La Cina non è l’alternativa: la sinistra costruisca un’Europa autonoma

Il declino dell’egemonia americana non rende Pechino un modello progressista: diplomazia, risorse e tecnologia sono strumenti di una strategia totale di potenza

Alberto PaganiApprofondimenti
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ANSA

Sicuramente Henry Kissinger non era ostile agli Stati Uniti e non era nemmeno un progressista, ma nel suo World Order, e prima ancora negli articoli sul Wall Street Journal e sul Washington Post che lo anticiparono, sosteneva che l’attuale sistema unipolare a guida statunitense si fosse avviato verso un inarrestabile declino. Però nel 2014, quando pubblicò quel libro, non poteva immaginare che il declino strutturale dell’egemonia unipolare americana avrebbe assunto il volto del presidente Donald Trump, che non ha certo un profilo caratterizzato dalla prudenza e dall’equilibrio diplomatico, né dalla moderazione politica.

Il moltiplicatore di caos è proprio la coincidenza temporale tra il rapido degradarsi del vecchio ordine mondiale, che è un processo strutturale, e la nuova postura, imprevedibile e scomposta, dell’amministrazione pro tempore americana, che invece è un fenomeno occasionale. Il combinato disposto produce però effetti nefasti anche sulla percezione della realtà dei paesi europei, che possono essere spinti a sostituire la vecchia egemonia americana in declino con una nuova egemonia cinese in ascesa, pensando che questa rappresenti di per sé un progresso o, peggio ancora, una garanzia di pace.

È un errore analitico e concettuale, prima ancora che politico, che la sinistra europea non può permettersi di compiere, perché nasce da un cortocircuito tanto seducente quanto pericoloso: scambiare il rivale del proprio avversario politico per un alleato naturale del progresso. Il passaggio da un ordine unipolare a uno bipolare o multipolare non implica automaticamente una transizione verso la giustizia sociale, la tutela dei diritti o la pace strutturale.

Se l’egemonia statunitense ha storicamente combinato espansionismo militare e unilateralismo con la costruzione di istituzioni multilaterali e spazi, per quanto contraddittori, di pluralismo e diritti civili, il modello egemonico cinese si fonda su premesse di segno radicalmente diverso: autoritarismo interno assoluto e relazioni estere costruite sul pragmatismo economico e sul principio di non interferenza, del tutto slegate da qualunque condizionalità democratica o sociale.

La cosiddetta “Pax Sinica”, alla quale alcuni osservatori progressisti guardano con simpatia acritica, è, a un esame più attento, un’illusione ottica: la ricerca di stabilità di Pechino è funzionale al consolidamento del regime e alla sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento, non alla promozione di un ordine globale pacifico. La pressione coercitiva esercitata nel proprio spazio d’influenza — dal Mar Cinese Meridionale a Taiwan — e il sostegno sistematico a regimi autoritari dimostrano che le fasi di transizione egemonica sono strutturalmente instabili, non certo pacificatrici per definizione.

Appiattirsi sulla narrazione antioccidentale, in questo contesto, significa abbandonare i valori fondanti di una sinistra che voglia dirsi universale — diritti dei lavoratori, ecologia, libertà d’espressione, autodeterminazione dei popoli — e rinunciare al tempo stesso a sostenere la costruzione di un’Europa geopoliticamente autonoma, capace di difendere welfare state e diritto internazionale in un sistema di blocchi contrapposti. Una politica estera progressista matura non può ridursi a un anti-imperialismo a senso unico: deve mantenere una postura antiautoritaria e universalista, rifiutando di scambiare una forma di dominazione egemonica con un’altra.

