Israele, Ben-Gvir e la deriva che viene da lontano

Ben-Gvir non è una scheggia impazzita, ma il volto più esplicito di un sistema fondato sulla supremazia, sulla guerra perpetua e sullo svuotamento democratico.

Umberto De GiovannangeliApprofondimentiISRAELE
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ANSA

Israele non è un Paese à la carte. Dove prendi la “pietanza”, la parte, che più è consona al nostro palato, cancellandone le altre che non aggradano. Israele va raccontato nelle sue diverse sfaccettature e “tribù” (termine utilizzato dall’ex capo dello Stato (Likud) Rivlin), oggi in guerra tra loro.

In questa ottica, Itamar Ben-Gvir non può essere narrato come un perfido alieno calato da Marte su Israele. Itamar Ben-Gvir non è la mela marcia in un cesto di mele sane. Itamar Ben-Gvir non può essere liquidato come il “fascista d’Israele”, come se gli altri ministri che compongono il peggiore governo nei 78 anni della storia dello Stato ebraico fossero dei sinceri democratici, magari un po’ tanto di destra, ma democratici. Questa è una lettura di comodo di ciò che è Israele oggi. Una lettura che non coglie il punto essenziale, che il leader di Potere ebraico radicalizza, esibisce in modi volgari, indecenti, ma che non nasce né sarà rimosso quando, si spera il più presto possibile, la sua carriera politica volgerà al termine. Il punto è la deriva etnocratica di una parte, non so se maggioritaria, di certo molto significativa; è l’affermarsi di una psicologia di massa che ha disumanizzato l’altro da sé (il popolo palestinese in quanto tale e non solo i terroristi di Hamas).

Lo chiarisce molto bene Haaretz in un passaggio dell’editoriale dedicato alla vicenda della Flotilla e dell’esibizione di Ben-Gvir: «Ben-Gvir sarà anche più rozzo di altri, ma il suo comportamento è certamente in linea con le norme dell’Israele di oggi. La violenza e l’umiliazione degli attivisti davanti alle telecamere e alla presenza dei ministri è una vergogna che non si può nascondere. Uno Stato democratico non tortura né umilia i detenuti o i prigionieri. Il fatto che si tratti di attivisti per i diritti umani, cittadini di Paesi amici sotto la supervisione di funzionari governativi, non fa che aumentare la gravità del fatto...».

Ben-Gvir ha aperto la sua campagna elettorale. Una resa dei conti a destra. Quella che oggi è al Governo e quella che si è accomodata all’opposizione. Destre divise sul potere, non sulla visione d’Israele, sulla guerra, sulla soluzione finale della questione palestinese. La destra di Bennett, di Lieberman, di Gantz. Cambiano i toni, ma non la sostanza delle visioni e dei propositi. Nessuno vuole uno Stato palestinese, tutti concordano sul mantenimento degli insediamenti in Giudea e Samaria (i nomi biblici della Cisgiordania). È la destra dalle “mani pulite”, o quasi, a differenza di Benjamin Netanyahu.

Netanyahu ha dato un “buffetto” al suo ministro della Sicurezza nazionale per i suoi eccessi nel sequestro e nella detenzione degli attivisti della Flotilla. Eccessi che ledono l’immagine d’Israele all’estero. Niente più.

Di più Bibi non può e non vuole fare. Perché anche lui è in campagna elettorale e la conduce come il primo ministro della guerra perpetua, colui che ha raso al suolo Gaza e sterminato i gazawi, il commander in chief che ha lodato in diretta i commandos della Marina israeliana che hanno abbordato le barche della Flotilla in acque internazionali.

Cinquanta gradazioni di violenza. Ma, nella sostanza, la visione d’Israele di Itamar Ben-Gvir non si discosta da quella di Benjamin Netanyahu e viceversa. È la visione del “Grande Israele”, di chi considera i coloni pogromisti come eroi, i pionieri sionisti del Terzo Millennio. È la visione, per dirla con una definizione coniata da Thomas Friedman, tre premi Pulitzer, editorialista del New York Times: “Israele è uno Yad Vashem nucleare”.

L’Israele di Ben-Gvir è manifesto, radicato. Il problema è di chi non l’ha voluto vedere, raccontare, riducendo la destra di cui lui e Smotrich sono i leader a una minoranza ai margini della vita politica dell’“unica democrazia in Medio Oriente”. Tanto marginali da detenere ruoli chiave nel governo Netanyahu: ministro della Sicurezza nazionale, Ben-Gvir; ministro delle Finanze, Smotrich.

