La “bimba blu” che sparò a Mussolini per vendicare Giacomo Matteotti
La storia di Violet Gibson, l’aristocratica irlandese che nel 1926 tentò di uccidere il Duce e trasformò il suo gesto in un atto contro il fascismo.

ANSA
Alle 10:58 del 7 aprile del 1926, Benito Mussolini usciva in Piazza del Campidoglio, sede del Governatorato di Roma, dove si stava svolgendo il VII Congresso Internazionale di Chirurgia. Poco prima Mussolini aveva letto il discorso preparato per lui dalla sua amante, la scrittrice ebrea Margherita Sarfatti. L'incontro era stato un successo e Mussolini se ne andava soddisfatto, facendosi strada tra la folla esultante. Improvvisamente, una donna si avvicina a pochi metri dal Duce. Impugna una Lebel, una micidiale rivoltella in dotazione all'esercito francese durante la Prima Guerra Mondiale e spara a Mussolini che viene sfiorato al naso dal proiettile. I giornali del giorno dopo riporteranno che si era salvato grazie a un improvviso movimento della testa mentre faceva il saluto romano. La donna spara un secondo colpo che non esplode a causa dell'umidità della polvere da sparo. Bloccata e picchiata dalla folla, la donna venne immediatamente arrestata e portata al carcere femminile delle Mantellate, dove fornì i suoi dati personali dichiarando di non essere coinvolta nell'attentato e apparendo sorprendentemente calma e indifferente.
Violet Albina Gibson (1876-1956) è il nome della donna che tentò di uccidere Mussolini. Figlia del primo barone di Ashbourne Edward Gibson, per 20 anni Lord Cancelliere d'Irlanda prima dell'indipendenza dalla Gran Bretagna, Violet nacque a Dublino il 31 agosto 1876 in una famiglia anglicana filo-britannica, facendo 18 anni il suo debutto alla corte della regina Vittoria. In seguito in conflitto con la famiglia divenne indipendentista prima convertendosi al cattolicesimo poi. Allo scoppio della prima guerra mondiale, venne schedata da Scotland Yard per il suo "pacifismo anti-britannico". La sua cultura cristiano-sociale sarà spesso testimoniata da familiari e amici che racconteranno come Violet seguisse con apprensione la politica italiana, almeno a partire dall'assassinio, nel 1923, del parroco di Argenta, don Giovanni Minzoni, per mano di una squadraccia fascista. Violet aveva forti legami con l'Italia già visitata frequentemente e per lunghi periodi da giovane. Forse per questo reagì furiosamente ad uno dei primi notiziari trasmesso dalla BBC che annunciava il ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti (Collin, 1988).
Il giorno dopo l’attentato, dopo le prime violente reazioni del movimento fascista che invocava vendetta contro chi aveva osato complottare contro il capo del governo, l'Ambasciata di Sua Maestà in Italia rilasciò una dichiarazione. Si affermava che l'Ambasciata non era a conoscenza della presenza a Roma di Gibson che si credeva internata in una casa di cura in Inghilterra. Lo stesso re Giorgio V, forse imbarazzato da una vecchia foto che lo ritraeva, quando era Duca di York, accanto alla futura attentatrice durante una visita nel 1897 alla famiglia Ashbourne nel Castello di Howth, condannò immediatamente "l'ignobile attentato". Anche il Ministro degli Esteri britannico Sir Austen Chamberlain espresse in un telegramma "orrore" per l'atto commesso da una appartenente all'aristocrazia britannica. Subito dopo, diede istruzioni all'ambasciatore in Italia Sir Ronald Graham di aiutare gli inquirenti italiani a smentire l'ipotesi di un complotto politico, che avrebbe avuto ripercussioni negative sulle relazioni internazionali fino ad allora buone tra i due paesi. Quasi all'unisono, anche i familiari negarono che l'atto della loro parente potesse avere un significato politico, promettendo che, se rilasciata, sarebbe stata adeguatamente curata in una struttura sanitaria in Inghilterra.
