Intervista al regista Toni d'Angelo: «Mio papà era la voce di un popolo che non aveva speranza»

Dal documentario “Nino – 18 Giorni” emerge il ritratto intimo di Gaetano D’Angelo: il padre, l’artista e il simbolo di una Napoli popolare. Toni racconta il conflitto generazionale, l’eredità familiare e il cinema come ricerca delle proprie radici.

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ANSA

Toni D’Angelo è un regista che ha fatto la gavetta. Che conosce il cinema come pochi e che è partito da zero. Nonostante sia il figlio di Nino, che a Napoli porterebbero in processione come San Gennaro. Non ha voluto scorciatoie, ha studiato e negli anni ha diretto film molto importanti come “Falchi” con Fortunato Cerlino, Michele Riondino e Pippo Delbono. Oppure il remake di “Milano Calibro 9” con Marco Bocci e Barbara Bouchet.

Adesso è nelle sale con un documentario atipico, questo “Nino - 18 Giorni” dove racconta le origini della propria famiglia.
Ed esce la figura non solo di Nino il cantante, anche quella di Gaetano. Ovvero il papà. E del figlio Toni con cui inevitabilmente ha un conflitto generazionale. Un Gaetano che ama Napoli ma che dopo due agguati della camorra dove spararono sulla sua casa prende la famiglia e con dolore si trasferisce a Roma. Un Gaetano che già da bambino sognava di fare il cantante e non voleva seguire le orme della famiglia in un negozio di scarpe a Casoria. Un film documentario pieno di emozioni, che in fondo conferma una verità che non a tutti va a genio: La voce di Nino è la voce di un intero popolo che non ha speranza, che vive una vita difficile in una Napoli che non sfama tutti i suoi figli. Ma Nino D’Angelo invece c’è riuscito diventando in qualche modo ad essere quel lume di speranza di tutta una popolazione. Perché oltre al Nino che tutti conosciamo col caschetto pop corn e patatine oggi c’è un cantante “Politico”. Le sue canzoni sono denuncia, urla di dolore. “jamme Ja”, “O schiavo e o re”, “ A storia ‘e nisciuno “ non hanno nulla da invidiare ai canti popolari degli anni 60 o ai cantautori impegnati del decennio successivo. “Il resto so sule parole, nu telecomando e ‘na televisione”.

Toni Perché un film sui primi anni di Nino D'Angelo?

Perché, come dice il titolo, chiaramente, 18 giorni, io ho cercato di trovare un modo originale per poter raccontare la storia di mio padre ma soprattutto la storia mia e rendere questo film un film universale che non fosse solo un biopic. Anche perché il figlio che fa il biopic del padre non mi piaceva. Per cui ho fatto diventare il film un film soggettivo, raccontato da me e per farlo sono dovuto andare alla ricerca di quando mio padre io non l'avevo mai conosciuto. Per cui parto dai 18 giorni che sono i 18 giorni in cui io e lui non ci siamo mai conosciuti dalla mia nascita perché era in tout e approfittare di quella mancanza per poter andare a curiosare e capire chi era quel ragazzo che per 18 giorni non ho conosciuto e che poi sarebbe diventato, anzi era già diventato ufficialmente dal punto di vista personale mio padre. E quindi ho iniziato da là, avevo bisogno di conoscere meglio le mie radici e le radici di mio padre per capire anche chi sono io oggi e perché sono così.

Nel film hai voluto anche raccontare il “Gaetano però”.

Certo. Di conseguenza chiaramente, per me mio padre è Gaetano, quindi il film è come se avesse due linee, la linea Nino che è la linea biografica dell'artista e poi la linea Gaetano che è la linea di mio padre, di chi era da ragazzino e chi è oggi, chi è stato anche durante il suo più grande successo, gli anni 80 e 90. Quindi ho cercato di rendere Nino una persona normale per tutti. Una persona come tutti.

Nino è la voce di Napoli?

