Intervista agli Inti-Illimani Historico:«La musica tiene vivi i sogni e il senso di comunità»
Horacio Salinas e Horacio Durán Vidal raccontano l’esilio in Italia, il legame con Roma, il Cile di oggi e quasi sessant’anni di musica e impegno.

ANSA
C’è un filo invisibile ma indistruttibile che unisce Santiago del Cile a Roma, le vette delle Ande ai vicoli di Genzano. È un filo fatto di canzoni, di passioni e di una ferita della storia che la musica ha trasformato in eterna bellezza. Cinquant'anni fa, la dittatura di Augusto Pinochet cercò di mettere a tacere la voce di un intero popolo. Oggi, quella stessa voce continua a risuonare con la stessa immutata freschezza.
Nati nel 1967 tra le aule dell'Università Tecnica dello Stato a Santiago, gli Inti-Illimani divennero rapidamente la colonna sonora e il manifesto culturale della Nueva Canción Chilena. Quella stagione straordinaria fu guidata dal sogno del socialismo democratico di Salvador Allende e incarnata dal genio poetico di Víctor Jara, il cantautore brutalmente assassinato nei giorni del golpe del 11 settembre 1973. Gli Inti-Illimani cantavano il riscatto degli ultimi, unendo la ricerca filologica sugli strumenti tradizionali andini — come il charango, la quena e lo zampoña — a un messaggio universale di giustizia sociale.
Il colpo di stato li sorprese in Europa, dando inizio a un lunghissimo ed emozionante esilio in Italia, durato fino al 1988. Nel nostro Paese, la band cilena non trovò solo un rifugio politico, ma una vera e propria seconda patria. Accolti con enorme solidarietà dal Partito Comunista Italiano e dagli intellettuali delle riviste storiche come Rinascita, i musicisti impararono a vivere, amare e persino a cucinare "all'italiana", crescendo qui i propri figli e lasciando un segno indelebile nella cultura nostrana. In vista del loro imminente e attesissimo ritorno a Roma (il prossimo 10 settembre al Parco Schuster), abbiamo avuto il privilegio di raccogliere le parole di due colonne portanti della band: Horacio Salinas e Horacio Durán Vidal, oggi anime degli Inti-Illimani Histórico.
Nelle interviste che seguono, i due musicisti aprono il libro dei ricordi, tra il profondo mistero poetico che rende i loro brani ancora oggi degli inni di piazza "sempre verdi" e l'amore mai spento per la cucina e le vicende italiane. Ma non c'è solo spazio per la nostalgia: con lucidità e passione, Salinas e Durán Vidal analizzano il presente, offrendo uno sguardo critico sulla complessa e preoccupante situazione politica attuale del Cile, senza mai perdere quella "testarda ostinazione" e quella fiducia nei giovani che, ieri come oggi, spinge a lottare per i diritti, per la comunità e per la democrazia.
Horacio Salinas
1. Una storia importante, la vostra. Una storia conosciuta in tutto il mondo. Come mai siete ancora così amati?
Importante, senza dubbio. Pensa: si tratta di una passione che, fino a oggi, ha riempito di senso la nostra stessa esistenza. Non è poco. Va anche detto che abbiamo girato mezzo mondo per farci ascoltare! E scusateci se, a volte, la nostra insistenza è stata esagerata.
Quanto alle ragioni dell’affetto verso il gruppo, non è un mistero che gli artisti stessi possano svelare con facilità. È un mistero nel suo significato più poetico. Credo, però, che abbia rafforzato profondamente la nostra creatività e la nostra stessa vita durante gli anni dell’esilio, quando vivevamo quasi sospesi tra il cielo e la terra.
2. La vostra è una musica folk, etnica. Eppure ha sempre parlato a tutti.
Ah, è un’osservazione interessante. Dopo tanto tempo, abbiamo la sensazione che alcuni nostri brani stiano acquisendo una certa atemporalità: restano lì, sospesi, «sempreverdi», come dite voi. Ed è magnifico.
Forse la nostra musica rispetta quella frase che ho sentito pronunciare dal poeta Ungaretti a proposito della verità nella poesia: perché sia autentica, deve contenere un segreto.
Nel 1983, dopo una nostra esibizione al Kennedy Center di Washington – quello che Trump ha quasi distrutto –, un giornalista scrisse sul Washington Post di aver ascoltato un gruppo cileno chiamato Inti-Illimani, capace di proporre una specie di «folclore di un Paese immaginario».
3. Avete vissuto per molti anni in Italia. Considerando il vostro passato, vi sentite un po’ romani?
Assolutamente. Non so quanto lo siano gli altri, ma io non posso fare a meno di leggere ogni mattina i titoli di Repubblica! Le vicende italiane continuano a far parte della nostra curiosità.
Devi pensare che io sono arrivato a Roma a 22 anni e me ne sono andato a 37. Ho vissuto una fase trascendentale della mia vita in mezzo alle vostre vicissitudini. Ho imparato a costruire una famiglia – che è ancora quella di sempre – e, cosa sublime, ho scoperto alcuni segreti della cucina romana...