L'indagine
L'indagine sul tentato omicidio di Violet si svolse nel periodo finale di una significativa transizione del sistema politico-istituzionale che portò il paese da un sistema giudiziario liberale all’ordinamento speciale delle "leggi fascistissime", da una monarchia costituzionale parlamentare al consolidamento della dittatura di Mussolini. Durante i primi interrogatori con il magistrato, che si svolsero ancora secondo il liberale Codice penale Zanardelli con le garanzie introdotte nel 1913 dal Codice di procedura penale di Finocchiaro Aprile, il 13 e il 17 aprile, il 10 maggio e il 2 giugno 1926, Violet continuò ad affermare, in modo vago, di non ricordare l'episodio. Tuttavia, a metà giugno, l'atteggiamento dell'imputata cambiò improvvisamente. Il 12 e il 16 giugno, sotto la guida dell'avvocato Enrico Ferri (1856-1929), assistito da Bruno Cassinelli (1893-1970), la donna confessò di essere responsabile dell'attentato a Mussolini. Affermò inoltre di aver avuto come complice un importante politico antifascista, Antonio Colonna, Duca di Cesarò (1878-1940) e, al contempo, di essere inferma di mente. Riteniamo che Violet abbia deciso soltanto allora di adottare una strategia difensiva basata sull'incapacità di intendere e di volere, supportata in ciò dai due avvocati difensori che avevano già adottato questo approccio in passato in casi penali simili (Petracci, 2015).
Le confessioni di Violet, due mesi dopo l'attentato, riaccesero le reazioni iniziali dei fascisti più intransigenti, ravvivando i loro sospetti sulla donna, che molti inquadravano in un complotto internazionale per assassinare il leader del fascismo. Le sue rivelazioni spinsero anche il magistrato inquirente Rosario Marciano a ordinare ulteriori indagini ma sollevarono anche i primi dubbi sullo stato mentale della dichiarante. La donna aveva accusato di complicità il Duca di Cesarò, membro di un'antica famiglia aristocratica, eletto in Parlamento nel 1924 per il Partito della Democrazia sociale e figura di spicco del movimento antifascista dell’Aventino. L'esperto commissario di polizia Epifanio Pennetta, che dirigeva le indagini insieme a Marciano, pur convinto che Violet facesse parte di una cospirazione, escluse tuttavia il coinvolgimento del Duca di Cesarò nell'attentato. Tuttavia, una nuova più approfondita analisi critica dei documenti del processo condotta da uno degli autori mostra che, arrivata in Italia con la sua dama di compagnia Mary McGrath, Violet abbia per alcuni mesi abitato a Roma in Via Gregoriana 18, nascondendo ai periti la sua residenza a pochi passi dalla casa del Duca in Via Gregoriana 5 (Lombardo, 2026).
Questa improbabile casualità, unita all'ammissione del Duca di aver incontrato Violet nel 1912 a Monaco di Baviera durante una conferenza della Società Teosofica (un'organizzazione internazionale che promuoveva una scienza esoterica che aveva catturato l'attenzione di Violet nelle sue ricerche religiose al di fuori dell'anglicanesimo), suggerisce che, nonostante le smentite, lui e Violet si fossero incontrati a Roma prima del tentato omicidio. Inoltre, è importante sottolineare che la compagna di Violet in Italia, Mary McGrath, abbia preso le distanze dall'atteggiamento prevalente in famiglia, che attribuiva l'attentato alla follia della donna. Le nostre ricerche d'archivio mostrano infatti che, convocata dal Console italiano a Dublino il 19 maggio, abbia affermato di non credere che la sua padrona fosse malata di mente aggiungendo che avesse incontrato molte persone a Roma nel convento. Dopo aver superato le forti pressioni dei Gibson affinché non testimoniasse in Italia, interrogata a Roma, mostrò solo sincera compassione per Violet.
Tuttavia, dal comportamento giudiziario dell'imputata, intenzionalmente stravagante, emerse durante gli interrogatori una sorta di distorsione cognitiva. Come il bugiardo che dice di mentire, dichiarandosi malata di mente, negava infatti, a ben vedere, la dichiarata responsabilità del reato. Ulteriori dubbi sorsero anche dal fatto che, pur avendo detto di amare il Duca di Cesarò, lo denunciasse come complice. Per il codice penale liberale di tipo accusatorio in vigore all'epoca, ammettere la responsabilità dell'attentato dichiarandosi anche folle e,quindi, irresponsabile del fatto, spinse Marciano ad accertarne lo stato mentale con una perizia psichiatrica.
