cercato di leggere il significato politico del voto. Si sottolinea come il risultato rifletta una frattura sempre più evidente tra il voto delle grandi aree urbane e quello delle regioni rurali e periferiche del paese, ancora profondamente segnate dalle eredità del conflitto armato. In questo quadro, più che limitarsi alla lettura dei risultati elettorali in termini di vittoria o sconfitta, è opportuna una lettura strutturale del voto, che evidenzi le fratture territoriali, sociali e generazionali che stanno ridefinendo il sistema politico colombiano.
Una chiave interpretativa particolarmente efficace per comprendere il significato politico e sociale delle elezioni del marzo 2026 è offerta dal sociologo Jefferson Jaramillo Marín, che da anni studia il rapporto tra conflitto armato, memoria e trasformazioni territoriali in Colombia. Jaramillo dimostra come il processo di pace non possa essere interpretato solamente come un accordo istituzionale tra lo Stato e le guerriglie, ma debba essere compreso come un lungo e stratificato processo sociale che attraversa i territori, le comunità e le memorie collettive del paese. Il voto riflette infatti le diverse modalità con cui i territori colombiani stanno vivendo la transizione post-conflitto. In alcune delle regioni urbane in cui il conflitto è stato più mediato e caratterizzato dalla presenza di università, movimenti sociali e nuove classi medie, la politica tende a organizzarsi attorno a piattaforme riformiste e a proposte di trasformazione sociale. In altre aree del paese, soprattutto nei territori rurali segnati direttamente dalla guerra e dalle economie illegali, la costruzione della pace resta invece un processo fragile, che convive con disuguaglianze profonde, reti di potere locali e forme di violenza residuale.
Secondo Jaramillo, il processo di pace produce quindi una nuova geografia politica della Colombia. Non tutti i territori attraversano allo stesso modo le fasi della riconciliazione, della riparazione e della ricostruzione. In alcune regioni si aprono spazi per nuove forme di partecipazione politica e per l’emergere di movimenti sociali legati ai diritti delle vittime, alla difesa dei territori e alla giustizia sociale. Letto alla luce di questa prospettiva, il voto dell’8 marzo appare come uno dei momenti in cui queste diverse temporalità della società colombiana entrano in relazione. Da un lato, emergono nuovi attori sociali e politici che cercano di trasformare le istituzioni nate nel periodo del conflitto; dall’altro permangono strutture territoriali che riflettono ancora le eredità storiche della guerra. Le elezioni diventano così uno spazio in cui si rende visibile la tensione tra memoria del conflitto, costruzione della pace e trasformazione democratica del paese.
In questo senso, l’analisi di Jaramillo aiuta a comprendere che la politica colombiana contemporanea non può essere ridotta alla semplice alternanza tra destra e sinistra. Essa è piuttosto il terreno in cui si confrontano diversi modi di abitare il post-conflitto: da una parte le aspettative di cambiamento generate dal processo di pace, dall’altra la persistenza di disuguaglianze territoriali e di forme di potere locale che continuano a modellare la vita politica del paese.
In un paese in cui la guerra ha prodotto milioni di sfollati, profonde fratture territoriali e una diffidenza diffusa verso le istituzioni, lo spazio politico colombiano nel passaggio verso la pace può essere letto come un campo in fase di ristrutturazione, in cui gli equilibri costruiti attorno alla guerra vengono progressivamente messi in discussione. L’ingresso sulla scena pubblica delle vittime, dei territori del conflitto e dei movimenti sociali introduce nuove forme di capitale simbolico fondate sulla memoria, sulla verità e sulla riparazione. In questo contesto, la candidatura di Iván Cepeda Castro si colloca precisamente dentro questa trasformazione: rappresenta il tentativo di tradurre politicamente il processo di pace e di dare voce ai territori storicamente marginalizzati dalla politica nazionale. La tensione che attraversa oggi la Colombia non è quindi solo elettorale, ma riguarda la definizione stessa della pace: se debba limitarsi alla fine della guerra o diventare una ridefinizione più profonda dei rapporti tra Stato, territori e giustizia sociale. In questa prospettiva, la candidatura di Cepeda rappresenta per molti settori della società colombiana una possibile garanzia di continuità nel percorso di consolidamento della pace. Non tanto per la promessa di soluzioni rapide, che nessun governo può realisticamente offrire, quanto per la credibilità accumulata nel dialogo con i movimenti sociali, con le organizzazioni delle vittime e con quei territori che per decenni sono rimasti ai margini della presenza statale.
Su questo scenario interno pesa oggi una variabile geopolitica impossibile da ignorare. Il ritorno di una politica apertamente interventista degli Stati Uniti di Donald Trump, culminata con l’operazione militare in Venezuela, riporta l’America Latina dentro una stagione di forti destabilizzazioni. Non è un caso che questa nuova fase venga spesso letta come una riattualizzazione della dottrina Monroe. In questo contesto, la capacità della Colombia di consolidare il proprio processo di pace diventa un elemento fondamentale per la stabilità dell’intera regione.
La vittoria di Iván Cepeda Castro, insieme alla riconferma del Presidente Inácio Lula da Silva in Brasile, è probabilmente il miglior augurio che si possa fare non solo all’America Latina, ma anche all’Europa. In una fase internazionale segnata dal conflitto nel Golfo, la stabilità di due paesi come la Colombia e il Brasile assume un valore che va ben oltre i loro confini. È la prova che la sicurezza può nascere non dall’esportazione militare del conflitto, ma dalla trasformazione politica interna: un processo di pace capace di ricostruire istituzioni, diritti e giustizia sociale e stabilità democratica.
E, in un mondo sempre più instabile, guidato dall’incoerenza di qualche potente, la forza della democrazia che riesce a trasformare la pace in azione politica e buon governo, diventa un bene pubblico globale.