La Biennale contesa: arte, politica e il quasi ritorno del Padiglione russo

Tra autonomia culturale e pressioni istituzionali, il caso Venezia rivela le contraddizioni dell’Europa e il rapporto irrisolto tra potere e libertà artistica

Maurizio CecconiApprofondimentiCULTURA
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ANSA

Molte ragioni avrebbero consigliato una lettura meno irritata e dura della riapertura del Padiglione russo a Venezia. I soggetti cui penso sono sostanzialmente tre: il Ministro della Cultura italiano, il Commissario per la cultura dell'Unione Europea ed i Ministri della Cultura dei Paesi europei.

Gli antefatti sono semplici.  La Russia è proprietaria di un Padiglione a Venezia ai Giardini della Biennale come molti altri Paesi.  Lo riapre ora in occasione dell'evento dell'Istituzione veneziana dedicato alle Arti Figurative. E ciò avviene dopo una assenza di alcuni anni legata alla guerra con l'Ucraina. 

È evidente (e riconosciuto) che ciò avviene con un parere positivo della Biennale stessa portato avanti direttamente dal suo Presidente Pietrangelo Buttafuoco. Attenzione: parere, non permesso. Tutti gli stati riconosciuti dall'Italia hanno infatti questo diritto di presenza ed a maggior ragione quelli che si fecero carico della realizzazione di un Padiglione. 

Appena ciò venne comunicato si crearono subito due fronti. Quello governativo contrario alla presenza russa che fu espresso dal Ministro Giuli e trovò però opinioni diverse dai rappresentanti della Lega, in particolare Salvini e Zaia. Più variegato e meno politicamente identificabile l'insieme delle forze che sostenne la scelta del "ritorno russo" identificando come oggetto del proprio assenso la scelta della Biennale con il protagonismo del Presidente Buttafuoco. Le Istituzioni locali e regionali, una serie di intellettuali a partire da Massimo Cacciari e così via.

La vicenda si trascina in maniera pericolosa avendo come traguardo l'inaugurazione della Biennale Arti Visive del 9 maggio.

Mentre la Biennale sostanzialmente difende le proprie posizioni dichiarando di essere certa di non aver violato le sanzioni contro la Russia il Ministro Giuli, non convinto, invia gli ispettori ministeriali a controllare facendo perfino intravvedere la possibilità del commissariamento dell'Ente. Dall'altra la posizione europea esplicita la propria volontà al di là delle regole di merito: se ci sono i russi, dice il Commissario alla Cultura io non verrò. Nel frattempo sempre dall'Europa una minaccia più venale: se confermate i russi vi togliamo 2 milioni di euro destinati al cinema.

In questo quadro vi sono diverse cose che stonano assai e rendono priva di costrutto e assai pericolosa la posizione di chi contesta la Biennale e la riapertura del Padiglione.

Innanzitutto la Biennale di Venezia è un Ente autonomo di caratura internazionale, uno dei pochi che realmente possa dire di essere un incrocio di intelligenze, di creatività, di diversità artistiche e intellettuali. Tarparle le ali costringendola a seguire gli indirizzi della politica, qualsiasi essa sia, appare mortale per la considerazione di questa Istituzione. Significa farla diventare semplice ruota di scorta di altri assetti di potere, utile palco di decisioni maturate altrove. La Biennale e Venezia non lo possono accettare.

Le dimissioni della Giuria Internazionale della 61esima Esposizione d'Arte segnano un ulteriore salto di qualità nella vicenda. Appaiono una risposta oggettiva alla situazione che il Ministro Giuli ha creato visto che giungono non a caso nel momento stesso in cui a Venezia indagano gli ispettori ministeriali. Dimostrano come la sensazione sia quella di un Ente sotto tutela, e raccontano del rischio drammatico di perdita di credibilità della Biennale.

In questi giorni poi si è sviluppato un altro racconto a senso unico. E cioè quello che chi prende le decisioni sulla presenza artistica nella direzione del Padiglione Russo sarebbe la "longa manus" di Putin. Interessa poco se sia vero perchè la domanda è un'altra. E gli altri? Chi nomina i curatori dei Padiglioni?  Gli artisti, le commissioni di base, i frequentatori delle Accademie? No.  Sono i governi direttamente ed in alcuni casi concedendo un mandato.

Ed allora sempre i Padiglioni sono espressione di scelte di "governo" ma ricordiamoci che ciò non ha impedito in passato anche iniziative forti e libere. E poi la "critica" di merito a cosa serve? Se non a scoprire gli altarini del potere, le contraddizioni, i limiti. Ma lo fa nel merito. È infatti già scoppiata quella sulla presenza degli Stati Uniti nella loro versione trumpiana. Non si fa la critica vietando a priori ed usando gli stessi metodi che si rimproverano.

È chiaramente poi evidente che prendere a soggetto solo la Russia in quanto invasore risulta vero ma per certi versi perfino ridicolo .  E Israele per Gaza? E gli Stati Uniti con l'Iran? Dei famosi 59 conflitti in corso nel mondo nulla si dice ma sicuramente molti sono gli Stati coinvolti presenti in Biennale. 

In realtà tutto potrebbe essere molto più semplice se ci ricordassimo che anche nei momenti più bui dell'umanità si è sempre cercato di mantenere un sottile filo culturale relazionale anche tra i mondi più lontani e avversari.

È il senso della civiltà cui mi riferisco e che appare così poco considerato da portare a pensare come tutto quello che sta avvenendo sulla Biennale segni la parte più avvelenata del nostro modo di essere.  E questo veleno non ha antidoti rapidi ed efficaci perché diventa schema di pensiero, di comportamento, di giudizio. 

C'è però un punto che convince poco nelle scelte della Biennale.  Ed è che non prende esempio dal passato.  La grande Istituzione culturale non si può limitare all'ospitalità degli Stati. Deve riuscire ad avere una forte iniziativa propria e parallela. Può cogliere i tempi nel loro rapporto con l'arte e gli artisti. Le contraddizioni, le innovazioni, i grandi dubbi e le domande.

Lo fece in passato ragionando su come fosse necessario riflettere su se stessa nella relazione tra eventi ed attività permanenti, dedicò una intera Biennale al dissenso degli intellettuali in Unione Sovietica, raccolse le esperienze innovative delle Giornate del Cinema Italiano. Quella storia va continuata e percorsa con coraggio e pare ancor fragile quello che la Biennale sta ora preparando sulle "voci" che dissentono nel Mondo. Sembra quasi una "excusatio non petita", un modo per dire "abbiamo fatto quello che dovevamo". Ma il tema che non è nuovo ma si manifesta da questa vicenda è altro e va riflettuto con grande attenzione.  È il "potere" con i suoi mille incroci con l'arte.

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