Jacques Vergès: l’avvocato che mise l’Occidente alla sbarra

Da eroe della Resistenza a difensore dei “mostri”, Jacques Vergès trasformò i processi in atti d’accusa contro le contraddizioni morali e politiche dell’Occidente.

Francesco FilograssoBattaglia delle Idee
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ANSA

1. L’Avvocato del Diavolo o lo specchio dell’Occidente?

Seduto nel suo studio parigino, avvolto dalle spire azzurre di un sigaro Havana e protetto da un sorriso enigmatico, Jacques Vergès non sembrava un uomo di legge, ma il protagonista di un romanzo di spionaggio di alto rango. L’eleganza era il suo scudo: completi impeccabili, una dialettica affilata come un bisturi e quella calma olimpica che esibiva anche di fronte ai crimini più atroci. Ma dietro l'estetica del dandy si celava un progetto politico dirompente: usare il tribunale non per cercare giustizia, ma per processare la Storia.

Per capire perché Vergès abbia scelto di diventare l'avvocato dei "mostri", bisogna scavare nelle sue radici. Nato nel 1925 in Thailandia, Jacques era figlio di un console francese e di una maestra vietnamita. In un'epoca dominata dal razzismo coloniale, il suo essere "meticcio" segnò profondamente la sua visione del mondo. La morte della madre quando era ancora piccolo e la successiva educazione nell'isola di Réunion gli trasmisero una sensazione di estraneità: era un cittadino della Repubblica, ma figlio di un impero che calpestava i diritti dei non-europei. Questa dualità biografica fu la miccia. Mentre il gemello Paul sceglieva la militanza politica diretta nel Partito Comunista, Jacques scelse la toga, trasformandola in una divisa da guerrigliero.

La stampa internazionale lo etichettò come "l'avvocato del diavolo", ma la definizione è riduttiva. Vergès non difendeva figure come il nazista Klaus Barbie o il terrorista Carlos lo Sciacallo per avidità (spesso prestava i suoi servizi pro bono) o per una reale condivisione ideologica con i loro crimini. La sua era una scelta strategica: i "mostri" erano gli strumenti perfetti per mettere l'Occidente davanti alle proprie contraddizioni. Per Vergès, il tribunale era uno specchio. Difendendo l'indifendibile, costringeva le democrazie liberali – in particolare la Francia – a guardare le proprie mani sporche. Se il mondo inorridiva davanti alle bombe di un terrorista, Vergès ricordava con ferocia le bombe francesi sui villaggi algerini. In questo primo capitolo della sua vita pubblica, Vergès stabilisce il suo dogma: non esiste un crimine isolato, esiste solo un sistema ipocrita che decide chi è la vittima e chi è il carnefice in base alla convenienza del momento.

2. Il paradosso del patriota: dalla Resistenza alla ribellione

Prima di diventare il critico più feroce dello Stato francese, Jacques Vergès ne fu un difensore eroico. Questo è il punto di rottura logica che mandava in tilt i suoi avversari: Vergès non parlava da estraneo, ma da qualcuno che aveva rischiato la vita per i valori della Repubblica.

Nel 1942, a soli 17 anni, Jacques compì un atto di audacia pura. Insieme al gemello Paul, lasciò l'isola di Réunion per unirsi alle Forze Francesi Libere di Charles de Gaulle. Non scelse la via più facile: attraversò l'Africa, raggiunse l'Inghilterra e si arruolò come paracadutista. Mentre gran parte della borghesia parigina si adattava all'occupazione nazista o collaborava con il regime di Vichy, il giovane "meticcio" coloniale combatteva per liberare la madrepatria che lo considerava un cittadino di serie B.

Partecipò alla liberazione dell'Italia e della Francia, guadagnandosi decorazioni e il rispetto dei commilitoni. Tuttavia, fu proprio la fine della guerra a generare in lui un cortocircuito morale. Nel 1945, mentre l'Europa festeggiava la vittoria sul nazismo e la fine dell'oppressione, Vergès assistette a un brutale paradosso: la Francia, appena liberata dall'occupante tedesco, usava la forza per soffocare le aspirazioni di libertà in Algeria (massacri di Sétif) e in Indocina. Per il giovane Jacques, la lezione fu amara e definitiva: l'eroismo è relativo (chi era "resistente" in Francia diventava "terrorista" nelle colonie) e i valori di libertà, uguaglianza e fraternità erano merci d'esportazione che si fermavano ai confini dell'Europa.