La prospettiva che la sinistra italiana dovrebbe perseguire non è quella di sostituire l’imperialismo americano con quello cinese — che per i cittadini europei, per libertà civili, tutela del lavoro e diritti individuali, rappresenterebbe con ogni probabilità un’egemonia persino peggiore di quella statunitense — ma di costruire un’Europa che diventi finalmente una grande potenza civile: capace di autonomia strategica, di difendere i propri valori senza subalternità a Washington né suggestioni verso Pechino e di offrire al mondo un terzo modello, fondato su diritti, welfare e diritto internazionale, alternativo tanto al liberismo muscolare americano quanto all’autoritarismo pragmatico cinese.

È in questa cornice che va letta, e sfatata, la narrazione — tanto rassicurante quanto fuorviante e tanto diffusa anche in ambienti progressisti — della Repubblica Popolare Cinese come potenza commerciale pragmatica, interessata soltanto alla crescita economica e allo sviluppo, priva di ambizioni egemoniche paragonabili a quelle sovietiche o, oggi, russe. È una narrazione confortevole perché consente di continuare a guardare a Pechino come a un contrappeso benigno all’egemonia americana, senza doversi porre la domanda scomoda: cosa succede quando un attore statale smette di distinguere tra economia e strategia, tra mercato e campo di battaglia? La risposta, per chi osserva con attenzione la postura cinese di metà 2026, è che quella distinzione a Pechino non è mai realmente esistita.

Da Sun Tzu a Qiao Liang: la genealogia di un pensiero strategico totale

Per comprendere la Cina contemporanea occorre partire da un dato culturale profondo, non da un vezzo retorico. Sun Tzu, oltre duemila anni fa, insegnava che il vertice dell’abilità strategica non consiste nel vincere cento battaglie su cento, ma nel piegare la resistenza del nemico senza combattere. La guerra, nella tradizione cinese, non è mai stata concepita come un evento circoscritto al campo militare: è una condizione permanente e multidimensionale, in cui inganno, tempismo, posizionamento psicologico e manipolazione della percezione contano quanto le armi.

Questo sostrato culturale ha trovato la sua traduzione dottrinale più esplicita nel 1999, quando due colonnelli dell’Esercito Popolare di Liberazione, Qiao Liang e Wang Xiangsui, pubblicarono Guerra senza limiti (Unrestricted Warfare). Il testo, elaborato all’indomani della prima Guerra del Golfo come risposta alla schiacciante superiorità militare convenzionale americana, formalizzava un principio destinato a diventare il codice genetico della strategia cinese del ventunesimo secolo: qualunque strumento — finanziario, commerciale, tecnologico, giuridico, mediatico, cibernetico — può e deve essere impiegato come arma, purché produca un vantaggio strategico. La guerra finanziaria, la guerra commerciale, la guerra delle risorse, la guerra legale (lawfare), la guerra delle regole tecniche: tutte varianti dello stesso principio, ovvero l’abolizione del confine tra tempo di pace e tempo di guerra.

È questa cornice dottrinale, non un improbabile afflato pacifista, a spiegare perché la Cina abbia costruito negli ultimi due decenni un apparato economico-tecnologico che funziona simultaneamente come motore di sviluppo e come infrastruttura di proiezione di potenza. Il documento di intelligence analizzato in questa sede — una relazione di sintesi datata metà 2026 sulla postura strategica di Pechino nel quadro del 14°-15° Piano quinquennale — offre una fotografia impressionante di come questo principio si sia tradotto in policy concrete, organizzate attorno a quello che l’analisi definisce un “ciclo strategico bivalente”: un vettore interno di consolidamento del regime (hardening) e un vettore esterno di sostituzione sistemica delle architetture occidentali (exportation & replacement). Nessuna iniziativa cinese, in questo schema, è mai isolata o accidentale.

Primo pilastro: l’offensiva diplomatica e il soft power asimmetrico

Nel primo semestre del 2026 Pechino ha condotto oltre cinquecento incontri diplomatici di alto livello, un ritmo di engagement senza precedenti storici, orchestrato da un nucleo ristretto di oltre venti alti funzionari di Stato e di Partito. La strategia si articola su due direttrici parallele. Verso l’Occidente, la Cina mette in scena la postura della “Cina aperta”: accoglienza di alto profilo per i vertici di Apple, Tesla e Boeing, incontri bilaterali con leadership politiche apicali, con l’obiettivo esplicito di creare una frattura tra gli interessi del capitale corporativo occidentale e le politiche sanzionatorie dei rispettivi governi. È guerra economica travestita da cortesia diplomatica: si corteggia l’azienda per erodere dall’interno la coesione sanzionatoria dello Stato.