Dalle testimonianze raccolte durante le indagini di polizia e tramite le verifiche effettuate dal commissario Pennetta, emersero altri aspetti importanti. Sebbene menzionati, questi aspetti non saranno considerati significativi nella sentenza finale del Tribunale Militare Speciale. Alcuni accertamenti confermavano la chiara premeditazione dell'attentato da parte dell'imputata, compiuto con evidenti motivazioni antifasciste. Contrariamente a questa prospettiva, emersero invece nella sentenza omissioni e distorsioni, che possono essere spiegate, storicamente, solo come influenzate in modo pregiudizievole dal regime di Mussolini. Solo ridimensionando l'attentato al comportamento insensato di una pazza, sarebbe stato possibile, come poi accadde, procedere al rimpatrio di Violet, come auspicavano tutte le parti.
Cronologicamente, il primo elemento riguarda la testimonianza di Suor Caterina, una suora inglese con la quale Violet aveva stretto un buon rapporto durante il suo soggiorno (dopo essersi trasferita da Via Gregoriana) presso il Convento delle Suore di Santa Brigida in Via delle Isole 34, vicino a Via Nomentana. Il 19 settembre 1925, Violet aveva chiesto alla sua amica suora se Mussolini, che aveva da poco stabilito la sua residenza a Villa Torlonia, vicino al Convento dove Violet si era intenzionalmente trasferita, avrebbe il giorno dopo partecipato alle celebrazioni per l'anniversario della Breccia di Porta Pia, a Via Nomentana. La risposta della suora fu affermativa. La mattina del 20 settembre, Violet uscì di casa e tornò solo la sera, dicendo “delusa” a Suor Caterina, che Mussolini non si era presentato alla cerimonia. La sentenza, tuttavia, ricostruì l'episodio come se fosse stata Violet a chiedere alle suore se Mussolini il giorno della ricorrenza si fosse o meno presentato, mentre la verità era l'opposto.
Ancora più rilevanti furono le testimonianze di coloro che affermarono di aver visto Violet assistere al processo contro gli assassini di Giacomo Matteotti a Chieti, tra il 16 e il 24 marzo 1926 (ACS, Ministero dell’Interno). Solo la forte aspettativa, purtroppo delusa, di una giusta e severa condanna dei responsabili della morte del deputato socialista, avrebbe infatti spinto la donna a seguire il processo recandosi nella piccola cittadina di montagna dove il regime aveva trasferito il delicato dibattimento. Contrariamente alle testimonianze di civili e militari, in linea con la strategia difensiva adottata con gli avvocati, Violet negò di aver assistito al processo e sorprendentemente, i magistrati militari le credettero, nonostante affermarono nella sentenza che le sue dichiarazioni passate, presenti e future dovessero essere considerate false e inattendibili. Al suo ritorno a Roma, probabilmente delusa dall'esito del processo, che aveva portato solo a condanne lievi per gli assassini di Matteotti, Violet manifestò la sua intenzione di attuare un piano che forse aveva già concepito da tempo. Un piano tenuto protettivamente segreto alla sua dama di compagnia, che fu pagata e rimpatriata a Dublino prima dell'azione.
I testimoni interrogati nell'istruttoria preliminare riferirono anche della sua presenza a Villa Glori il 28 marzo 1926, anniversario della fondazione del Partito Fascista, a cui partecipò anche Mussolini. Anche in questo caso, con la conferma dei magistrati militari, Violet negò la sua presenza. È importante sottolineare che questo episodio si verificò pochi giorni dopo la fine del processo di Chieti e poco prima degli eventi del 7 aprile. Dando credito a queste testimonianze, che i giudici militari non ritennero attendibili, è plausibile ritenere che Violet avesse già pianificato un attentato contro Mussolini in due occasioni – l'anniversario della breccia di Porta Pia e della fondazione del Partito Fascista a Villa Glori – suggerendoci l’idea di una costante motivazione antifascista e di una chiara premeditazione dell’attentato, che venne oscurata dai giudici del Tribunale speciale.
