La battaglia del popolo Mapuche per le terre ancestrali: intervista a Héctor Llaitul Carrillanca

Il leader mapuche, detenuto nel Complesso Penitenziario del Biobío a Concepción, racconta in un'intervista esclusiva la battaglia del suo popolo per i diritti umani

Simona BottoniApprofondimenti
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In mapudungun la parola mapuche significa “popolo della terra”, dalla combinazione delle parole che, “popolo”, e mapu, ”terra”. Nome che suggerisce quanto sia forte il legame di questo gruppo con i propri luoghi ancestrali, che nei secoli ha strenuamente difeso prima contro l’impero inca, che non riuscì mai a espandersi a sud del fiume Biobío, dopo contro i conquistadores spagnoli, che cercarono di invadere questi territori in cerca di metalli preziosi, costretti dai mapuche a rivedere i loro piani; soccombendo, poi, al neonato governo cileno, soltanto nel XIX secolo, quando il territorio mapuche venne assegnato al nuovo Stato. L’indipendenza del popolo mapuche finì attraverso una campagna militare definita “Pacificazione dell’Araucania”: il loro territorio si ridusse a poche centinaia di ettari, i superstiti vennero confinati nelle riserve. Da allora sono costretti a dare battaglia per vedere riconosciuti i propri diritti culturali, territoriali ed economici.

L’assoggettamento al Cile comportò l’inizio della loro decimazione: nel giro di una generazione passarono da mezzo milione a 25.000. Sotto il governo guidato da Salvador Allende le mobilitazioni rurali si moltiplicarono, soprattutto dopo l'annuncio della riforma agraria: secondo alcuni studi, tra il 1970 e il 1973, ci furono circa 1.800 scioperi contadini e 1.200 occupazioni di terre. Le occupazioni furono legalizzate. Nei suoi mille giorni di mandato Allende espropriò almeno 4.400 proprietà. Con il colpo di stato di Pinochet, comandante in capo dell’esercito cileno, le cose cambiarono: nel 1974 un contingente di polizia e militari arrivò nella proprietà mapuche per sfrattarli. Accusandoli di non essere i legittimi proprietari delle terre, il governo militare le cedette alla Forestàl Arauco, uno dei gruppi imprenditoriali più ricchi del paese, attivo soprattutto nel campo della silvicoltura. Questa e altre aziende hanno disboscato le foreste native e sostituito le piante autoctone con piante di pino e di eucalipto, alberi non originari del Cile e che necessitano di molta acqua, causando frequenti periodi di siccità che impediscono agli abitanti di irrigare i campi e dissetare gli animali.

Il territorio ancestrale dei mapuche, il Wallmapu, in origine comprendeva la parte centrale del Cono Sud, attraverso gli stati di Cile e Argentina: dal fiume Limarí a nord, fino all’arcipelago di Chiloé a sud, dalla Provincia di Buenos Aires fino alla Patagonia. Oggi, in Cile, questo territorio corrisponde alla “Macrozona Sur”, che comprende le regioni di Biobío, Los Riós, Los Lagos e Araucanìa; quest’ultima è quella di maggior concentrazione dei mapuche che, secondo stime relativamente recenti (2017), si attestano intorno a 1 milione e 500mila individui, rappresentando l’80% circa delle popolazioni originarie del Cile, e il 10% del totale della popolazione del Paese.

Il Wallmapu negli ultimi decenni è stato segnato dal cosiddetto “conflitto mapuche”, che vede queste comunità originarie contrapporsi quotidianamente agli interessi di molte aziende private e allo Stato: l’obiettivo finale è il recupero della sovranità sui territori originari, attraverso una battaglia contro i governi cileno e argentino dai quali rivendicano l’autonomia, se non l’indipendenza.

Si registrano ripetuti episodi di violenza, legati alla rivendicazione dei loro diritti sulle terre ancestrali e per il riconoscimento dei soprusi commessi dai governi nei loro confronti, a cui le forze dell’ordine rispondono con un uso eccessivo della forza. Questo stato di fatto ha portato a una progressiva militarizzazione delle regioni dell’Araucaria e del Biobío e alla dichiarazione dello stato di emergenza.

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Ho incontrato Héctor Llaitul Carrillanca, il leader di uno dei gruppi che agiscono il conflitto mapuche, il C.A.M. (Coordinamento Arauo Malleco), nel Complesso Penitenziario del Biobío a Concepción, con una delegazione di attivisti di un’associazione di rilievo nazionale – di cui faccio parte – impegnata anche nelle tematiche della difesa dei diritti umani.

La procedura per l’accesso dei visitatori è stringente: prima bisogna fare una fila (lunga) all’esterno, all’entrata del carcere, sulla strada, insieme a parenti, amici, conoscenti dei detenuti, dove, dietro a uno sportello, un militare dà il via libera, mette un timbro a inchiostro verde sul polso e ritira il documento d’identità di chi viene in visita. Poi una seconda fila, per entrare all’interno dell’edificio e sottoporsi ai controlli personali: si segue un percorso prestabilito, accompagnati dalla vigilanza, fino a una grande stanza, dove si devono togliere scarpe, giacche, maglioni, e una guardia – per le donne è di sesso femminile – ci conduce, uno per volta, in una piccola stanza, chiusa da una tenda, per passarci il metal detector su tutto il corpo, anche tra le gambe. Il controllo è andato bene: possiamo passare. Non sono ammessi zaini, borse, portafogli, penne, quaderni, che, infatti, lasciamo fuori.

