La carta curda
Perché il Kurdistan è tornato centrale nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran

ANSA
«Sono caduti vicino alla nostra casa e in prossimità dell’aeroporto». La voce di Rewan arriva sul telefono con un ritardo di pochi secondi, disturbata da una connessione instabile. A parlarmi nell’orecchio, dall’altra parte della linea, c’è il Kurdistan, c’è Erbil, città in cui vive metà della mia famiglia.
“Droni e pezzi di missili. Li ho visti cadere dalla finestra della mia camera”. La frase resta sospesa per un momento. In questa parte di mondo, la direzione della violenza è quasi sempre chiara, sono le spiegazioni ad arrivare in ritardo.
“Non so che dire Rewan”, confesso a mio cugino in silenzio. “Yalla baba… viviamo in Medio Oriente, ci siamo abituati” risponde lui un po’ pragmatico, un po’ realista, sicuramente stanco.
Ho sempre pensato a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, come a una città fatta di cerchi concentrici. Strade circolari che si inseguono, una dopo l’altra, paralleli urbani di una sfera abitata dal V millennio a.C. Attualmente, la più grande è la “120 metri”, un’arteria che abbraccia la città, girandole attorno e segnandone uno dei confini più importanti. È lungo questo anello che si trova anche l’aeroporto internazionale.
Ma l’aeroporto di Erbil non è soltanto un’infrastruttura civile. Accanto alle piste utilizzate dai voli commerciali si trova anche l’area militare che ospita una delle principali basi della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti in Iraq. Da qui operano militari americani e contingenti di diversi Paesi alleati, tra cui anche personale italiano impegnato nelle missioni della NATO e della coalizione contro le forze dello Stato Islamico.
È uno dei motivi per cui Erbil è diventata negli ultimi anni un nodo strategico della presenza occidentale nel Paese e nella regione. Rispetto ad altre parti dell’Iraq, l’area curda offre, infatti, condizioni di sicurezza più stabili e una leadership politica tradizionalmente più vicina al modello democratico. Non è un caso che molte attività logistiche e di coordinamento della coalizione passino da qui, ed è così che ogni attacco che cade nelle vicinanze dell’aeroporto assume immediatamente un significato più ampio e urgente.
A partire dal 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, colpendo direttamente obiettivi strategici, siti nucleari, basi missilistiche e infrastrutture energetiche. Uno dei bombardamenti su Teheran ha causato la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei. Il sistema che Khamenei ha guidato per oltre tre decenni è una struttura di potere fortemente centralizzata e teocratica, nella quale le istituzioni repubblicane convivono con un’autorità religiosa dotata di prerogative superiori. Un assetto che negli anni è stato accusato, da organizzazioni internazionali e opposizioni interne, di aver represso il dissenso politico, negato le libertà civili e i diritti fondamentali. Un potere che ha condannato a morte decine di migliaia tra i suoi figli e le sue figlie.
Eliminarne il vertice con una bomba può sembrare, a qualcuno, una forma di giustizia. Ma la storia delle guerre insegna che la linea tra giusto e ingiusto è spesso tracciata da chi possiede la forza per farlo. Da quando Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino hanno provato a definire i confini teoretici della “guerra giusta”, ogni conflitto ha continuato a presentarsi armato delle proprie ragioni. Di solito restano nascoste sotto il fumo delle bombe o dietro un’ingannevole legittimità che, per farsi valere, fa la guerra.
La risposta dell’Iran non si è fatta attendere. Poche ore dopo l’inizio dell’offensiva congiunta di Israele e Stati Uniti — le operazioni denominate rispettivamente Roaring Lion e Epic Fury — Teheran ha chiuso il proprio spazio aereo e lanciato una serie di attacchi missilistici verso obiettivi regionali. Le prime salve di missili balistici sono state dirette verso Israele, mentre altri vettori hanno puntato installazioni militari e infrastrutture strategiche negli Stati del Golfo, in un tentativo di estendere la pressione militare su tutto l’arco regionale.
