Intervista a Levi Della Torre: «in Israele la democrazia è scivolata nell’etnocrazia»

Il saggista a Rinascita: da Ben-Gvir alla disumanizzazione dei palestinesi, fino alle leggi sull’antisemitismo. «Così si rischia di limitare la libertà di critica»

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ANSA

Stefano Levi Della Torre, saggista e critico d’arte, è una delle voci più autorevoli e indipendenti dell’ebraismo italiano. In questa intervista a Rinascita affronta senza reticenze alcuni dei nodi più laceranti del presente: la deriva politica di Israele, il rapporto tra sionismo, democrazia ed etnocrazia, la disumanizzazione dei palestinesi e il rischio che la lotta all’antisemitismo diventi uno strumento di limitazione della libertà di critica. Le sue sono parole nette, destinate a far discutere, ma sostenute da una riflessione storica e politica che non concede spazio alle semplificazioni.

Itamar Ben-Gvir è la classica mela marcia in un cesto di mele sane nella politica e nella società d’Israele?

In quanto componente del governo Netanyahu, ma ancor più come ministro della Sicurezza Nazionale di Israele, Itamar Ben-Gvir è uno dei maggiori responsabili diretti e personali nel non aver saputo, o voluto, prevenire o respingere tempestivamente l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Dico: non saputo o non voluto, entrambe le possibilità sono di gravità enorme. Ben-Gvir ha poi dichiarato infatti che la guerra era un’opportunità per una soluzione finale della questione palestinese attraverso la strage indiscriminata e prolungata nella Striscia di Gaza e l’offensiva terroristica dei coloni ebrei, appoggiati dall’esercito, contro gli abitanti palestinesi della Cisgiordania. Una “mela marcia”, Ben-Gvir? È stato un elemento essenziale del governo di Israele per quattro anni, a capo di un ministero della massima importanza, un capofila nella disumanizzazione razzista dei palestinesi, confidando in una base di consenso tra gli israeliani. Ciò vuol dire che c’è del marcio non in “una mela”, ma nel governo Netanyahu e Ben-Gvir e in quella parte di Israele che li ha sostenuti.

Ora, di fronte alla scadenza elettorale del 27 ottobre, Netanyahu prende le distanze da Ben-Gvir, come se appunto, dopo quattro anni di collaborazione al governo, si fosse rivelato un’anomalia, “una mela marcia” da cui prendere le distanze. Netanyahu fa questo per recuperare consenso verso il centro, e magari per usare Ben-Gvir come capro espiatorio su cui scaricare le accuse, quando, e se, saranno finalmente discusse le responsabilità politiche governative sul non aver saputo, o voluto, prevenire e respingere tempestivamente l’assalto di Hamas del 7 ottobre.

Senza voler evocare pagine di una storia tracica, ma l’immagine che ha fatto il giro del mondo del palestinese fermato dai soldati israeliani in Cisgiordania e marchiato con un numero, il 44, sulla fronte, che considerazioni le suggerisce?

Nella disumanizzazione dei palestinesi, vittime di massa o reclusi senza processo, nel ridurre a numero le persone, nel considerare le persone “pezzi” da eliminare, nel dichiarare chi è palestinese colpevole fin dalla nascita, come faceva l’antisemitismo sterminista nei confronti degli ebrei, molte sono le manifestazioni di stile nazista che, dopo la strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023, abbiamo visto da parte della destra israeliana.

Un caso estremo è Moshe Feiglin — ex deputato alla Knesset — che in un’intervista televisiva ha affermato: «Come disse Hitler, ‘Non posso vivere se rimane un solo ebreo’: non possiamo vivere qui se rimane un solo palestinese a Gaza». Già esponente del Likud e oggi esponente della destra ultranazionalista, Feiglin ha definito in un’altra intervista «ogni bambino di Gaza un nemico», invocando la completa occupazione e “ripopolazione ebraica” della Striscia di Gaza. Può essere un caso isolato, idioti dalle opinioni criminali si possono trovare in ogni paese, ma il sintomo più preoccupante è che non conosco, da parte delle istituzioni politiche israeliane, reazioni adeguate alla gravità di simili dichiarazioni genocida rie e apologetiche di Hitler.