La perizia psichiatrica
Come si diceva, per risolvere la situazione di stallo relativa alla credibilità della dichiarante, l'8 luglio 1926 il magistrato nominò gli psichiatri Sante De Sanctis e Augusto Giannelli, come perito della famiglia e perito del tribunale. Agli esperti fu chiesto se "la signorina Gibson fosse razionalmente consapevole e libera di agire al momento del fatto contestato"; se l'imputata soffrisse di infermità mentale e"come dovessero essere considerate le dichiarazioni rese di recente al giudice istruttore" (Giannelli, De Sanctis, 2021). Fin dall'inizio dei loro colloqui, gli esperti notarono che una caratteristica della struttura mentale di Violet Gibson risiedeva nella sua tendenza a dissimulare, fornendo spiegazioni artificiose per ogni atto o comportamento. L'analisi delle sue operazioni intellettuali rivelò una donna con un'intelligenza generale ben sviluppata sia nel pensiero concettuale che in quello pratico. Gli esperti sottolinearono inoltre che ogni sua risposta era ponderata e meditata e che il suo comportamento era consapevolmente organizzato in modo difensivo. Ciò si verificò anche quando rivelò un tentato suicidio fallito nel febbraio del 1925, mentre viveva nel convento di Via Gregoriana 18, sparandosi con una piccola pistola che aveva portato dall'Inghilterra. Un atto che Violet lasciò incomprensibilmente inspiegato.
Nella perizia, Violet ribadì di essere stata influenzata dal Duca Colonna di Cesarò che tuttavia, con sorpresa degli esperti, affermò di "amare moltissimo". Questi cercarono invano di farle comprendere il paradosso in cui cadeva, dichiarando di amare l'uomo che, denunciato come complice, finiva per danneggiare. Su questo gli esperti insistettero molto senza però giungere a un'interpretazione soddisfacente. Ciò era facilmente riscontrabile nelle conversazioni in cui Gibson, pur dichiarando di aver amato profondamente il Duca di Cesarò, non mostrava alcun rimorso nell'accusarlo, rivelando forse l'amarezza e il risentimento di una qualche illusione amorosa. Secondo gli esperti, la morfologia della coscienza di Violet Gibson corrispondeva al quadro classico della paranoia degenerativa che presentava tutte le caratteristiche previste dalla letteratura, inclusa la "gelosia del proprio segreto che i paranoici non confessano mai a nessuno». Il «segreto indicibile» della donna era infatti, a loro avviso, costituito da un sistema delirante in cui, per raggiungere grandi cose nel mondo «per la gloria di Dio», entravano in gioco «elementi metafisici, mistici e forse anche politici». In questo modo, si gettava un dubbio sulla stessa attendibilità delle affermazioni di Violet, quando sosteneva, non essendo del tutto creduta, di aver tentato di assassinare Mussolini su suggerimento «esterno» del Duca di Cesarò. L'accettazione di questa versione avrebbe però escluso il pieno predominio di un suggerimento «interno» al sistema delirante e sarebbe stato in contrasto con quanto tautologicamente previsto nella diagnosi di paranoia cronica di tipo degenerativa (Lombardo, 2026). La sua delirante incapacità di volere liberamente l'azione violenta contro Mussolini, invalidava automaticamente la veridicità di quanto dichiarato sui suoi per altro riscontrati rapporti con il Duca di Cesarò. In termini clinici i periti concordarono perciò su una patologia degenerativa del sistema volitivo, di origine mesencefalica, ritenuta invalidante l’autonomia della pur riconosciuta sua capacità cognitiva di organizzare un attentato per ragioni che essi stessi ritennero imperscrutabili.
Ai primi di agosto, gli esperti di salute mentale risposero perciò a Marciano, sostenendo che si dovesse ritenere l'imputata totalmente irresponsabile.
La deriva autoritaria e la sentenza del Tribunale Militare Speciale
Nell'autunno del 1926, l’11 settembre a Roma ed il 31 ottobre a Bologna, ci furono altri due attentati di Gino Lucetti e Anteo Zamboni che fallirono nell’obiettivo di uccidere Mussolini, generando nell’opinione pubblica una reazione securitaria che favorì la deriva totalitaria del regime tramite la promulgazione delle cosiddette “leggi fascistissime”. Con queste leggi che posero fine alla democrazia parlamentare vennero sciolti tutti i partiti politici ed istituito un Tribunale Militare Speciale per i crimini contro il regime. Il nuovo tribunale poteva infliggere la pena di morte reintrodotta 37 anni dopo la sua abolizione.
