La burocrazia come infrastruttura dello sviluppo

Andrea VecchiaBattaglia delle Idee
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ANSA

Nel dibattito pubblico occidentale la burocrazia è diventata, da tempo, il bersaglio privilegiato di ogni frustrazione politica. È descritta come un apparato inerziale, difensivo, ossessionato dalla norma e incapace di decisione. Tale descrizione corrisponde in larga parte alla situazione effettiva ma assume quasi un valore interpretativo generale: così è e non potrebbe essere altrimenti. Il libro di Pino Arlacchi La Cina spiegata all’Occidente ribalta radicalmente questo luogo comune, mostrando come in Cina lo Stato non cresca nonostante la burocrazia, ma attraverso di essa. L’analisi comparativa mette in crisi molte certezze occidentali sulla relazione tra politica, amministrazione e sviluppo.

Uno dei punti centrali dell’argomentazione di Arlacchi riguarda le caratteristiche essenziali dei funzionari pubblici cinesi. Dal livello di sindaco in poi, essi non sono “docili burocrati” né meri esecutori delle direttive superiori; non incarnano neppure il modello del burocrate weberiano. Come scrive Arlacchi, in Cina non esistono “gli austeri burocrati weberiani la cui fede esclusiva è il culto dello Stato, la fedeltà alla norma e non alla persona”. Quelli che in Occidente vengono frettolosamente definiti “burocrati cinesi” sono in realtà attori politici a tutto tondo, impegnati in un’attività continua di direzione, adattamento e sperimentazione.

Questa differenza non è solo culturale, ma strutturale. Il sistema cinese è fondato su una quasi coincidenza tra Stato e Partito, che opera come una doppia gerarchia funzionale. I dirigenti ricoprono spesso posizioni simultanee nelle due sfere; un sindaco è di norma anche vicesegretario del Partito, e il passaggio tra ruoli amministrativi e politici è parte integrante del percorso di carriera. Formalmente Stato e Partito sono entità distinte, ma nella pratica le funzioni sono strettamente intrecciate. Questo intreccio garantisce una catena decisionale corta, leggibile e dotata di forte capacità di indirizzo.

Dal punto di vista occidentale, tale configurazione genera inquietudine, perché infrange il principio della separazione tra politica e amministrazione su cui si fonda lo Stato di diritto europeo. In Cina non esiste quella frattura tipica dei sistemi occidentali tra chi “fa le leggi” e chi è chiamato semplicemente ad applicarle. Gli stessi attori che contribuiscono a definire le regole sono anche responsabili della loro attuazione, adattando i mandati centrali alle condizioni locali. Arlacchi invita a osservare gli effetti concreti di questo assetto: un esercizio del potere pubblico estremamente efficace, con pochi ostacoli formali alla realizzazione delle politiche.

Il caso dei governi locali è emblematico. Le province cinesi hanno dimensioni paragonabili a quelle di grandi Stati europei e i loro governatori dispongono di un ventaglio di strumenti di intervento difficilmente immaginabile per un omologo occidentale. Possono indirizzare gli investimenti, modificare regole, influenzare l’allocazione del credito, decidere sull’uso dei suoli, accelerare o bloccare progetti strategici. Non si tratta, però, di un potere arbitrario. La discrezionalità elevata è bilanciata da un altrettanto elevato livello di accountability. Le carriere dei dirigenti dipendono dal raggiungimento di obiettivi di livello strategico, misurabili e valutabili: crescita economica, occupazione, capacità di attrarre investimenti, successo dei progetti di sviluppo.

Il centro definisce gli obiettivi strategici, ma lascia ai livelli subalterni un ampio margine di autonomia. Province, città, contee e persino imprese pubbliche diventano laboratori di sperimentazione, guidati da figure che Arlacchi definisce “imprenditori politico-amministrativi”. Essi operano con un grado di libertà sconosciuto ai dirigenti occidentali, ma sotto un monitoraggio costante, interno al Partito.