Questa esperienza bellica fornì a Vergès un'armatura morale impenetrabile. Quando, anni dopo, i giudici lo accusarono di tradimento per aver difeso i nemici della Francia, lui rispondeva con il silenzio sdegnoso di chi aveva indossato l'uniforme quando i suoi accusatori, forse, stavano a guardare. Per Vergès, difendere i militanti algerini non era un tradimento della Resistenza, ma la sua naturale prosecuzione. Se la Resistenza francese era stata giusta contro i nazisti, perché la resistenza algerina non doveva esserlo contro i francesi?

3. L’apprendistato ideologico: Il militante e la Cortina di Ferro

Dopo la guerra, Jacques Vergès si trasferisce a Parigi per studiare legge e lingue orientali. L'approdo al Partito Comunista non è solo una scelta politica, ma una necessità intellettuale per abbattere il sistema imperiale.

Tra il 1950 e il 1954, Vergès si trasferisce a Praga, cuore dell'Europa comunista. Qui assume la guida dell’Unione Internazionale degli Studenti. Il suo ufficio diventa un crocevia per i futuri leader delle rivoluzioni del Terzo Mondo; è qui che conosce il giovane cambogiano Saloth Sar, futuro Pol Pot. In questi anni Vergès matura una visione globale: il nemico non è solo la Francia, ma il capitalismo occidentale nel suo complesso, e apprende l'arte della propaganda e dell'organizzazione che traslerà nelle aule di tribunale.

Al suo ritorno a Parigi nel 1955, il rapporto con il PCF si incrina. Vergès considera la posizione del partito sull'Algeria troppo "borghese" e "tiepida". Nonostante l'allontanamento formale, non rinnegherà mai l’essenza del suo passato, ma lo "supererà" in nome dell'anticolonismo radicale. Teorizza che il vero rivoluzionario debba stare "dalla parte di chi non ha voce", sfidando l'ortodossia dello schieramento. La sua bussola diventa il maoismo e la lotta totale del FLN. Lascia il partito per dedicarsi interamente alla difesa dei militanti algerini: la sua toga diventa una bandiera.

4. Il Caso Djamila Bouhired: Quando la Toga diventa granata

Nel 1957, la "Strategia della Rottura" trova la sua prima, clamorosa applicazione ad Algeri. L'imputata è Djamila Bouhired, giovane militante del FLN accusata di aver piazzato bombe in un caffè.

Mentre un avvocato tradizionale avrebbe cercato di impietosire la corte, Vergès entrò in aula per accusare un impero. Non cercò di negare il coinvolgimento della Bouhired, ma dimostrò che il tribunale non aveva alcun diritto morale di giudicarla. Trasformò il processo in una denuncia globale delle torture inflitte dai paracadutisti francesi. Fu qui che nacque la "rottura": lo scontro tra due mondi inconciliabili. Djamila fu condannata a morte, ma la sua risata fragorosa di sfida fece il giro del mondo, rendendo la pressione internazionale insopportabile. La condanna non fu eseguita; dopo l'indipendenza, Djamila fu liberata e Vergès, convertitosi all'Islam, la sposò. Non fu solo un matrimonio, ma il sigillo sulla sua scelta di campo: Jacques era diventato parte integrante della rivoluzione.

5. Il grande vuoto: la scomparsa (1970-1978)

Nel 1970, all'apice del successo, Vergès svanisce. Per otto anni, il suo "fantasma" alimenta leggende: l'ombra dei Khmer Rossi di Pol Pot, il santuario palestinese del FPLP, o il lavoro per i servizi segreti arabi. Nel 1978 ricompare a Parigi con una frase celebre: «Sono stato molto a est della Francia, molto a sud di Parigi. Sono stato dall'altra parte dello specchio». Questo vuoto costruisce il suo mito di intoccabilità: torna come un uomo che ha visto il cuore delle tenebre ed è tornato con una carica di cinismo e forza ancora superiore.

6. Carlos lo Sciacallo: La toga al servizio della guerriglia

Con Carlos, la strategia di Vergès entra in una dimensione oscura e globale. Carlos era il simbolo del terrorismo internazionale. Tra i due nasce un’affinità elettiva; Vergès ammira il disprezzo dello "Sciacallo" per le frontiere. Durante il processo a Parigi, Vergès denuncia il "rapimento" di Carlos in Sudan come un atto illegale dello Stato, sostenendo che uno Stato che viola le proprie leggi perde ogni diritto di giudicare. Al centro della difesa c'è il rovesciamento delle accuse: chi è il vero terrorista? L’uomo con la bomba o lo Stato che bombarda interi popoli? Vergès rimarrà al suo fianco per anni, dimostrando una morale coerente: stare con chiunque colpisca il sistema occidentale.