4. Le vostre canzoni sono ancora oggi degli inni e vengono cantate durante le manifestazioni. Come si spiega questa attualità?
Penso che il segreto della nostra musica sia legato alla testarda ostinazione nell’immaginare che esisterà sempre uno scopo nobile per cui lottare. Lottare per gli altri, per i diritti altrui, per la vita, in fin dei conti. Per la poesia.
E poi per recuperare il senso di comunità e tutta l’umanità che esso porta con sé. Quella stessa umanità con cui Umberto Galimberti cerca tanto di sedurci, e a buon diritto.
5. Può esistere ancora un’idea di socialismo? E che cosa può fare la musica per sostenerla?
«Socialismo» è una parola dura a morire. È stata molto screditata dall’esperienza di società nelle quali si pensava che chi non ne comprendesse i benefici dovesse essere etichettato nel peggiore dei modi, persino come un «verme».
Eppure nulla ci dice che la sua controparte, il capitalismo, così come viene applicato oggi dal potere, ci stia conducendo verso un porto di umana convivenza.
Penso che la democrazia sia il nostro rifugio e che una parte della verità, ammesso che la verità esista, appartenga anche ai nostri avversari.
6. Quali sono i vostri progetti futuri?
Il primo è tornare a Roma. Saremo il 10 settembre al Parco Schuster. Nel 2027 raggiungeremo quasi sessant’anni di vita e festeggeremo cantando e suonando i nostri strumenti.
Pubblicheremo anche nuovi lavori, alcuni dei quali antologici. A Roma incontreremo Pablo Echaurren, grande artista e nostro amico, che ci ha regalato opere pittoriche meravigliose da proiettare durante i concerti.
Horacio Durán Vidal
1. Horacio Durán Vidal, chi sono oggi gli Inti-Illimani Histórico?
Siamo l’essenza di una storia ricca di musica e di esperienze umane. Fin dagli inizi siamo stati immersi nella lotta per i diritti culturali e sociali, guidati dal rispetto e dall’amore.
Tutto è cominciato dai primi accordi e dai suoni di strumenti antichi, che abbiamo portato nel mondo contemporaneo attraverso una ricerca costante di nuove espressioni musicali.
2. Vi mancano Roma e l’Italia?
Ci manca l’Italia, ci manca Roma e, in modo particolare, ci manca Genzano di Roma, dove siamo stati accolti durante i primi anni dell’esilio.
A Genzano sono nati tre dei nostri figli e sono cresciuti quelli nati in Cile, arrivati in Italia quando avevano appena pochi mesi di vita. Ci mancano tanti amici generosi e ci mancano anche le partite di calcio. In una di queste, giocata contro i dirigenti della FIGC, abbiamo vinto noi!
In Italia si è arricchito il nostro concetto di solidarietà. Abbiamo capito che lo sviluppo di ogni popolo deve essere libero e critico, orientato alla scoperta della propria strada e fondato sull’uguaglianza dei diritti di ogni cittadino.
3. Qual è il tuo ricordo più bello di quel periodo?
Il ricordo più bello è la consapevolezza che la vera amicizia sia al di sopra di ogni altra cosa.
Abbiamo imparato a cucinare e a mangiare all’italiana, scoprendo i piatti di ogni regione. Abbiamo conosciuto una cultura antica, capace di spingere a riflettere sul mistero dell’esistenza, ma anche sul fatto che un bel passato possa trasformarsi, quasi senza rendersene conto, in un brutto presente.
Abbiamo imparato soprattutto che i sentimenti più belli devono essere custoditi come il bene più prezioso.
4. Qual è la situazione attuale del Cile?
Viviamo una fase di regressione politica. L’ondata dei governi di ultradestra è arrivata anche da noi, con un presidente della Repubblica fortemente confessionale e religioso, figlio di un ufficiale nazista giunto in Cile dopo la Seconda guerra mondiale.
È un seguace di Trump e, purtroppo, si muove in un contesto nel quale il centrosinistra è frammentato.
5. Avete cantato il Cile di Allende e di Víctor Jara: un Cile che, anche se ferito, non si è mai arreso.
Nonostante quanto ho appena detto, sono convinto che i giovani cileni esprimano ancora una straordinaria vitalità. Una vitalità orientata non soltanto verso un cambiamento politico, ma soprattutto verso un cambiamento culturale.
Il presidente Gabriel Boric era stato eletto proprio per questa ragione: era riuscito a introdurre diritti sociali di grande importanza, che l’attuale governo cerca ora di eliminare per riportare il Paese ai tempi più bui dei governi di destra.
6. Quali ricordi conservi di Rinascita e del PCI italiano?
Di Rinascita ci resta la saggezza di guardare alla politica in modo critico e ampio, insieme alla consapevolezza che la democrazia rimanga la via indispensabile per lo sviluppo di ogni realtà politica e culturale.
Confesso che, all’epoca, credevo che il modello dell’Unione Sovietica rappresentasse la strada dei popoli verso un mondo migliore. In seguito abbiamo integrato nel nostro pensiero la convinzione che, in ogni caso, sia necessario tenere vivi i sogni, affinché possano guidare il genere umano verso un mondo più giusto e migliore.
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