Annota, su Haaretz, Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem, l’Ong per i diritti umani israeliana: “Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, giustamente, suscitano profonda paura in molti israeliani. Ma la fantasia che le prossime elezioni consentiranno di metterli da parte e tornare a una forma familiare di apartheid, più pulita, più educata e meno imbarazzante a livello internazionale, non è solo un fallimento morale ma, soprattutto, un’illusione politica. Anch’io preferisco una forza di polizia che non sia guidata da un criminale razzista e sadico. Ma anche se Ben-Gvir e i suoi simili non fossero più al governo, ciò non significherebbe un ritorno alla “democrazia perduta”, ma al massimo una gestione più educata dello stesso sistema, governato dalla stessa logica.

Ben-Gvir e Smotrich non hanno inventato il regime di separazione e supremazia ebraica, semplicemente non se ne vergognano. Finché il discorso politico israeliano continuerà a vedere nella separazione e nella supremazia la soluzione, continueremo nella stessa direzione: più violenza, più distruzione e più rovina morale e fisica.

Il regime dell’apartheid sudafricano è sopravvissuto per 50 anni alimentando la paura e insegnando alla gente a non vedere la realtà che aveva davanti. Quelle forze operano anche qui, portando persino chi è inorridito dalla violenza e dall’oppressione insite in un regime del genere a credere che la propria sicurezza dipenda dalla separazione e dal controllo totale sulle persone etichettate come “altri”.

La resistenza al regime di apartheid israeliano viene troppo spesso liquidata come una fantasia, distaccata dalla realtà. Ma è vero il contrario: è una delle poche posizioni politiche e morali che sia ancora radicata nella realtà. Riflette anche la prospettiva di molti di noi che vivono tra il fiume e il mare. Non è una coincidenza che l’ideologia della separazione ci abbia portato a una Striscia di Gaza devastata dall’esercito israeliano, a una Cisgiordania che si sta disintegrando sotto la violenza istituzionalizzata di Israele e a prigioni israeliane trasformate in una rete di campi di tortura.

Continuare a promuovere un apartheid “pulito” e “liberale” non riparerà alla distruzione che abbiamo inflitto a questa terra e alla sua gente. Il primo passo nella lotta per il cambiamento è smettere di chiamare “democrazia” la separazione e la supremazia e chiedere un futuro che inizi vedendo gli esseri umani prima di ogni altra cosa”.

Gli fa eco, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, Zvi Bar’el, per esperienza, equilibrio, ricchezza di fonti documentali, tra i più autorevoli analisti d’Israele.

Rimarca Bar’el: “Netanyahu, l’imputato, malato, stanco, si rende conto che la sua guerra contro i veri nemici non è più sotto il suo controllo e ora sta conducendo un’altra guerra volta a perpetuare la dittatura che ha pianificato, avviato, organizzato e costruito.

Come in Iran e in Egitto, il ‘regime’ in Israele non sta solo smantellando brutalmente le istituzioni democratiche, schiacciando la magistratura, prendendo il controllo dei programmi scolastici, mettendo in ginocchio i media e coltivando una teocrazia ultranazionalista e fascista; sta anche perseguendo un obiettivo ben più pericoloso: cancellare la memoria collettiva dell’identità democratica di Israele, in cui sono conservati gli elementi necessari per ripristinarla.

La generazione più giovane di elettori israeliani non conosce nessun altro regime. I concetti civici di base le sono estranei e persino i confini legittimi dello Stato le sono sconosciuti. Anche la generazione più anziana fatica a ricordare come sia una vera democrazia.

È così che Netanyahu sta costruendo una nuova nazione, in cui, anche se i suoi leader cambiano, la sua memoria politica inizierà con lui. E potrebbe riuscirci. Perché in Israele la democrazia ha imparato a chinare il capo e a cercare riparo, mentre la dittatura lotta per la propria sopravvivenza, e lo fa in modo efficiente, rapido e violento”.

Ecco perché Itamar Ben-Gvir non è un fanatico isolato. Quanto alla diaspora ebraica, ai fautori di Eretz Israel, semplicemente non interessa, neanche come cassa di risonanza della narrazione di Israele sotto assedio, di guerre sempre e solo difensive e via giustificando. Per Ben-Gvir, ma anche per Netanyahu, per il sionismo revisionista religioso, gli ebrei “esistono” in quanto tali se compiono l’aliyah, se diventano cittadini dello Stato d’Israele, visto come unico luogo dell’ebraismo.

La nazione ebraica. In questa ottica, l’antisemitismo alimentato dalle sciagurate politiche belliciste del governo di Tel Aviv non è un problema ma, al contrario, l’opportunità su cui far leva per svuotare la diaspora.

Una grande questione irrisolta, che il 7 ottobre radicalizza ma non nasce quel tragico giorno. La storia dell’oggi pone un interrogativo che attualizza una questione che ha percorso i 78 anni della storia d’Israele dalla sua nascita come Stato “focolare nazionale ebraico”. Un interrogativo che Avishai Margalit, professore di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme, tra i più autorevoli politologi israeliani, ha sintetizzato così in un capitolo del suo libro Volti d’Israele (Carocci): Il sionismo: fallimento o tragedia?

