Jago conquista Capri: dietro la Medusa, il trionfo del business

A Villa Lysis nasce il secondo museo dedicato allo scultore: tecnica, autopromozione e clamore mediatico, mentre l’arte resta sullo sfondo.

Roberto GramicciaBattaglia delle IdeeARTECULTURA
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ANSA

E così a Capri il "novello Michelangelo", così è stato temerariamente ribattezzato dal mainstream lo scultore Jago, ha colpito ancora. L'ultima sua realizzazione, infatti, dal 31 luglio troneggia all'interno di un gioiello dell'architettura liberty caprese. Parliamo di Villa Lisys, la residenza storica del barone Jacques d'Adelsward-Fersen, recentemente restaurata e trasformata in monumento storico visitabile. La notizia, come sempre per le iniziative espositive di questo autore, sta rimbalzando freneticamente sui social e procurando controreazioni elettrizzanti che ne amplificano la portata.

Questa volta, ad aggiungere clamore a quello abituale per le mostre di questo autore, si somma la notizia, a dir poco sorprendente che la Villa sarà trasformata in un Jago Museum stabile, aperto al pubblico dietro pagamento di regolare biglietto d' ingresso. L'operazione, quindi, è ambiziosa e coinvolge a pieno l'amministrazione comunale di Capri, la qual cosa testimonia dell'abilità autopromozionale di questo autore, per altro non nuovo a queste imprese; già esiste, infatti, un secondo museo a lui dedicato (sic!) nella Chiesa di Sant'Aspreno ai Crociferi a Napoli.

Ora l'artista, sul cui valore è come sempre lecito interrogarsi, ha solo quaranta anni: viene naturale chiedersi cosa possa succedere da qui a dieci anni. In un mondo come quello dell'arte contemporanea non esattamente incline a promuovere protagonismi così fastosi, a parte pochi casi su cui torneremo, egli rappresenta un caso in sorprendente ed eccezionale controtendenza.

Proviamo a capire perché, partendo proprio dall'opera esposta a Capri che si intitola Medusa e rappresenta niente di meno che il volto, espressionistico ab origine e reso in chiave iperrealistica, di una celebre attrice americana, Whoopi Goldemberg. La star è regolarmente giunta dagli USA per inaugurare il ritratto marmoreo che la rappresenta, incorniciato da chiome di serpente che le conferiscono un'aura fra il terrifico e il claunesco. La presenza della famosissima attrice, la location, il varo del secondo Jago Museum e la spericolata e svettante architettura mediatica dell'evento suggeriscono, a chi non abbia proprio l'anello al naso, uno schieramento di forze e di finanze evidentemente coinvolte nella ideazione-promozione di un caso mediatico che ridimensiona qualsiasi intenzionalità artistico-culturale, a favore di altre e ben più remunerative motivazioni.

In questo senso, Jago pur essendo la risposta alla fuffa di un iperconcettualismo dominante da decenni, pur se recupera attenzione e considerazione sull'importanza del manufatto (nessuno nega le sue capacità artigianali) in un tempo in cui è esso è offeso e vilipeso, non riesce a rappresentare un'alternativa rispetto alla traiettoria mortifera intrapresa dall'arte post-contemporanea da alcuni decenni. Il recupero del principio di dignità dal manufatto, per altro supportato abbondantemente nel caso di Jago da una robottistica raffinata e coadiuvante, è lodevole in sé, ma purtroppo non basta. Non può bastare.

In arte è sbagliato demonizzare gli aspetti tecnico realizzativi divinizzando l'idea generativa dell'opera, nella sua presunta autosufficiente purezza. Ma non si può fare dell'artigianato un fine che basta sé stesso. Volete un esempio che riguarda le Scuole romane? Allora mettete a confronto un ritratto iperrealistico e illustrativo di Gregorio Sciltian e un volto meravigliosamente "sgarbato" di Fausto Pirandello o Alberto Ziveri.

E, tuttavia, anche se in questo ricercato ritorno al passato Jago sembra stentare, ciò che è indiscutibile è il successo ottenuto da tutta l'operazione. Meticolosamente preparata, innervata da uno spirito imprenditoriale poderoso, giustificata da un lavoro reale di cui si deve rispettare la fatica richiesta, Jago non attacca banane al muro come Cattelan e questa è una cosa buona. Ma la sua Medusa non convince. Al massimo, tutto l'ambaradam può strappare l'encomio sorpreso di qualche ingenuo. L'arte non c'entra. Ancora una volta, come sempre, c'entra il business.

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