Islanda, il limite della sovranità a metà
Il No alla riapertura dei negoziati con l’UE lascia intatto il compromesso islandese: molta integrazione senza adesione. Ma in un mondo multipolare, restare formalmente più sovrani può significare contare sempre meno.

ANSA
Quando sabato gli islandesi sono andati a votare, il rapporto con l'Europa era già parte della loro vita quotidiana. L'Islanda è nel mercato unico e in Schengen, e recepisce centinaia di norme europee. Il punto è cosa Reykjavík ha scelto di tenere fuori, a cominciare dalla moneta e dalla pesca. La mappa del voto lo mostra: la capitale ha scelto di riaprire i negoziati, mentre fuori ha prevalso il No, più netto nelle aree costiere, dove la pesca pesa molto più della media nazionale. Vale circa il 6,5% del PIL, ma quasi il 40% delle esportazioni di merci. Il Paese si è diviso quasi a metà: 52,8% di no contro 47,2% di sì.
È un equilibrio costruito nel tempo. Reykjavík può incidere nella preparazione di molte regole europee, ma quando quelle decisioni diventano politiche dell'Unione non dispone del voto di uno Stato membro. Conserva autonomia nei settori nazionali più sensibili, ma conta meno dove l'integrazione è già profonda. Sabato ha lasciato intatto il compromesso: si votava solo per riaprire i negoziati e qualsiasi accordo sarebbe tornato agli elettori con un secondo referendum. La tentazione di usare l'Europa solo quando conviene riguarda anche chi è già nell'Unione, come mostrano le reazioni opportunistiche della destra populista al voto islandese. Mercato, opportunità e libertà comuni piacciono a tutti; quando però arriva il momento di condividere davvero il potere, ricompaiono confini e veti. Il problema è che questo gioco funziona sempre meno in un mondo sempre più brutale e multipolare.
Si può continuare a difendere gelosamente la propria sovranità e accorgersi, alla fine, di non avere più da soli la forza necessaria per esercitarla.
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