Nell'ottobre del 1926 i buoni rapporti tra Italia e Gran Bretagna si erano rafforzati in una visita a Livorno del Ministro degli Esteri S.E. Austen Chamberlain. Pochi mesi dopo, il 15 gennaio 1927, S.E. Winston Churchill, Cancelliere dello Scacchiere, fu ricevuto a Roma. Questi, che aveva concesso sconti sui debiti di guerra dell'Italia, favorì relazioni internazionali amichevoli tra il governo fascista e il suo governo conservatore. Il clima era tale che Churchill collaborò addirittura con il quotidiano di Benito Mussolini, Il Popolo d'Italia, dove scrisse diversi articoli regolarmente pagati.
Quasi in sincrono con questi eventi internazionali, il neoistituito Tribunale Militare Speciale, iniziò a sentenziare proprio con il caso Gibson, selezionando le indagini precedenti secondo chiare direttive politiche emanate dal regime mussoliniano che aveva ormai il pieno controllo del paese. Il potere di avocazione retroattiva sulle vicende avvenute prima della sua istituzione, venne espressamente legiferato per gli attentati al duce e per i reati a questi connessi.
Venne perciò cancellata la richiesta di rinvio al dibattimento pubblico della Corte d’Assise che il Tribunale ordinario aveva in precedenza stabilito. Il 6 maggio del 1927, venne emessa la sentenza (Ministero della Difesa). Il primo punto, ribadito dai giudici militari, fu che non ci si aspettava nulla dalla mentitrice Violet se non che raccontasse menzogne. Si doveva perciò impedire che queste menzogne scandalose venissero pronunciate in un'udienza pubblica. La sentenza stabilì che sia le sue dichiarazioni passate e presenti, sia quelle che avrebbero potuto essere rese in un'udienza pubblica, dovevano essere considerate, in via pregiudizievole, false e inattendibili. La sentenza prescriveva perciò che la decisione finale sulla capacità mentale dell'attentatrice non dovesse essere lasciata al dibattimento pubblico presso la Corte d’Assise contraddicendo così i giudici ordinari. Il giudizio sull'infermità mentale di Violet Gibson venne direttamente assunto dai giudici militari che per ragioni “legali ed etiche” avocarono il giudizio finale sulla follia della imputata, basandosi su quanto stabilito nella perizia. Su questa base, il Tribunale Militare Speciale, ignorando gli aspetti delle precedenti indagini istruttorie contenenti riscontri politicamente significativi, stabilì in maniera indipendente che "non vi erano prove sufficienti per procedere contro Violet Albina Gibson, in relazione ai crimini di cui era accusata, poiché non era perseguibile per infermità mentale". La sentenza, che menzionava esplicitamente "l'intervento di Sua Eccellenza Benito Mussolini", ne ordinava il rilascio affinché Violet potesse essere ricoverata in un ospedale psichiatrico per le cure. Anziché consegnarla al manicomio di Santa Maria della Pietà, come era accaduto in passato in casi simili, le autorità di polizia , ancora una volta, per ordine di Mussolini, ne consentirono l’espatrio
Il ritorno di Violet in Inghilterra
Il 9 maggio 1927 il regime consegnò Violet alla sorella Constance per essere accompagnata in Inghilterra in treno. Al suo arrivo, famigliari e personalità politiche espressero gratitudine a Mussolini per aver liberato una connazionale che aveva tentato "insensatamente" di togliergli la vita. In ottemperanza alla sentenza del Tribunale Militare Speciale italiano, che aveva cancellato la motivazione politica e certificato giudiziariamente l'infermità mentale dell'imputata, fu disposta un'ulteriore perizia psichiatrica per confermare la sua malattia mentale. La motivazione "insensata" dell'attentatofu rapidamente confermata da una perizia psichiatrica redatta in tutta fretta da Maurice Craig e Bernard Hart, due medici di Harley Street. Violet, fino ad allora ignara del suo destino finale, fu ricoverata all'ospedale St. Andrew's di Northampton dove sarebbe rimasta rinchiusa per quasi 30 anni, fino alla morte. Solo la sorella Constance continuò a farle visita in ospedale, mentre il resto della famiglia si tenne a distanza. Durante la sua degenza, Violet Gibson implorò ripetutamente la sua liberazione in lettere indirizzate alla famiglia, alla Regina e a membri del governo, tra cui Winston Churchill. La maggior parte di queste lettere non fu mai recapitata. La donna morì all'ospedale St. Andrew's il 2 maggio 1956, pochi mesi prima del suo ottantesimo compleanno. Nessun amico o familiare partecipò al suo funerale e persino il suo testamento fu in gran parte ignorato (Lombardo, Pisauro, 2026).