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Per poter entrare ci è voluta più di un’ora; e ogni volta si deve ripetere tutto da capo. Sarebbe sufficiente per far desistere chiunque dal tornare. Ma il popolo mapuche del C.A.M., praticamente ogni giorno, viene in visita al suo leader, al figliolo di lui e agli altri sodali imprigionati con loro. Alla fine entriamo insieme a un gruppo selezionato di parenti e amici anche di altri prigionieri, ché non tutti passano i controlli giornalieri.

Le guardie ci conducono nella stanza delle visite: la porta di accesso ha le sbarre di acciaio, le mura sono spesse e di colore grigio (sembrano di cemento); ci accolgono sei tavoli con panche su ambo i lati, tutto di ferro. Hector Llaitul è già lì, su una delle panche, dove mi siedo anch’io col gruppo; gli altri detenuti accolgono chi ha passato i controlli per visitarli suddivisi tra le altre panche disponibili. Per ogni panca c’è una guardia a sorvegliare. Ci salutiamo come se ci conoscessimo da sempre – per non destare nei vigilanti il sospetto che siamo degli estranei – e per prima cosa chiedo a Hector come sta, come si trova lì, come lo trattano. «Il carcere è duro come il cemento di questa stanza», risponde serio. Ha uno sguardo magnetico e una postura da leader carismatico. Prima d’iniziare a parlare si accorge che non ho una penna, e che nessuno del gruppo ce l’ha. Ne fornisce una lui. Si scrive sulle fotocopie del documento di identità fatte prima di arrivare, perché si sapeva che, se si fosse riusciti a entrare, ce li avrebbero trattenuti. Poi aggiunge: «In questo carcere si sta male perché non mi riconoscono come prigioniero politico e non rispettano la Convenzione Internazionale sui Diritti Umani».

Gli chiedo perché si trova in carcere. Risponde di aver avuto una condanna a 15 anni, di ritenerla ingiusta e che loro del C.A.M. non vogliono accettarla sotto nessun profilo e che, per questo, sono in protesta da maggio 2023. Sostiene di essere stato arrestato mentre faceva un discorso pubblico in cui rivendicava i diritti del suo popolo; messo sotto accusa in base alla testimonianza di una persona sotto protezione, della quale non si conosce pubblicamente l’identità; che in Tribunale il testimone ha parlato incappucciato potendo dire qualsiasi cosa senza che lui, accusato, potesse difendersi. Aggiunge che:«Nessun Tribunale dovrebbe consentire una cosa simile: è un atto di discriminazione e di razzismo. Vogliono che viviamo in un ghetto, e chi di noi rivendica i suoi diritti e i suoi spazi viene ucciso o imprigionato e sottoposto a processi ingiusti».

Poi continua:«I mapuche sono i più maltrattati nel mondo, come i palestinesi. Dall’arrivo degli spagnoli sono stati degradati. Gli spagnoli hanno massacrato questa popolazione, hanno preso le loro terre, molti dei loro beni. Siamo molto sfortunati. Ogni volta che protestiamo veniamo arrestati. Non otteniamo mai giustizia. Non è un problema di Tribunale, è un problema generale della società, dello Stato occidentale che non capisce e non rispetta». E spiega che:«La giustizia è sempre durissima coi mapuche. Applicano le norme sul terrorismo anche se i mapuche non sono terroristi, non sono violenti, non attaccano mai per primi ma si limitano a reagire quando sono attaccati. Ci uccidono, ci imprigionano, ci fanno processi ingiusti».

Gli chiedo perché secondo lui accade questo. E argomenta: «I terreni mapuche sono molto ambiti dalla speculazione delle grandi imprese consentita da sempre dalla Forestale (Forestal Araùco): c’è un’enorme produzione di carta ad esempio. Negli anni hanno impiantato una gran quantità di pini ed eucalipti – che sono specie per noi esotiche, che non si ambientano facilmente e che hanno bisogno di molti diserbanti per tenere lontani i parassiti – per sviluppare a livelli abnormi il commercio di questi legnami. Tutti difendono la Forestale perché difendono il grande capitale che sta stravolgendo il Cile dal punto di vista ambientale. Tutti i movimenti del 2019 ci hanno tradito perché ora sostengono la grande impresa, i poteri forti. Anche il governo Boric. Se non ci fosse la nostra protesta il lago Lleu Lleu sarebbe stato già devastato. Non perché i mapuche siano degli ecologisti ma perché sono sempre contro l’impresa: per questo sono in prigione anche se non uccidono e non rubano».

