Io c’ero. Una storia della sinistra romana

Da Centocelle a San Lorenzo, testimonianze e racconti intrecciano lotte operaie, movimento studentesco e trasformazioni del PCI nella stagione che cambiò l’Italia.

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ANSA

Il civico 73 di via dei Latini, a San Lorenzo, si trova in un palazzo costruito negli anni Cinquanta al posto di un edificio bombardato il 19 luglio 1943 (come racconta padre Libero Raganella in un suo libro di memorie, tra le macerie vennero raccolti più di cinquanta morti, il più alto numero di vittime per un solo palazzo di quel giorno infame). Nel febbraio del 1961 i comunisti del quartiere vi inaugurarono la sede della loro sezione, una sede moderna e ampia, che faceva angolo con via dei Marsi, che contribuì a progettare Remo Vettraino. Quando arrivò Togliatti per l’inaugurazione ufficiale, fu montato un palco in fondo alla strada: le foto mostrano una folla che aveva invaso tutta via dei Latini e arrivava fino alla via Tiburtina.

Lo scioglimento del PCI a seguito della svolta della Bolognina portò anche alla divisione, tra l’altro, dei locali: una parte fu affidata al PDS (poi ai DS e infine al PD) e un’altra, a cui si accede dal civico 73, a Rifondazione Comunista, che a San Lorenzo aveva ottenuto circa il 70% dei voti degli iscritti. Oggi in quello spazio c’è una sezione di Sinistra Anticapitalista (prima c’era stata Sinistra Critica) che è riuscita, con grandi sacrifici, sottoscrizioni pubbliche e cene sociali a comprare la propria parte di sede, nel frattempo messa in vendita dalla Fondazione che gestiva i beni dell’ex PCI.

Il 27 aprile scorso, due giorni dopo una Festa della Liberazione partecipatissima, la sezione si è riempita di persone, giovani ma anche meno giovani, che in questi anni hanno garantito la presenza di una militanza di sinistra a San Lorenzo, un quartiere che ha una lunga e articolata storia popolare in cui è stratificata una parte importante della memoria dell’antifascismo romano ma anche italiano. L’occasione è stata l’iniziativa di un gruppo di compagne e compagni, variamente dislocati tra le diverse forze politiche e anime della sinistra, che ha deciso di sperimentare un format nuovo: un po’ teatro, un po’ show televisivo (con l’ausilio di filmati, musiche e di un allestimento minimo ma molto efficace), un po’ semplice scambio di esperienze, con l’obiettivo di raccontare, con una prospettiva particolare, alcuni momenti significativi della storia dei comunisti romani (ma, per alcune dinamiche rappresentate, potremmo dire anche italiani) dagli anni Sessanta fino alla fine degli anni Ottanta, partendo dalle testimonianze di alcuni dei protagonisti. L’iniziativa è stata pensata come un ciclo itinerante di incontri dal titolo Io c’ero (come l’omonimo libro a cura di Pino Santarelli uscito nel 2023) e la prima “puntata” è stata dedicata alla prima metà degli anni Sessanta.

Il racconto è iniziato proprio con una testimonianza di Santerelli: il 6 novembre 1961, per protestare contro gli aumenti esponenziali dei biglietti della STEFER (la società che gestiva le ferrovie che collegavano i piccoli paesi della provincia e le borgate a Sud di Roma con il centro della città), lui e altri giovani iscritti alla sezione della Fgci di Centocelle avevano deciso di bloccare, di prima mattina, un punto nevralgico della linea in modo da provocare il blocco totale del trasporto in tutto il quadrante, impedendo il passaggio dei treni, ma anche dei bus. In poco tempo, il blocco si era trasformato in una manifestazione di circa 20 mila persone: ai ragazzi che si erano piazzati di fonte ai treni, si erano man mano aggiunti i passeggeri colpiti dall’aumento delle tariffe, cioè i lavoratori e le lavoratrici che tutte le mattine, alzandosi all’alba, erano costretti a viaggiare con la STEFER per andare al lavoro a Roma, altri compagni nel frattempo avvertiti e accorsi a dare man forte, ma anche gli abitanti stessi del quartiere. Le forze dell’ordine vennero immediatamente allertate per disperdere la folla e ne era conseguito uno scontro durato fino al pomeriggio inoltrato, conclusosi con centinaia di feriti da ambo le parti e una sessantina di arresti, tra i quali Sergio Boccuccia che la mattina, di fronte alla folla che si era a un certo momento formata, aveva tenuto un improvvisato ma straordinario comizio. Il giorno seguente, Il Messaggero dava conto, in prima pagina, di “gravi incidenti” e “violenti scontri” verificatisi a Centocelle tra polizia e manifestanti. Paese Sera precisava “Brutali cariche della polizia” contro i dimostranti a Centocelle. La sera prima, in ogni modo, c’erano stati scioperi della categoria dei ferrovieri in solidarietà con la popolazione del quartiere e nei giorni successivi altri blocchi vennero organizzati in altri punti delle linee in gestione alla STEFER.