Conclusioni
La memoria collettiva di Violet Gibson fu in definitiva plasmata dalla sentenza del Tribunale Militare speciale, base dell'accordo internazionale che la portò al ricovero in un istituto psichiatrico in patria. Solo nel 2014 la sua storia è stata portata all'attenzione di un pubblico ampio, grazie al documentario "Violet Gibson, la donna irlandese che sparò a Mussolini", basato sul lavoro della giornalista Frances Stonor Saunders. Le nostre più approfondite indagini legano oggi l’attentato ad un gesto politico di Violet contro l’assassinio di Giacomo Matteotti per protestare contro le irrisorie condanne dei giudici militari di Chieti. Diversamente da quanto emerso nelle indagini istruttorie che avevano fornito indizi plurimi sulla capacità di Violet di organizzare l’attentato contro Mussolini insieme ad altri, la sentenza dei giudici militari crudelmente ribadita dalla trentennale reclusione manicomiale in Inghilterra fu quella, in controtendenza con gli elementi raccolti, di fare emergere una memoria di Violet come di una donna “mezza squilibrata” e “folle”. La sua reale motivazione, unita alla disperata richiesta di libertà espressa nelle sue mai recapitate lettere dal manicomio, hanno indotto il Consiglio di Dublino a onorarne la memoria (Azzurra Cossutta, Mannix Flynn, 2021). Un secolo dopo il suo tentativo di uccidere il dittatore italiano, è tempo di vederla ora sotto una nuova luce sia in Gran Bretagna che in Italia, riconoscendo la risolutezza antifascista del suo gesto.
Con questo diminutivo affettuoso (mia carissima bimba blu) Lady Ashbourne, in una lettera del gennaio del 1926, si rivolse a sua figlia Violet Gibson in quel momento a Roma
Riferimenti bibliografici
ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati. Archivio Generale. Categorie Permanenti, J5, fascicoli personali di sovversivi italiani, italiani naturalizzati all’estero e stranieri all’estero, 1920-1945, Fasc. Violet Gibson.
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Giovanni Pietro Lombardo & Carolini Cassia Cunha (Organizadores), A Mulher que tentou matar Mussolini. Violet Gibson entre Psiquiatria, Psicologia e Història, Curitiba Juruà Editora, Paranà 2025.
Giovanni Pietro Lombardo & Andrea Pisauro, New evidence reveals extent of anti‑fascist motives behind ‘insane’ aristocrat’s plot to assassinate Mussolini, the Conversation, 19 Giugno 2026 (Url: https://theconversation.com/new-evidence-reveals-extent-of-anti-fascist-motives-behind-insane-aristocrats-plot-to-assassinate-mussolini-282523).
Giovanni Pietro Lombardo (a cura di) a), 7Aprile 1926. Attentato al duce. Violet Gibson, capace di intendere e di volere?, Fefè Editore, Roma 2021.
Giovanni Pietro Lombardo, Ricostruzioni storico-indiziarie sulle motivazioni antifasciste di Violet Gibson nell’attentato al duce: la strategia giudiziaria dell’imputata nella perizia dei freniatri Augusto Giannelli e Sante De Sanctis, in Alberto Aghemo, Brunella Dalla Casa, Giuseppe Galzerano e Giovanni Pietro Lombardo, Mussolini nel mirino 1925-1926. Due anni di fuoco: Gli attentati di Tito Zaniboni, Violet Gibson, Gino Lucetti e Anteo Zamboni, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2026.
Ministero della Difesa-Stato Maggiore dell’esercito - Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato - Decisioni emesse nel 1927, Roma 1980 Tipografia Regionale, pp. 88-97.
Matteo Petracci, Non perdonabile, non correggibile. Vita e morte di Giovanni Corvi, in Storia e problemi contemporanei, n. 70, settembre-dicembre 2015.
Frances Stonor Saunders, La donna che sparò a Mussolini, Leg edizioni Srl, Gorizia, 2021.
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