Gli domando come considera l’attività della Costituente del presidente Boric e il fatto che abbia dato spazio anche a rappresentanti dei popoli nativi per scrivere il testo della nuova Costituzione, sebbene poi sia stata bocciata dal voto popolare al referendum. Risponde che:«I mapuche del C.A.M. non sono interessati alla Costituzione cilena, vogliono uno Stato proprio, soltanto Mapuche; la Costituente ci interessa fino a un certo punto», facendo intendere che il mondo mapuche non è solo il C.A.M..E spiega che:«(...) può essere suddiviso tra Sistemico e Autonomista: il primo è costituito da cittadini mapuche che si integrano nel sistema cileno e che cercano l’affermazione dei loro diritti recandosi presso le istituzioni internazionali come il Tribunale de L’Aja o l’ONU per denunciare la nostra condizione. Poi c’è il mondo mapuche Autonomista che chiede uno spazio fisico e di governo proprio nel Cile, che vuole creare uno Stato mapuche: anche qui ci sono cittadini che chiedono questo attraverso un dialogo con le istituzioni bianche ed altri che ritengono di poter ottenere l’obiettivo tramite una rivoluzione: è qui che si colloca il C.A.M.. Il C.A.M. ritiene che l’interlocuzione con gli organismi internazionali, come pure con i governanti del Cile, sia inutile per far valere la propria causa. Ciò che occorre è un movimento delle coscienze che ci consenta di essere ascoltati».

Quando gli chiedo su cosa si basa questa convinzione Llaitul racconta un episodio emblematico: «Sono stato in Europa all’ONU nel 2018 presso il Consiglio per i Diritti Umani perché m’invitarono: mi hanno pagato tutte le spese, ho fatto un mio discorso, sono rientrato in Cile e non è cambiato niente. Tutti a dirmi che siamo con voi, a farmi domande, ma nulla di concreto». E aggiunge:«Quando i mapuche rivoluzionari vengono arrestati e sottoposti a processo non sono riconosciuti come prigionieri politici – e invece riteniamo di esserlo –vengono arrestati e imprigionati avvalendosi della Legge di Sicurezza Nazionale, che si utilizza per i terroristi».

Alla domanda sul perché non tentano un dialogo col Governo che possa far loro riconoscere i diritti che rivendicano chiarisce che: «Il Cile è il Paese più arretrato in materia di rispetto dei diritti umani nei confronti dei popoli originari: per questo non potremmo mai indire un Referendum per chiedere qualcosa in favore dei mapuche, perché lo Stato non riconosce i mapuche. Nel sud del Paese c’è la concentrazione massima di mapuche che vivono in condizioni pessime. Riusciamo ad avere un po’ di autonomia solo quando recuperiamo degli spazi, con autofinanziamenti che derivano dal piccolo commercio, dall’agricoltura e, recentemente, dal turismo delle cabanhas».

Per descrivere le condizioni della sua famiglia ci racconta che: «Ho 2 figli attualmente in prigione: Ernesto è qui con me a Concepción (e ce lo indica: è seduto sulla panca dietro di noi), Pelentaro è nel carcere di Temuco».

Ernesto LLaitul è poi stato assolto; Pelentaro Llaitul è ancora detenuto a Temuco con le accuse di attentato incendiario e detenzione di armi. Héctor Llaitul è stato poi condannato a 23 anni, 15 dei quali in base alla Legge sulla sicurezza nazionale (emanata durante la dittatura); 5 anni per un presunto furto di legname e 3 per un'aggressione alle autorità. Sconta la pena nel carcere di Concepción.

Sembra una strategia di criminalizzazione che cerca di eludere il sistema internazionale dei diritti umani: nel 2014 il Cile era stato condannato dalla Corte interamericana dei diritti umani per l’uso ricorrente della legge 18.314 antiterrorismo nei confronti dei leader mapuche, con la conseguenza di un crescente contenzioso nei tribunali contro l’invocazione di questa legge nelle cause verso cittadini mapuche.

L’ex presidente cileno Gabriel Boric aveva commentato l'arresto e le accuse formali contro Héctor Llaitul durante una sua visita nella regione di Atacama, sottolineando che «in Cile nessuno è al di sopra della legge» e che «il nostro governo è sinceramente impegnato a trovare una soluzione fondamentale al conflitto che abbiamo nel sud. Come governo, ci impegneremo nel dialogo con chiunque sia necessario, a condizione che il dialogo, con risposte concrete, impegni verificabili e cambiamenti – non la violenza – sia la strada da percorrere». Boric aveva aggiunto che «in questo contesto, il signor Llaitul ha ribadito pubblicamente la sua totale indisponibilità, e quella dell'organizzazione che guida, ad abbandonare la via della violenza. Pertanto, come è dovere di ogni cittadino, dovrà rispondere alla giustizia». L’attuale presidente José Antonio Kast, il 31 marzo scorso, ha annunciato che rafforzerà lo Stato di Eccezione nelle zone critiche della Macrozona Sud in base al quale i militari pattugliano zone urbane e rurali per evitare atti di violenza da parte di gruppi radicali mapuche.