Israele, la democrazia passa dai voti arabi

Netanyahu rimonta ma resta senza maggioranza. L’opposizione può aprire ai partiti palestino-israeliani, mentre il Likud denuncia brogli senza prove.

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ANSA

Ora sì che si possono tirare le somme. Ora che lo scrutinio dei voti è ormai alla conclusione. L’interminabile spoglio ha marcato, ora dopo ora, la rimonta, che tutti i primi sondaggi post-voto davano per impossibile, di Benjamin Netanyahu. Ed è questa la prima verità che esce dalle urne (in un voto molto partecipato: il 77,7%, la più alta affluenza dalle elezioni del 1999, circa sette punti in più rispetto al 2022, con la crescita maggiore nelle città arabe): Israele non ha voltato le spalle a “King Bibi”. L’uscita di scena non è all’ordine del giorno.

Il suo Likud, quello che Netanyahu ha plasmato a propria immagine e somiglianza, si conferma, con 26 seggi, il primo partito alla Knesset, il parlamento israeliano. Al secondo posto si attesta Yashar, il partito centrista di Gadi Eisenkot, con 21 seggi. Sulla carta, il blocco pro-Netanyahu può contare complessivamente su 53 seggi; il variegato fronte anti-Bibi su 48. I due partiti palestino-israeliani (Joint List e Ra’am) vengono accreditati di 19 seggi. La Joint List è il terzo partito di Israele — in condominio con Together dei centristi Bennett e Lapid — con 12 eletti, un risultato storico.

Sulla carta il fronte anti-Netanyahu può contare su 67 seggi. Sulla carta. Perché la politica, soprattutto quella israeliana, non permette di sommare l’insommabile. Ciò è già chiaro nelle dichiarazioni di questa alba tormentata di Israele. Il leader dei Democratici (8 seggi), Yair Golan, ha dichiarato con nettezza che il “blocco del cambiamento” deve stringere immediatamente un patto di governo con i due partiti palestino-israeliani. «Non abbiamo futuro qui se non smettiamo di avere paura. E se non mettiamo fine al razzismo. Non possiamo più accettare la distinzione razzista di Netanyahu tra voti ebraici e arabi», ha affermato Golan in un post su X, aggiungendo che ora c’è «l’opportunità di formare un governo di cambiamento in collaborazione con i cittadini arabi di Israele».

Quella di Golan è una presa di posizione chiara, nobile. Ma che rischia di restare isolata nel campo dell’opposizione. Eisenkot, Bennett e Lapid, i leader dei partiti centristi, in campagna elettorale hanno sempre rimarcato la loro intenzione di dar vita a un governo ebraico-sionista e le timide aperture alla comunità palestino-israeliana (1,200 milioni, oltre il 20% della popolazione di Israele) non mettevano in conto alleanze con Joint List e Ra’am (6 seggi). Ahmad Tibi, presidente di uno dei partiti che compongono la Joint List, ha dichiarato mercoledì in un’intervista ad Army Radio che il risultato elettorale rappresenta un «trionfo storico per la popolazione araba». Ha aggiunto che, se non fosse stato per l’elevata affluenza alle urne nelle comunità arabe, «Netanyahu avrebbe potuto formare un governo da solo con la destra».

«L’altra parte può formare un governo — se lo vuole, se ne ha il coraggio», ha aggiunto Tibi, definendo inoltre Israele un’etnocrazia, che emargina la popolazione araba fin dall’inizio. «Noi della Lista Comune diciamo: tendiamo la mano a chiunque voglia cambiare la realtà, rovesciare il governo e spianare la strada a un governo diverso». La domanda, ha aggiunto, è «se dall’altra parte ci sia una mano tesa».