Ancora forse più interessante è il seguito del racconto di Santarelli. La sera stessa, l’intera sezione di Centocelle venne redarguita da Enzo Modica e Claudio Petruccioli, della Federazione romana che aveva definito “avventurieri” i giovani che avevano provocato il blocco. La sezione reagì compatta mandandoli a quel paese. Paolo Bufalini, allora segretario della Federazione romana, dovette ricucire i rapporti e per farlo inviò a Centocelle Aldo Natoli. Pino Santerelli fu tra coloro che, nel 1969, lo seguì nel gruppo de Il Manifesto.

Questa storia, apparentemente minore tra le tante avventure della sinistra italiana, è invece assai significativa perché indicava un fermento di classe alla ricerca di una modalità di “organizzazione del pessimismo”, per prendere in prestito una citazione di Walter Benjamin, che si confrontava in maniera dialettica anche con le strutture istituzionali del PCI che si trovava esso stesso di fronte a una società in rapidissima trasformazione, a seguito di un’accelerazione industriale che aveva portato l’Italia a collocarsi tra le prime sette potenze industriali del mondo. Se questo, da un lato aveva consolidato la coscienza di classe, fortificando le file del partito e del sindacato, dall’altro aveva avuto un prezzo che i lavoratori stessi pagavano, poiché lo sviluppo economico non arrivava ovunque allo stesso modo. A titolo di esempio, la trasformazione urbanistica della città di Roma (e dell’Italia intera) era stata anche il sacco di Roma, come si era espresso l’architetto Italo Insolera; il boom edilizio era stato anche l’apice (nel 1963) delle morti sul lavoro degli edili, circa 4000.

E infatti, il secondo episodio raccontato il 27 aprile riguarda proprio lo sciopero degli edili dell’ottobre 1963, in risposta alla serrata che il patronato, malgrado i guadagni mirabolanti, aveva opposto alle richieste di condizioni di lavoro più dignitose che i lavoratori della categoria avanzavano (rispetto dei contratti, tutela della sicurezza). Angelo Fredda ricorda la manifestazione che si era tenuta a piazza dei SS. Apostoli, sotto la sede del padronato di categoria. Fu arrestato, insieme a Luciana Castellina (accorsa da Botteghe Oscure dopo aver sentito le sirene della polizia) che pure ha raccontato la sua testimonianza, soffermandosi sui successivi processi, e in particolare su quella che le era immediatamente parsa una giustizia di classe, che aveva gioco facile di fronte a lavoratori spesso analfabeti, in difficoltà a parlare in italiano e dunque impacciati nel racconto dei fatti. Fredda, che peraltro sulla camionetta della celere si incontrò con il padre, segretario della FILLEA (sindacato degli edili) di Roma e provincia anche lui arrestato, racconta che per lui fu la prima manifestazione in cui aveva avuto coscienza della lotta di classe: una battaglia non corporativa, in cui gli edili, che non facevano parte di una categoria di operai specializzati o caratterizzata da una consolidata attività di lotta, non chiedevano solo i legittimi aumenti salariali, ma anche di avere voce in capitolo su come costruire o come fare fronte alle carenze abitative della città: insomma, era una visione del mondo che chiedeva di essere rappresentata.