Non so dire quanto, in altri casi, si tratti di citazioni consapevoli del nazismo nell’aspirazione a una “soluzione finale” della questione palestinese o quanto siano invece espressioni spontanee dovute all’ossessivo desiderio di veder sparire i palestinesi. È nella logica del nemico “esistenziale”, nella logica dell' “o noi o loro”, come pensavano i nazisti nei confronti degli ebrei. Sono modi e ossessioni “disumane” che però non sono extra-umane ma sono possibilità dell’umano: è “la banalità del male”, che tende ad assomigliarsi da qualunque parte provenga. Basta pensare che la propria paura “esistenziale” giustifichi la sospensione di ogni criterio morale. Nessuno di noi ne è esente a priori. Primo Levi ha avvertito: i funzionari SS nei Lager “avevano la nostra stessa faccia”. Ma erano stati “educati male”.

In una manifestazione a Tel Aviv contro il governo Netanyahu, una ragazza alzava un cartello con su scritto: “Gerusalemme come Teheran”. La metto giù secca. Israele è diventato uno Stato etnocratico?

Come movimenti politici volti all’autodeterminazione statale specificamente degli ebrei, i sionismi democratici o di destra hanno in sé una propensione etnocratica, cioè di privilegiamento di questa o si quella etnia ebraica. Quando ha prevalso il sionismo liberale che ha fondato Israele nel 1948, la vocazione etnocratica fu temperata dai criteri democratici che ispiravano il nuovo Stato; quando ha infine prevalso la destra nazionalista la vocazione etnocratica ha nettamente messo in crisi la democrazia in Israele. I governi di Netanyahu hanno assunto questa direzione, spaccando il paese.

È luogo comune identificare il sionismo come un fatto univoco, come “colonialismo”, come “razzismo ebraico”, senza mutazioni storiche. Ma non si può comprendere il sionismo storico se lo si spiega solo con le circostanze esterne di cui si è valso, come il colonialismo inglese che appunto nell’incoraggiare il sionismo ha visto la possibilità di prolungare il proprio controllo sulla regione petrolifera e sul Canale di Suez. Il sionismo aveva un suo movente intrinseco, la necessità di resistere e rispondere all’antisemitismo europeo che minacciava l’esistenza ebraica in Europa e che arrivò fino alla Shoa. Qualificare il sionismo storico come colonialismo significa confondere il contesto, di cui il sionismo si è valso, con le sue motivazioni più profonde di salvezza e di riscatto dalle discriminazioni e dalle persecuzioni. Il sionismo è stata una delle risposte politiche alla condizione ebraica di minoranza in Europa. La sua aspirazione era quella di costituire un luogo nel mondo in cui gli ebrei fossero maggioranza e quindi fossero in grado di auto-determinarsi. Questa aspirazione ad essere maggioranza aveva già in se stessa la tendenza all’etnocrazia. temperata però dalle aspirazioni democratiche e socialiste della corrente del sionismo che allora prevalse e che fondò la Stato di Israele. Per il quale il modello di riferimento era, consapevolmente. quello dello Stato-nazione democratico europeo. Ora dopo una lunga parabola storica nel corso della quale ha prevalso sempre più la destra, il modello di riferimento sembra inconsapevolmente avvicinarsi ai regimi autoritari e ai movimenti islamisti della regione in cui Israele è inserito. Basta osservare le modifiche istituzionali che il governo del partito di Netanyahu, il Likud, ha promosso per subordinare la magistratura all’esecutivo, e in questi giorni. per limitare per legge la libertà dell’informazione. Quella che si vantava “l’unica democrazia del Medio Oriente” è declinata in “democratura”, e la tendenza originaria alla etnocrazia, implicita nelle ragioni stesse del sionismo, è diventata esplicita, è stata ufficialmente formalizzata e conclamata con la legge passata con esigua maggioranza alla Knesset nell’estate 2018, per la quale Israele non è più la Stato dei suoi cittadini, ebrei e palestinesi, ma lo “Stato nazionale del popolo ebraico”.