Verso il Global South, la strategia è di segno opposto ma complementare: coltivazione sistematica e istituzionalizzata di blocchi non occidentali attraverso ASEAN, Lega Araba, Unione Africana e BRICS+, con l’obiettivo di costruire un fronte geopolitico capace di neutralizzare il peso del voto occidentale negli organismi multilaterali. A sostegno di questa proiezione, Pechino ha mobilitato un impianto dottrinale che attinge al concetto taoista di centralità del Dao De Jing, presentandosi non come potenza imperiale ma come “faro di modernità”. Non è propaganda ingenua: i sondaggi internazionali, incluse le rilevazioni del Pew Research Center citate nel dossier, confermano un sorpasso della percezione favorevole di Xi Jinping rispetto alla leadership statunitense in trentasei nazioni del Global South. La guerra delle percezioni si sta vincendo, in altre parole, prima ancora che si combatta quella cinetica.

Secondo pilastro: il controllo interno assoluto e la “deroga Ma Xingrui”

Se l’esterno racconta di apertura, l’interno racconta disciplina totale. Il dossier documenta una mutazione significativa nel modo in cui Pechino gestisce le epurazioni dei propri vertici. Dal caso Zhou Yongkang nel 2014 fino ai più recenti He Weidong e Zhang Youxia, le rimozioni di alti dirigenti erano storicamente accompagnate da un’architettura narrativa di tradimento politico o deviazionismo ideologico, utile a giustificare pubblicamente l’eliminazione di rivali. Il caso di Ma Xingrui nel 2026 rompe questo schema: nessuna accusa ideologica, soltanto corruzione ordinaria.

È in realtà un affinamento strategico: rimuovere un dirigente nominato personalmente da Xi senza costruire un’accusa di slealtà politica protegge l’immagine del leader dall’imbarazzo di aver promosso quadri inaffidabili e, insieme, trasforma la corruzione — fenomeno endemico, sempre disponibile come pretesto — in una spada di Damocle permanente contro qualunque membro dell’élite. È la weaponizzazione della disciplina interna: non più lotta fazionale episodica, ma meccanismo strutturale di controllo preventivo.

Terzo pilastro: la resilienza delle risorse e la prova dello shock Iran-USA

Il terzo pilastro riguarda la capacità cinese di assorbire uno shock geopolitico acuto senza vacillare. Il dossier analizza, come banco di prova, lo scenario ipotizzato di una chiusura dello stretto di Hormuz nel contesto del conflitto USA-Iran del 2026. I risultati sono eloquenti: le riserve strategiche di greggio accumulate dalla Cina superano la somma di quelle di Stati Uniti e Giappone combinate. Sul fronte della domanda, la quota di mercato dei veicoli elettrici è cresciuta del 33% su base annua, mentre il trasporto ferroviario elettrificato ha assorbito ulteriore domanda energetica altrimenti dipendente dal petrolio. Il carbone nazionale ha funzionato da ammortizzatore finale: mentre i prezzi spot mondiali di gas e greggio schizzavano, quelli del carbone cinese sono aumentati solo del 3,9%.

Il 15° Piano quinquennale istituzionalizza questa traiettoria, imponendo il 25% di energia da fonti non fossili entro il 2030 e l’espansione delle infrastrutture GNL via terra fino a 500 miliardi di metri cubi. Ma la resilienza non si esaurisce nell’energia: il dossier documenta come lo Xinjiang Production and Construction Corps, nonostante le sanzioni occidentali dal 2020 per violazioni dei diritti umani, abbia siglato oltre 1,5 miliardi di dollari in accordi di capitale durante le edizioni 2025-2026 dell’Eurasia Expo di Urumqi, veicolati attraverso camere di commercio in Cambogia, Malesia e Kirghizistan, bypassando completamente il circuito finanziario occidentale e il dollaro. Il regime sanzionatorio viene, in altre parole, sistematicamente aggirato attraverso l’architettura della Via della Seta.