E’ il risultato del percorso di un ragazzino nato per non avere nulla dalla vita, per dover combattere, eccetera. Insomma, è come Billy Elliot nel film. Grazie al talento e alla fortuna è diventato la voce non solo di Napoli, ma la voce proprio di un popolo, di un sottoproletariato che aveva bisogno di un esponente che in qualche modo facesse giustizia, tra virgolette, nei loro confronti.

È un po' come Diego Armando Maradona.

Eh, infatti lo metto nel film. È un po' come lui, chiaramente sono due cose diverse, ma dal punto di vista della storia, della vita, si assomigliano molto! Nascono nel nulla e diventano non solo dei grandi, uno è un artista del calcio, l'altro è un artista della musica, però diventano non solo dei personaggi famosi, come dire… Ma diventano proprio i portatori, i difensori di un certo tipo di classe sociale. E questo poi li ha resi grandi, al di là del talento, li rende poi estremamente anche politici come personaggi.

Una specie di Masaniello che ce l'ha fatta.

Eh sì, infatti lui lo dice nel documentario. C'è una risposta bellissima che dà a Red Ronnie quando dice che a Sanremo, se vincessi Sanremo sarebbe una cosa bellissima, perché sarebbe come Masaniello che vince la guerra.

Prima il film è stato presentato a Venezia, poi sei stato ai David di Donatello. Te l'aspettavi tutto questo successo?

No, assolutamente no. Non me l'aspettavo e forse è stato ancora più emozionante proprio per questo motivo. Comunque è un film musicale, un film biografico, un film molto personale, per cui le aspettative erano non così alte. Poi per fortuna ha avuto questo percorso. Siamo stati pure a Rotterdam, al festival di Rotterdam. Il film è stato venduto un po' ovunque nel mondo, quindi sono estremamente contento.

All'epoca i film di tuo padre erano considerati dei B-movie. Oggi c'è stata una riscoperta, ma se andiamo a vedere erano davvero dei film di autore, perché comunque erano tutti grandi artigiani del cinema.

Sì, assolutamente. Ma dei giganti, tra l'altro. Poi è così la vita anche del cinema. Un cinema considerato alto, a prescindere, e poi c'è un cinema considerato sempre inferiore, minore, che poi è quel cinema che dà linfa e che permette anche di finanziare i film dei grandi autori. Poi specialmente in quegli anni là, gli anni Ottanta, c'erano tutti i grandi registi che venivano agli anni Settanta, tutti gli artigiani del cinema, che non facevano solo film super intellettuali, ma che si mettevano a servizio anche di film commerciali, come quelli di Nino D'Angelo. Decisamente sì, non erano film di serie B, ma per me non esiste proprio cinema di serie B. Anzi, molto spesso amo di più quelli che consideravano i film di serie B. Perché per me il vero cinema è quello. Polselli, Tano Boccia, Fizzarotti sono registi oggi dimenticati, che invece quando vai a vedere trovi davvero l'artigianato che valeva. Ma sì, ma se pensi a Dario Argento, il primo artigiano, il primo grande autore, che era proprio l'artigiano ed è rimasto tale e che poi è copiato in tutto il mondo, è citato e copiato in tutto il mondo. Da questo punto di vista siamo sempre stati migliori, c'è poco da fare.

Nel film parli anche di uno scontro un generazionale con tuo padre, a un certo punto diventi metallaro. Come mai?

Sì, è uno scontro personale che penso qualunque figlio in qualche modo ha con un padre, è legato proprio al percorso di vita.
Quello è un po' una reazione a parte dal papà che ci deve essere in qualche modo, secondo me. Io lo vedo pure dai miei figli, quando li vedo ribelli vedo che ho la sensazione che abbiano qualcosa da dire, che stiano cercando la loro strada ed è giusto che sia così. Poi io c'avevo in più questo peso dovuto al giudizio degli altri che chiaramente non è facile da affrontare, per cui sono diventato un metallaro vero, che però poi col tempo e crescendo ho imparato non solo ad amare mio padre ma ad amare anche quello che ha fatto e soprattutto quello che ha fatto dopo, diventando anche un grande stimatore.

Da figlio invece il cambiamento da Nino col caschetto al Nino cantautore. Come l’haivissuto?