A differenza dei paesi di stile occidentale, in cui il tasso di fertilità (nati per donna) continua a decrescere, Israele è l’unico in cui invece il tasso di fertilità si mantiene alto, come fosse in competizione con il tasso di fertilità palestinese. Il contrasto non è solo direttamente politico ma anche etnico-demografico: un contrasto spontaneamente etologico, bio-politico, popolazione contro popolazione È la paura che, col tempo, la componente palestinese possa alla fine prevalere fino a sostituire la componente ebraica, mentre l’aspirazione originaria del sionismo era quella di costituire un unico luogo al mondo a maggioranza ebraica. La decisione di mantenere il controllo e il dominio sui territori palestinesi occupati con le conquiste della guerra dei sei giorni del 1967, ha fatto anche dei palestinesi non israeliani una componente interna: ha finito per fare della “questione palestinese”, una malattia interna al sistema-Israele. E ciò prodotto una degenerazione politica e ideologica: non si può infatti mantenere a lungo la subordinazione di un altro popolo interno al proprio sistema senza corrompersi di razzismo che ne giustifichi ai propri occhi la subordinazione, imputandogli una sua inferiorità umana. Dagli oppressi è poi facile attendersi una vendetta, una minaccia. Analogamente, gli antisemiti che opprimevano gli ebrei, ne prevedevano poi la vendetta e li accusavano di essere vendicativi per loro indole connaturata. Così si imputa ai palestinesi di essere “terroristi” per loro intrinseca natura. È successo così che il senso comune in Israele è passato dall’entusiasmo alla paura: l’entusiasmo di costruire una realtà nuova e positiva è declinato nella paura depressiva per la propria sopravvivenza. La preoccupazione per la sopravvivenza di Israele, come un’isola anomale in un mare di popoli ostili, ha fatto della paura una tonalità psicologica di fondo, che ha visto nella forza militare la sua principale garanzia e la sua amara speranza. Per tutti questi fattori, il militarismo, il nazionalismo, il razzismo e l’affiliazione religiosa come riferimento identitario hanno avuto sempre maggior peso nel senso comune di Israele, spostandone sempre più a destra l’asse politico. Il modello originario, lo Stato nazione democratico europeo è entrato in crisi, e il riferimento si è spostato paradossalmente sempre di più verso il modello delle autocrazie arabo-islamche della regione: quando si è di fronte a un pericolo, a un nemico reale o potenziale, è forte la tentazione di assomigliagli: missile contro missile, nazionalismo contro nazionalismo, crudeltà contro crudeltà, xenofobia contro xenofobia, razzismo contro razzismo, fondamentalismo contro fondamentalismo.

È su questa stessa via in cui è caduta in una crisi depressiva e militarista la civiltà liberale dell’Europa e dell’America, e in crisi i criteri fondamentali del diritto, nazionale e internazionale.

Molto si è discusso su proposte di legge parlamentari che riguardano l’antisemitismo. Cosa non va in queste proposte?

Sono decisamente contrario ai disegni di legge in discussione per due motivi: il primo è che, investendo del sospetto o dell’accusa di antisemitismo ogni critica a Israele, come se Israele fosse “gli ebrei”, mentre il governo di Netanyahu sta conducendo uno sterminio dei palestinesi e allargando la guerra nel Vicino Oriente: riducono la libertà di dibattito particolarmente necessaria in un periodo storico di drammatici cambiamenti. Il secondo motivo della mia contrarietà è che questi disegni di legge conferiscono agli “ebrei” il privilegio d’essere esentati da critica anche dove sia motivata, ma ogni privilegio, specie se ingiustificato, suscita ostilità. Mentre pretendono di combattere l’antisemitismo, in realtà lo fomentano. Se non nell’immediato, questa grave conseguenza si rivelerà ben presto con chiarezza.

In base al criterio fondamentale che ispira queste proposte, agli ebrei verrebbe conferito da parte del potere dello Stato un favore di cui nessuna minoranza o comunità, nessun altro cittadino dispone. Se l’antisemitismo discrimina gli ebrei a loro sfavore, queste leggi discriminano gli ebrei “a loro favore”, ma non conosco nessuna discriminazione degli ebrei (anche a loro favore) che non abbia finito per essere pericolosa per gli ebrei. In pratica questi disegni di legge propongono per gli ebrei un ghetto legislativo, che li distinguano e li separino dagli altri cittadini.

Se passeranno leggi di questo genere, si imputerà all’ “ebreo” di essersi prestato come figura emblematica a favore della quale il potere politico ha giustificato la restrizione delle libertà, ha limitato il dibattito, la ricerca universitaria, la libertà di pensiero, di confronto democratico e di manifestazione. Una simile collusione tra l’”ebreo” e il potere ha sempre alimentato l’antisemitismo.

Invece che ricorrere a queste leggi discriminatorie, sarebbe molto più limpido applicare con rigore la legge Mancino del 1993, che riguarda tutti, contro ogni discriminazione e propaganda d’odio.

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