Il libro, nella sua prima edizione italiana, è del marzo 2000. Ventisei anni dopo, la conclusione del capitolo è profetica.

Scrive Margalit: “Secondo me la tragedia del sionismo è il suo scontro finora inconciliabile con i palestinesi, che getta un’ombra lunga e scura sulle aspirazioni morali del sionismo. È un conflitto tragico perché è facile per tutte le persone di buona volontà rendersi conto della forza morale delle rivendicazioni di entrambe le parti. Tuttavia, non c’è parità morale. L’onere morale della prova è a carico di Israele, ovvero dell’incarnazione del sionismo. La ragione di ciò non è che agli ebrei si facciano richieste morali più elevate perché essi stanno su un piano morale più alto, ma, al contrario, perché esiste un’asimmetria tra il potere detenuto dagli israeliani e dai palestinesi. L’avere così tanto potere in più pone a Israele un obbligo morale aggiuntivo”.

Annota Lucio Caracciolo nell’editoriale del volume di Limes “La notte di Israele” (9/2024): “Israele sta combattendo con successo la sua guerra di autodistruzione. Nelle parole del generale Udi Dekel, a un anno dalla mattanza del 7 ottobre: ‘È evidente che la leadership israeliana vede all’orizzonte solo la guerra perpetua. Il conflitto in corso beneficia solo i nemici di Israele e si allinea alla strategia iraniana che promuove la guerra di attrito contro Israele fino al suo collasso finale’.

Deriva suicida – rimarca Caracciolo –. Votata all’annientamento del Nemico – l’Iran e la sua costellazione imperiale – travolgendo tutti e chiunque si frapponga tra sé e Amalek. Archetipo biblico del Male, proditorio aggressore degli israeliti, che l’ortodossia ebraica impone di distruggere. Identificato ieri con Hitler, oggi con l’Iran e terroristi arabi associati, su domani accettiamo scommesse.

Benjamin Netanyahu conferma, rivolto ai soldati: ‘Ricordate quel che ci ha fatto Amalek!’. Mentre battezza Operazione Spade di Ferro la rappresaglia senza limiti scattata contro Gaza ed estesa a sempre nuovi fronti. Siamo al primo Libro di Samuele. Per ricordare che ‘da migliaia di anni il fondamento dell’esistenza del popolo ebraico è stato la lotta costante per le nostre vite e per le nostre libertà’. Da Giosuè a Bibi, i soldati dell’eterno Israele si certificano eternamente belligeranti [...] La guerra perpetua eretta a plurimillenaria identità nazionale, poggiata sul verbo del Dio furioso, della Bibbia ebraica dove il termine ‘guerra’ ricorre 310 volte, esclude per definizione la pace. Il destino dell’israeliano non è più di vivere con il fucile al piede, ma sempre in mano...”.

Incalza Stefano Levi Della Torre, tra le più autorevoli voci critiche della diaspora ebraica italiana ed europea: «Nella tradizione ebraica Amalek è il nemico assoluto, perciò votato al genocidio (donne e uomini e bambini e animali ed alberi secondo il primo libro di Samuele). Lungo la storia, Amalek si sarebbe successivamente presentato in molte forme, in particolare nell’impero di Roma e infine nella Germania di Hitler. Nella dottrina Netanyahu, Amalek-Hitler non è solo Hamas ma tutta la gente di Gaza, donne, uomini e bambini, imputati di connivenza collettiva con Hamas, e ciò significa due cose: volerne artificialmente sopravvalutare la potenza e la minaccia per l’umanità, e quindi giustificarne lo sterminio».

L’Israele di Netanyahu, Smotrich, Ben-Gvir ha radici profonde. Disconoscerle o minimizzarle non aiuta a comprendere l’Israele nella sua complessità. E, soprattutto, non si fanno i conti – dolorosi ma necessari per chi si considera davvero amico d’Israele e del popolo ebraico – con quella deriva messianico-bellicista che può portare, se avrà la meglio sull’Israele resiliente, a “Il suicidio d’Israele”, titolo del bellissimo libro di Anna Foa.

Annota ancora il direttore di Limes: «C’è una ragione indicibile che spinge Israele a rischiare il sacrificio di sé. Il terrore della guerra civile. La guerra esterna serve quantomeno a rinviarla. Nell’equazione bellica non sono considerate le ricadute sulla diaspora, minacciata in terre infedeli e talvolta complici dalla furia antisemita, sequenza ultima dell’antisionismo predicato anche da una minoranza ebraica. Si nega così il principio stesso dello Stato di Israele protettore di tutti gli ebrei. Il suicidio è già mezzo compiuto».

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