La Cina e il limite dell’unilateralismo americano
Il vertice di Pechino tra Xi e Trump conferma il nuovo equilibrio tra le grandi potenze

ANSA
L’incontro di oggi a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump va letto oltre la dimensione immediata. Sul tavolo ci sono dazi, tecnologia e Taiwan che Xi ha ribadito essere una parte “inalienabile” del territorio cinese. Al tempo stesso, il presidente cinese ha richiamato la necessità di evitare la cosiddetta trappola di Tucidide, cioè il rischio storico che una potenza emergente e una potenza dominante finiscano inevitabilmente nello scontro, come accadde tra Sparta e Atene nella Grecia antica. Dietro i toni concilianti del vertice emerge però un dato politico preciso: dopo anni di escalation commerciale e tentativi statunitensi di sganciamento economico dalla Cina, è oggi Washington, più che Pechino, ad avere bisogno di stabilizzare il rapporto tra le due potenze.
La crisi iraniana rende questo scenario ancora più evidente. Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare mondiale, ma non riescono più a governare unilateralmente gli equilibri internazionali e hanno bisogno anche del peso diplomatico della Cina per evitare un ulteriore allargamento del conflitto. In questo quadro Pechino prova ad accreditarsi come polo di stabilità multilaterale, consolidando la propria centralità industriale e utilizzando commercio e relazioni internazionali come strumenti strategici. La competizione tra Cina e Stati Uniti resta aperta, ma se il vertice di Pechino dovesse produrre una reale stabilizzazione dei rapporti tra le due potenze confermerebbe ulteriormente la crisi profonda del mondo unipolare costruito dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Non siamo davanti alla fine dello scontro tra potenze, ma all’emergere di un equilibrio nuovo in cui persino i rivali strategici sono costretti a convivere e negoziare.
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