Quarto pilastro: la dominanza tecnologica asimmetrica

Il quarto pilastro è forse il più rivelatore dell’intera postura strategica cinese, perché mostra come il concetto di “doppio uso” civile-militare sia passato da misura emergenziale temporanea a condizione legale permanente. La revisione del 2026 della Legge sulla mobilitazione nazionale della difesa impone alle imprese tecnologiche la tracciabilità totale della supply chain (articolo 44), obblighi di cessione allo Stato di dataset e algoritmi da parte dei grandi sviluppatori di intelligenza artificiale (articoli 45 e 47) e la possibilità di requisizione bellica immediata delle piattaforme di comunicazione e delle reti wireless (articoli 70 e 71). Non esiste, in questo impianto, alcuna separazione reale tra settore civile e apparato bellico: ogni infrastruttura digitale cinese è, per legge, potenzialmente militare.

Particolarmente significativa è la cosiddetta “guerra del tempo”: nei sistemi di puntamento moderni un ritardo di un solo microsecondo genera un errore cinetico di trenta centimetri e la Cina detiene già il 20% del peso computazionale nel calcolo del Tempo Atomico Internazionale grazie agli orologi allo stronzio, oltre a produrre in serie orologi atomici su chip miniaturizzati e a disporre, con la costellazione BeiDou, di un riferimento spazio-temporale autonomo e immune da eventuali blackout del GPS americano.

A completare il quadro, la riorganizzazione del PLA ha tratto lezioni spietate dai fallimenti russi in Ucraina — comando cyber frammentato, settore privato disallineato dagli obiettivi nazionali — correggendoli attraverso la creazione della Information Support Force e l’iniziativa Xinchuang per l’indipendenza tecnologica totale da hardware e infrastrutture di risoluzione DNS occidentali. Sul piano della governance globale, il lancio a Shanghai nel luglio 2026 della World AI Cooperation Organization, che offre risorse “inclusive” come l’IA meteorologica Mazu a trenta paesi in via di sviluppo, sta esportando template normativi di controllo statale dell’intelligenza artificiale già adottati da Cambogia, Thailandia e Kazakistan.

Conclusione: un avversario che ha già convertito il civile in bellico

Il quadro che emerge smentisce punto per punto la narrazione della Cina come potenza commerciale pacifica. Non esiste, nell’architettura decisionale di Pechino, alcuna iniziativa realmente “economica” scollegata da un calcolo strategico di sopravvivenza del regime e di sostituzione sistemica dell’ordine occidentale. La diplomazia è guerra psicologica travestita da apertura; la disciplina interna è controllo preventivo travestito da lotta alla corruzione; l’accumulo energetico è preparazione al conflitto travestita da transizione ecologica; l’innovazione tecnologica è mobilitazione bellica permanente travestita da progresso digitale.

Per i decisori occidentali, la lezione è severa: prepararsi a un eventuale confronto con la Cina non significa contare navi o portaerei, ma comprendere che Pechino ha già trasformato il proprio tessuto civile — banche, tecnologia, energia, telecomunicazioni — in un sistema di combattimento integrato, secondo un principio dottrinale antico di duemila anni e formalizzato per l’era digitale un quarto di secolo fa.

Continuare a trattare la Cina come un partner commerciale come un altro non è prudenza: è cecità strategica. E per la sinistra italiana ed europea, la lezione è altrettanto severa: l’alternativa a Washington non può essere Pechino, ma solo un’Europa che scelga finalmente di diventare protagonista, e non arbitro passivo, della propria storia.

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