Annota con cruda amarezza Uri Misgav, tra i più accreditati analisti politici israeliani: «Il fatto è che Israele non è un paese normale, e la cosa peggiore è che abbiamo normalizzato questa situazione anomala. Israele non ha né una democrazia parlamentare né una democrazia presidenziale. Ha una democrazia razzista». In un Paese normale, i leader dell’opposizione prenderebbero atto che il blocco di destra ha perso 11 seggi (da 64 a 53), e ne trarrebbero le dovute, ragionevoli conseguenze. Se Israele fosse un Paese normale.

Certo, la politica è l’arte del possibile, ma in questo caso il “possibile” viene negato dalla presa di posizione di Avigdor Lieberman. Il leader di Yisrael Beiteinu (8 seggi) ha subito ribadito che lui con i partiti palestino-israeliani non vuole avere nulla a che spartire, né ora né mai. Per lui la Joint List è «il partito di Hamas». Il suo è un segnale a Netanyahu: vediamoci, trattiamo i posti. Ma, al momento, neanche i 7 voti dei “Russi” garantirebbero a Netanyahu la maggioranza, sia pure risicata, alla Knesset. La politica non può essere compressa dentro schematici ragionamenti contabili. Certo, la maggioranza degli elettori israeliani non ha incoronato Netanyahu. La maggioranza non ha votato per lui. Ma non è riuscita a mandarlo a casa (o in galera, visti i processi che pendono sulla sua testa).

Il parlamentare a cui verrà affidato il mandato avrà 28 giorni di tempo per formare un governo, con la possibilità per il presidente di concedere una proroga di 14 giorni. Se il candidato non riuscirà nell’impresa entro tale termine, o presenterà un governo che non otterrà l’approvazione della Knesset, il presidente potrà affidare il mandato a un altro candidato a seguito di una nuova tornata di consultazioni. Il secondo candidato avrà 28 giorni di tempo per formare un governo, senza possibilità di proroga.

Le grandi manovre politiche post-elettorali sono già iniziate. Il capo dello Stato, Isaac Herzog, incaricherà il leader del primo partito di avviare le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Dunque, l’incarico andrà a Netanyahu. Sarà ancora lui il player centrale della politica israeliana.

E lo sarà perché una parte della società israeliana ha visto in lui l’esatto contrario di ciò che ha visto l’opinione pubblica internazionale: un commander in chief valido, rassicurante, e non un criminale di guerra, un golpista, l’alimentatore principale dell’odio verso Israele propagatosi nel mondo dopo la mattanza di Gaza. Certo, potrebbe non farcela. L’opposizione potrebbe restare unita e allargarsi ai partiti palestino-israeliani. Ma i condizionali sono quanto mai d’obbligo. Gli altri leader centristi (Bennett e Lapid) non hanno ancora preso posizione, dopo che in campagna elettorale avevano escluso qualsiasi alleanza con i partiti arabi.

Sul fronte opposto, a sbarrare la strada alla prospettiva di un “governo di unità sionista” è Ben-Gvir. «Sarebbe un governo di paralisi», taglia corto. Ma il ministro-colono non ha granché da rallegrarsi. Il suo partito, Otzma Yehudit, e quello dell’altro capo dell’ultradestra, Smotrich, Sionismo Religioso, insieme hanno raccolto 13 seggi.

Netanyahu ha giocato abilmente su questo, mostrandosi lo strenuo difensore di un Paese che ha narrato come accerchiato da nemici, dicendo all’opinione pubblica ebraica: sono io a difendervi, contro tutto e contro tutti. E poco ha contato il fatto che il promesso annientamento di Hamas non è avvenuto; che la guerra all’Iran — che potrebbe riaccendersi dopo il midterm americano — non ha portato a un cambiamento di regime, ma al contrario a un suo rafforzamento sul piano interno e nel disastrato scenario mediorientale. Una parte dell’elettorato gli ha creduto.