Pino Santarelli, Angelo Fredda, Luciana Castellina, ma anche Silvia Calamandrei e Alberto Olivetti (testimoni dell’ultimo episodio raccontato in questo primo incontro) erano tutti giovani cresciuti dentro e nel “partito Nuovo”, nato dopo la svolta di Salerno, fortemente voluto da Palmiro Togliatti, il cui funerale viene evocato come uno snodo essenziale di tutta questa storia, il momento in cui viene avvertito che il legame con l’origine, garantito dall’avventura politica di quello che era stato durante la clandestinità il compagno Ercoli, si spezza. Ma già a ridosso della morte di Togliatti qualche cosa aveva iniziato a scricchiolare: non erastato proprio un caso la contestazione che il segretario aveva subito all’università di Pisa nel 1964, quando un giovane Adriano Sofri gli aveva rinfacciato di non aver provato a fare la rivoluzione incalzando poi “Lo farò, lo farò” di fronte a Togliatti che aveva provato a rispondere “Provaci tu, a farla, se sei capace”.

E infatti lo strappo arrivò e si consumò con il movimento studentesco che inventò nuove parole d’ordine, nuovi slogan, nuove nozioni, persino nuove esigenze e indicò, per un momento, nuovi orizzonti la cui alba ci è stata raccontata da Alberto Olivetti e Silvia Clamandrei. Olivetti, in particolare, nel 1966 era il Segretario del consiglio studentesco di facoltà e capolista della lista dei candidati al rinnovo delle cariche per le quali si sarebbe votato il 27 aprile 1966, il giorno in cui morì, a seguito di un’aggressione squadrista (una delle tante aggressioni squadriste che scandivano la vita della città universitaria a Roma), il giovane studente Paolo Rossi. La mobilitazione che ne seguì (che portò alle dimissioni dell’allora rettore) fece scoprire, come ha raccontato Calamandrei, un mondo in cui le studentesse e gli studenti si erano ritrovati soggetti politici, disposti a travalicare la disciplina e i meccanismi decisionali che fino a quel momento avevano organizzato le rivendicazioni, le lotte, le proteste all’interno delle maglie del PCI.

Le persone chiamate a testimoniare in questo 27 aprile 2026 hanno, ciascuna, una propria e personale storia, a volte intrecciata con quella del PCI per tutto il suo corso, altre volte maggiormente articolata con il più vasto orizzonte della storia della sinistra italiana. Perché di fatto ad emergere dal racconto è una storia della sinistra plurale, fatta anche di contraddizioni, di tensioni (tra tutte, l’espulsione del gruppo de Il Manifesto che ha segnato molte delle figure chiamata a parlare del loro percorso) ma in cui le istanze più libertarie, innovative, rivoluzionarie che maturarono anche fuori dal partito riuscirono a farsi rincorrere, a portare avanti la società, a farle fare un balzo che la politica fu in grado di raccogliere e tradurre, consegnandoci, attraverso questa dinamica, uno dei decenni più straordinari della nostra storia politica, che va dall’approvazione dello Statuto dei lavoratori all’istituzione del servizio sanitario nazionale, passando attraverso le conquiste del femminismo, l’introduzione del divorzio, l’istituzione dei consultori familiari, la riforma del diritto di famiglia, la depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza, una prima legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare e solo per citare le prime cose che vengono in mente anche al più sprovveduto degli osservatori.

Per certi versi, ascoltando Pino Santarelli, Angelo Fredda, Luciana Castellina, Silvia Calamandrei e Alberto Olivetti, accompagnati dalla voce narrante di Pasquale d’Aiello (presidente del Consorzio Sperimentazione Immagine che si è impegnato a costruire la sceneggiatura, anche attraverso il recupero e il montaggio di materiali di repertorio), è come se si ascoltasse un’unica voce attraverso cui risuonano diverse storie che ne costituiscono una sola. Ognuno di loro ha raccontato una vita che comprende “non solo la propria esperienza, ma non poco di quella degli altri”, (per riprendere ancora una volta Walter Benjamin e le sue riflessioni sulla narrazione), ma anche una vita che è, di ciascun, il “proprio talento” perché ciascuno in essa ha racchiuso e lasciato correre il corso del mondo.

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