Questo assetto spiega perché in Cina un progetto sia realmente un progetto. Come sottolinea Arlacchi, un progetto cinese ha un inizio, una fine, obiettivi quantificabili, una governance dedicata, una catena di comando e un piano esecutivo dettagliato. Quando Pechino decide di costruire decine di migliaia di chilometri di ferrovie ad alta velocità, non si limita a stanziare fondi sperando che il mercato o le amministrazioni locali si attivino spontaneamente. Definisce un piano completo, stabilisce scadenze precise e procede metodicamente verso l’obiettivo.

Il contrasto con l’Occidente è netto. Negli Stati Uniti l’Inflation Reduction Act e in Europa il Green Deal vengono spesso presentati come grandi iniziative trasformative, ma nella pratica si traducono in liste di spesa accompagnate da obiettivi generici. Mancano una struttura di comando unificata, una timeline vincolante e una chiara attribuzione delle responsabilità. I “progetti” occidentali diventano così tentativi di evocare l’azione della mano invisibile del mercato, più che strumenti di governo intenzionale della trasformazione.

La divergenza nell’approccio ai mega-progetti riflette un contrasto filosofico ancora più profondo. Dopo decenni di egemonia neoliberale, l’Occidente sembra aver perso fiducia nella capacità dell’azione pubblica di plasmare la realtà. Il mercato è visto come risolutore universale dei problemi, mentre lo Stato è ridotto a regolatore esterno e distributore di incentivi. La Cina, al contrario, mantiene salda la propria identità di paese socialista, in cui mercato e capitalismo sono considerati strumenti utili, ma non indispensabili, per realizzare gli obiettivi collettivi.

Il successo di questo approccio ha rafforzato la convinzione cinese di poter utilizzare il mercato “à la carte”, senza concessioni ideologiche. Se nella fase iniziale delle riforme il capitalismo è stato un alleato necessario per “attraversare il fiume tastando le pietre”, oggi esso appare sempre più come un insieme di tecniche da impiegare selettivamente. I grandi progetti infrastrutturali, industriali e tecnologici diventano così parti interconnesse di una strategia di sviluppo coerente, mentre in Europa prevale un approccio frammentario, in cui ogni iniziativa procede per conto proprio, senza una visione d’insieme.

Il confronto tra il programma cinese sui semiconduttori e il CHIPS Act americano, o tra il colossale progetto di trasferimento delle acque Sud-Nord e la rete TEN-T europea, rende evidente questa differenza. Da un lato piani esecutivi dettagliati, milestone definite e budget già stanziati; dall’altro collezioni di buone intenzioni, soggette a mediazioni infinite e agli umori mutevoli degli stakeholder nazionali. Non sorprende che mentre la Cina avanza rapidamente nella realizzazione delle proprie infrastrutture strategiche, l’Europa resti spesso impantanata in discussioni procedurali.

Il punto decisivo, tuttavia, non è stabilire se il modello cinese sia esportabile o desiderabile in quanto tale. Arlacchi è chiaro: la sfida per l’Occidente non è imitare la Cina, ma ritrovare una propria capacità di progetto. Ciò implica restituire autorevolezza alla burocrazia, intesa non come apparato notarile, ma come infrastruttura dello sviluppo. Senza una classe dirigente amministrativa dotata di potere decisionale, responsabilità chiare e valutazione sui risultati, nessuna grande trasformazione – ecologica, industriale o sociale – è realisticamente realizzabile. Né soccorre la rituale distinzione tra politica e amministrazione, la quale può tenere indenni i dirigenti da soverchie responsabilità ma non li porta a produrre il massimo sforzo per raggiungere gli obiettivi strategici o verificarne la fattibilità.

La lezione che emerge da La Cina spiegata all’Occidente è dunque scomoda ma necessaria. Non riguarda la superiorità di un sistema politico su un altro, bensì la capacità di uno Stato di pensare e agire in grande stile. La storia insegna che le grandi trasformazioni – dal New Deal al Piano Marshall – sono state il frutto di grandi progetti guidati da un’azione pubblica forte e competente. Oggi, mentre l’Occidente fatica a immaginare il proprio futuro, la Cina continua a dimostrare che la burocrazia, se concepita come corpo dirigente e non come ostacolo, può essere una potente leva di sviluppo.