Nella partita è entrato anche Donald Trump. «Quando il presidente Trump ha espresso il proprio sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione ha subito una svolta radicale e ora, anziché una sconfitta decisiva per un grande primo ministro, sembra che si sia arrivati a una grande rimonta che ha portato a una situazione di stallo, o addirittura a una VITTORIA per Netanyahu», ha scritto il tycoon sulla sua piattaforma Truth Social. Un endorsement che, stando a voci di Washington, porterebbe il presidente Usa a chiedere al suo sodale israeliano di sbarazzarsi degli impresentabili Ben-Gvir e Smotrich.

Nel suo complesso, Israele si presenta, il giorno dopo il voto, come un Paese diviso a metà, che non ha scelto un chiaro indirizzo per il proprio futuro.

Di storico, in questa sofferta tornata elettorale, c’è il massiccio afflusso al voto dei palestino-israeliani. Non è un dato numerico, e neanche solo politico. È molto di più. È la comprensione della drammaticità del momento attraversato dal Paese del quale i palestino-israeliani si sentono parte a pieno titolo e non cittadini di seconda-terza classe. Hanno votato in massa anche per i loro fratelli e sorelle palestinesi, e perché Israele non si trasformi definitivamente in una ferrea etnocrazia che discrimina i cittadini a seconda dell’appartenenza etnico-religiosa.

Una goccia di speranza, una prova di maturità democratica che va rimarcata. Non per consolarsi, ma perché quella comunità può essere importante, se non decisiva, nell’indirizzare il futuro di Israele. E se il blocco ebraico anti-Netanyahu si dimostrasse compatto e lungimirante, aprendo a una collaborazione con i partiti arabi, allora sì che per Israele sarebbe la svolta. Non solo politica ma identitaria. Sarebbe una prova di democrazia, di una democrazia compiuta, che è tale quando non discrimina e non nega a priori legittimità a una parte dei cittadini-elettori.

Le ombre restano ma non hanno oscurato del tutto un barlume di speranza. Annota Aluf Benn, redattore capo di Haaretz: «Alla democrazia israeliana è stata data una possibilità. Potrebbe non averne un’altra. Gadi Eisenkot deve ora convincere i suoi partner ad accettare la sua leadership, costruire un quadro di cooperazione con i partiti arabi e formare un governo. Netanyahu sa che molti israeliani che sono tornati appositamente per votare non lo rifaranno».

Questa chance va sfruttata. Non farlo sarebbe, questo sì, il suicidio di Israele. A chiarirlo, se ce ne fosse stato bisogno, è il partito di Netanyahu. Il Likud ha reagito ai risultati parziali delle elezioni, secondo cui i partiti arabi sarebbero in procinto di conquistare 19 seggi, accusandoli di aver “rubato” le elezioni e chiedendo che la polizia e i servizi di sicurezza dello Shin Bet indagassero sulle accuse, per le quali non ha fornito alcuna prova. E lo Shin Bet, guidato da un fan dichiarato di Netanyahu, si è subito attivato.

«Le elezioni nello Stato di Israele sono state rubate dai partiti arabi che sostengono il terrorismo e la distruzione dello Stato ebraico attraverso gravi reati penali, tra cui corruzione, minacce, violenza, frode e l’uso di software proibito per influenzare gli elettori», ha affermato il partito, aggiungendo che avrebbe presentato «centinaia di testimonianze e prove del furto elettorale in numerosi seggi arabi».

«Si tratta di un grave colpo alla democrazia israeliana e al diritto di voto dei cittadini israeliani», ha affermato il partito. «Le forze dell’ordine devono agire con fermezza e senza indugio». A capo della Sicurezza nazionale c’è Itamar Ben-Gvir. Che subito ha fatto sentire la sua voce: «Lo Shin Bet deve ordinare questa mattina l’arresto dei leader dei partiti arabi sospettati di essere coinvolti nei finanziamenti del Qatar, nonché di tutti gli altri indagati nel caso, compresi i membri dei Fratelli Musulmani e delle loro organizzazioni affiliate, a condizione che sussistano i presupposti legali per il loro arresto».

Ben-Gvir ha aggiunto: «Questo è un 27 ottobre politico!»

Il peggio non è ancora arrivato.

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