Parallelamente, Teheran ha riattivato una delle leve più sensibili della propria deterrenza: il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Più che una risposta concentrata su un singolo fronte, la strategia iraniana sembra puntare a moltiplicare i teatri di crisi: colpire direttamente Israele, minacciare le infrastrutture energetiche del Golfo e prendere di mira le basi della coalizione occidentale nella regione, come nell’ultimo attacco contro la base italiana a Erbil. In questo modo Teheran prova ad alzare il costo politico e strategico dell’offensiva israeliana e statunitense, trasformando l’escalation in una guerra di attrito a raggio regionale. Una dinamica che non riguarda soltanto l’Iran. Anche Stati Uniti e Israele cercano di esercitare pressione sull’avversario lungo le sue periferie.
È in questo scenario che il Kurdistan torna ad assumere un ruolo particolare. Non solo per la sua posizione geografica — divisa tra Iran, Iraq, Turchia e Siria — ma per una storia politica segnata da un rapporto ciclico con l’Occidente: collaborazione nei momenti di crisi, abbandono durante quelli di relativa stabilità.
Le forze curde sono state alleate occidentali in diversi conflitti: dalla guerra contro Saddam Hussein alla campagna militare contro lo Stato Islamico. Hanno combattuto sul terreno, spesso pagando il prezzo più alto in termini di perdite umane e distruzione. Quando però le priorità strategiche delle grandi potenze si sono spostate altrove, quell’alleanza si è ridotta, lasciando i curdi esposti alle pressioni dei governi centrali.
Oggi, il quadro è reso più complesso dalla frammentazione politica del mondo curdo. Nel Kurdistan iracheno il Governo Regionale con sede a Erbil, mantiene relazioni strette con gli Stati Uniti, cercando allo stesso tempo di preservare un equilibrio con i vicini. Nel nord-est della Siria l’amministrazione autonoma del Rojava continua a dipendere dal sostegno occidentale per contenere le pressioni di Damasco, di Ankara e delle cellule residue dello Stato Islamico. In Turchia e in Iran, invece, i movimenti curdi operano in contesti più repressivi. Nessuno degli Stati che governano territori curdi è disposto a rinunciare a porzioni della propria sovranità, ed è anche per questo che il Kurdistan resta, ancora oggi, una nazione senza Stato.
Nella competizione tra Stati Uniti e Iran, le forze curde possono rappresentare uno strumento di pressione periferica su Teheran, alimentando tensioni lungo i suoi confini etnici e geografici. L’attività dell’intelligence gioca, così, un ruolo importante. La Central Intelligence Agency (CIA) ha storicamente mantenuto contatti con diversi attori curdi, attraverso cooperazione, addestramento e scambio di informazioni. Tra i gruppi più citati, figura il Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK), attivo nelle regioni curde dell’Iran e nel nord dell’Iraq.
Da parte della leadership del Kurdistan iracheno, invece, la posizione resta delicata: il rapporto con gli USA rappresenta una garanzia di sicurezza, ma provocare apertamente Teheran comporterebbe rischi elevati, data la forte influenza che l’Iran mantiene in Iraq e la sua non esitazione a colpire obiettivi nel territorio curdo.
Il nodo centrale resta che, se nelle guerre per procura le periferie diventano i primi teatri della competizione, quando la tensione tra le grandi potenze cresce i margini di manovra degli attori locali tendono a restringersi. Per alcuni gruppi curdi un indebolimento dell’Iran può apparire come un’opportunità politica. Tuttavia, la storia del Kurdistan invita alla cautela: le stagioni di conflitto raramente producono stabilità duratura e il prezzo più alto è quasi sempre pagato dalle popolazioni locali.
In una regione segnata da rivalità strategiche e faglie etniche, il destino del Kurdistan oscilla tra autodeterminazione e strumentalizzazione geopolitica, intrappolato in una geografia dove la stabilità di alcuni si costruisce armando l’instabilità di altri.
“Accendi la videocamera, guarda quel punto rosso nel cielo, in direzione dell’aeroporto. È un missile che cade, sembra una stella. Esprimi un desiderio!”. Fisso Rewan sullo schermo del telefono: ha sette anni meno di me e sta, comunque, cercando di proteggermi. Alzo gli occhi. Dove sono io, invece, il cielo è vuoto: nessun punto rosso, nessuna stella che cade qui in Italia. “Stai attento”, riesco a dire, ma me lo rimangio quasi subito. Penso, infatti, a quel senso di abitudine che mi ha confessato all’inizio. Ci penso da qui, da lontano, da un cielo senza stelle.
Un cielo statico e indifferente. Senza desideri.