L'ho vissuto bene chiaramente e l'ho vissuto un po' di pari passo a quello che ha fatto la critica, cioè io ero estremamente snob nei suoi confronti come artista, volutamente, non era una cosa ragionata, era proprio che io dovevo essere contro perché non mi deve piacere. Perché sì, perché io sono diverso, perché a me piace altra roba, poi però di pari passo a quello che ha fatto poi la critica ho avuto una rivalutazione, specialmente il periodo in cui ho vissuto a Bologna, al Dams di Bologna, dove iniziavo a un mio percorso personale di approfondimento culturale sul cinema, la musica eccetera e iniziavo a rendermi conto di che in realtà mi sbagliavo , in realtà ero prevenuto e che un personaggio come Nino D'Angelo meritava di essere approfondito e rivalutato, che poi a me neanche piace la parola rivalutare. In qualche modo mi sono involontariamente accodato alla critica, poi mi resi conto che mi ero messo pure io nel calderone di quelli che rivalutavano. Per cui non ero più così originale neanche io.

Qual è la differenza invece in questi mesi con cui hai dovuto lavorarci, quindi non più padre figlio ma regista e attore, come è stato? Si è invertito anche il ruolo, in genere è il papà a casa che comanda, come l'hai vissuta umanamente?

È stato bello, è quello che è il mio lavoro, ci sono delle cose che magari non sarei mai riuscito a dirgli invece quando fai lavori fai sul serio . È stata l'occasione, non per ricucire perché poi alla fine non abbiamo mai litigato, più altro io per aprirmi e riuscire a dire cose su di lui importanti che sentivo ma che non avevo avuto l'opportunità di dirgli ma anche il coraggio di dirgli. Per cui è stato è stato bello, è stato come dire, ho avuto la fortuna di vivere il mio lavoro come sarebbe giusto che un regista lo vivesse, avere anche una crescita io personale.

Ti ha aiutato a capire un po' anche la storia della tua famiglia? Della tua famiglia intesa come tutta? Nonni, zii, eccetera?

La famiglia d'Angelo sì, ho capito la famiglia d'Angelo ma ho capito me, ho capito mio padre, mia madre, mio fratello, ho capito i miei zii, i miei nonni, ho messo tutto insieme e alla fine mi sono reso conto che, come dire, essere padri significa necessariamente fare i conti con le proprie radici, E come io in questo film faccio i conti con la mia radice personale che è mio padre, mi sono reso conto che poi mio padre in qualche modo ha dovuto fare i conti con la sua di radice Con San Pietro a Patierno, suo padre, suo zio, suo nonno e quindi questo film alla fine racconta questo, racconta che senza le radici lui non sarebbe mai arrivato dov'è. E io oggi non avrei avuto la fortuna di poter anche capire me stesso.

L'ultima domanda è un ricordo di Gaetano Di Vaio

Gaetano Di Vaio per me non è stato solo un amico, Gaetano è stato un fratello e questo film se esiste, cioè se io ho preso il coraggio di farlo, l'ho fatto perché Gaetano ha insistito per anni, mi faceva telefonate notturne in cui insisteva che io dovevo fare un film, telefonate meravigliose di Gaetano che mi chiamava di notte. Purtroppo è scomparso nel momento in cui avevamo deciso di farlo insieme e quindi mi sono sentito anche in dovere di ringraziarlo a fine film perché veramente senza di lui questo film non sarebbe veramente mai esistito.

Si Di Vaio È un'altra figura come tuo padre e Maradona?

Sì, sì decisamente, chiaramente in maniera diversa perché i percorsi sono diversi, però Gaetano a Napoli è stato qualcosa di rivoluzionario dal punto di vista cinematografico, ha prodotto film che non sarebbero esistiti, vedi “La Bas”, faccio un esempio di Guido Lombardi, cioè Gaetano è stato una rivoluzione nella produzione cinematografica napoletana e adesso manca tanto e credo che se ne stiano tutti accorgendo, soprattutto gli autori che non trovano un riferimento produttivo che li accompagnano nei loro progetti.

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