7. Klaus Barbie: Il processo all’Occidente

Nel 1987, Vergès accetta di difendere il criminale nazista Klaus Barbie. Per lui, Barbie è il grimaldello per scardinare la singolarità morale dell'Occidente. La sua tesi è brutale: se Barbie è un criminale contro l’umanità per Lione, perché i generali francesi non sono stati processati per l'Algeria o il Vietnam? Vergès lancia accuse come pietre: l'ipocrisia della tortura francese, il colonialismo come "Olocausto permanente" (trascurato perché le vittime non erano europee) e la protezione americana che Barbie godette in funzione anticomunista. In aula non parla per salvare Barbie, ma per umiliare la coscienza civile della Francia e denunciarne la "memoria selettiva".

8. La Strategia della Rottura: La Toga come Arma Sovversiva

Questa teoria, formalizzata nel saggio del 1968, ridefinisce il processo politico.

  • Rottura vs Connivenza: Vergès rifiuta la difesa classica (connivenza) in cui si accettano i valori della società. Nella "Rottura", l'imputato nega la legittimità del giudice e rivendica l'atto.
  • Il ribaltamento della colpa: Trasformare l'accusato in accusatore. Se il tribunale contesta la violenza, l'avvocato risponde mettendo sotto processo la violenza di Stato. L'obiettivo è la disintegrazione morale della sentenza.
  • La Corte Superiore: L'avvocato non parla ai giudici, ma sopra le loro teste, rivolgendosi alla storia e all'opinione pubblica. Vergès sosteneva che l'avvocato dovesse essere un "complice" ideologico: non un tecnico, ma un uomo schierato con i vinti. Per lui, la legge era solo la volontà del più forte travestita da morale: "L'ordine è un’ingiustizia accettata. Il mio lavoro è disturbare questo sonno profondo".

Con l’inizio del nuovo millennio, la "strategia della rottura" di Vergès trovò nuovi, colossali palcoscenici nei tribunali internazionali. Se Klaus Barbie era stato il grimaldello per scardinare la coscienza francese, Slobodan Milošević e Saddam Hussein divennero gli strumenti per processare l’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti.

Nel 2002, Vergès fu coinvolto nella difesa dell'ex presidente serbo Slobodan Milošević davanti al Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia a L'Aia. Fedele al suo metodo, l'avvocato non tentò una difesa tecnica, ma contestò radicalmente la legittimità stessa del tribunale, definendolo uno «strumento dei vincitori» e una violazione della sovranità nazionale. Per Vergès, processare Milošević era un atto di ipocrisia: l'Occidente puniva un leader balcanico mentre ignorava i propri crimini di guerra commessi durante i bombardamenti della NATO. Nel 2004, Vergès ricevette l'incarico dalla famiglia di Saddam Hussein di guidare il collegio di difesa del deposto leader iracheno. La sua reazione fu immediata e tagliente: definì il processo «un esempio senza precedenti di barbarie giuridica».

Vergès denunciò l'intera operazione come una "farsa" orchestrata dagli Stati Uniti per coprire un'invasione illegale. La sua preoccupazione principale non era l'esito del processo, che considerava già scritto, ma la sicurezza fisica del suo assistito, temendo che Saddam potesse essere eliminato prima ancora di poter parlare liberamente in aula.

Fu proprio in questo periodo che Vergès lanciò le sue provocazioni più feroci contro l’amministrazione di George W. Bush. Per l'avvocato, il vero "criminale di guerra" non era Saddam, ma il presidente americano che aveva scatenato una guerra basata su bugie. A chi gli chiedeva se la sua disponibilità a difendere chiunque avesse un limite, rispose con un'ironia glaciale che fece il giro del mondo: «Difenderei persino Bush! Ma solo se accettasse di dichiararsi colpevole».

Questa battuta non era solo un gioco di parole, ma la sintesi della sua filosofia: per Vergès, Bush rappresentava il sistema che si erge a giudice universale senza averne l'autorità morale. Accettare di difenderlo solo in caso di ammissione di colpa significava affermare che, per una volta, il potere occidentale avrebbe dovuto scendere dal pulpito e ammettere le proprie responsabilità storiche.

9. Il Crepuscolo di un Provocatore

Jacques Vergès si è spento il 15 agosto 2013 nello stesso palazzo dove morì Voltaire. Fino all’ultimo respiro, avvolto nel fumo del suo sigaro, ha incarnato l'idea che la giustizia sia un rapporto di forza. Ha difeso l'indifendibile per odio verso l’ipocrisia dei dominanti. Non ha cercato la verità, ma ha dimostrato che la Verità è l'ultimo rifugio del vincitore. Nel farlo, ha trasformato la sua toga in un'ombra che ancora oggi oscura la coscienza dell'Occidente.

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