Intervista ad Arturo Scotto: «Ddl antisemitismo è ambiguo, minaccia libertà di espressione»

Il deputato PD accusa la destra di usare la lotta all’antisemitismo per colpire le mobilitazioni per Gaza e ottenere un «condono» sul proprio passato.

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ANSA

Arturo Scotto, capogruppo PD alla commissione Lavoro della Camera e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico, una passione coltivata nel tempo per la politica estera e, in essa, per l’eterno conflitto israelo-palestinese. Il suo libro-testimonianza "Flotilla. In viaggio per Gaza" (Giunti Editore) ha riscontrato un grande successo e animato un dibattito che ha visto protagonisti soprattutto i ragazzi e le ragazze della “generazione Gaza”. Un impegno, quello di Scotto, che l’ha portato a interloquire proficuamente con la parte progressista e aperta della diaspora ebraica italiana.

Il ddl 1004 sul contrasto all’antisemitismo sta per essere discusso alla Camera dei deputati. La metto giù secca: dopo l’Ucraina, un’altra “grana” nel centrosinistra?

L’Ucraina non c’entra niente. Qui il nodo è un altro: ci parla della libertà di opinione, che non può essere compressa dentro un dispositivo di legge ambiguo. L’adozione della definizione dell’Ihra - che il regime politico di Netanyahu ha sponsorizzato in questi anni - introduce alcuni indicatori che sovrappongono la critica al governo o allo Stato di Israele con manifestazioni antisemite. Persino chi ha varato quella definizione ha sottolineato che non è “giuridicamente vincolante”.

Per quale motivo allora questa accelerazione? È una legge voluta dalla destra italiana che io definirei “climatica”: siccome si è esagerato con la mobilitazione su Gaza, nelle scuole e nelle università soprattutto, e ora è bene mettere uno stop. Già oggi Valditara manda gli ispettori se un insegnante dedica un’ora di corso alla questione palestinese, figuriamoci se passa questa legge. Questo clima di caccia alle streghe ispirato dalla destra e dai suoi house organ mi fa dire che si sente un po’ di puzza di maccartismo.

La senatrice a vita Liliana Segre si è espressa con parole nette: “sulla lotta all’antisemitismo non ci si può dividere”. Annota in proposito, in un post, Simone Oggionni, redattore capo di Rinascita: “Proprio perché sa (la senatrice Segre, ndr) che sulla lotta all’antisemitismo non ci si può dividere, scrive che per raggiungere l’obiettivo è d’accordo nel testo una modifica, un riferimento esplicito a un fatto lapalissiano: criticare Netanyahu non significa essere antisemiti. Il suo – rimarca ancora Oggionni – è un appello politico chiarissimo”.

Ha ragione Oggionni: sull’antisemitismo non ci si può e non ci si deve dividere. La domanda va girata dunque alla destra. Noi abbiamo detto che l’appello di Liliana Segre va ascoltato. Lei stessa apre alla possibile introduzione di modifiche, ma il relatore di Forza Italia ha ribadito che la partita è stata chiusa già al Senato. La verità è un’altra: la destra usa questo disegno di legge per ottenere un “condono” sul suo passato.

Hanno bocciato persino gli emendamenti “toponomastici” che chiedevano di rimuovere da piazze, strade, biblioteche i nomi di chi aveva sostenuto le leggi razziali nel 1938 che mandarono a morire migliaia di ebrei italiani. Questo spiega la strumentalità dell’operazione e il tentativo di legittimarsi verso un paese che - innanzitutto sotto la guida di Netanyahu - è diventato il laboratorio del suprematismo globale. Ovvero il filo nero che li lega profondamente alle destre globali.

Francamente mi sfugge come questo disegno non sia stato chiaro dall’inizio anche ad alcuni esponenti progressisti che hanno fatto aperture di credito. Se vedo partire una iniziativa legislativa promossa da gente come Gasparri o Romeo tendenzialmente mi posiziono dall’altra parte. È un principio di cautela, prima ancora che un pregiudizio.

Il PD ha depositato nelle scorse settimane un emendamento che recita così: “All’articolo 1, dopo il comma 1, aggiungere il seguente ‘Non costituiscono atti di antisemitismo le espressioni di critica politica e le contestazioni rivolte alle azioni, alle leggi e alle scelte del governo dello Stato di Israele, purché non animate da pregiudizio antiebraico o dall’incitamento all’odio verso il popolo ebraico’”. Il sostegno a questo emendamento può essere il punto di convergenza unitaria del campo progressista?

Lo hanno già bocciato senza nemmeno volerlo discutere. La destra vuole usare questa legge per chiudere la partita con chi in questi anni si è mobilitato per Gaza. Inutile girarci intorno, basta leggere i loro giornali e le dichiarazioni di molti loro esponenti politici. Per questo vanno avanti come treni. Per noi la questione è troppo seria per ridurla a una mera operazione propagandistica.

Nel dibattito che ha accompagnato l’arrivo del ddl 1004 in Parlamento, uno dei temi centrali, oltre quello della libertà di espressione, è l’identificazione tra antisionismo e antisemitismo.

La definizione dell’Ihra lascia spazio a questa ambiguità. A differenza di quella di Gerusalemme, adottata da molti studiosi ebrei e israeliani, che non sovrappone antisionismo ad antisemitismo. Tenendo conto - ma questo è un dibattito innanzitutto degli storici - che ci sono tanti sionismi e quello del Likud continua a parlare di Giudea e Samaria e di una Grande Israele dal fiume al mare.

Se passa la definizione Ihra - con sette degli undici indicatori che mettono in discussione la libertà di critica a Israele - pur in assenza di reati penali essa andrà inevitabilmente a incrociarsi con la legge Mancino. Farà giurisprudenza. Per questo Anna Foa è arrivata addirittura a dire che bisognerà ricorrere alla Consulta. C’è un appello di illustri accademici, tra cui Gustavo Zagrebelsky, che lanciano un allarme analogo.

Elly Schlein alla fine di una riunione di quattro ore del gruppo - un confronto franco e leale come si sarebbe detto una volta - ha lanciato un appello: cambiate la definizione dell’Ihra e noi siamo disponibili a sederci e votare un altro testo. È una posizione costruttiva la nostra, perché vediamo il riemergere dell’antisemitismo e del razzismo in generale. Ma vogliamo discutere di merito, non di bandierine.

C’è chi, in Israele e qui in Italia, ha tacciato di “antisemitismo” anche Naza, il film documentario, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, che racconta le tecniche di annientamento utilizzate dall’esercito israeliano a Gaza. Le decine di migliaia di palestinesi uccisi non sono persone, esseri umani, ma “Naza”, cioè “danni collaterali”.

Naza va visto e fatto vedere a tutti. Ci descrive in maniera scientifica le pratiche di sterminio e di annientamento di un popolo da parte dei vertici dello Stato di Israele. Il genocidio a Gaza è stato voluto e pianificato, non è che a qualcuno gli è scappata la mano. Lo spiegano gli stessi soldati dell’Idf. E dobbiamo ringraziare i due registi israeliani che rischiano la cittadinanza e forse la vita per aver aperto questo squarcio di verità, senza paura e con un coraggio che ci dice che un’altra Israele può esistere.

Oggi c’è una consapevolezza diffusa, soprattutto tra i giovani, che il Genocidio a Gaza è stato una delle pagine più buie della storia recente e che se non si mette davanti il principio di speranza e di giustizia non sarà possibile per anni parlare di diritto internazionale. Non lo potrà fare nemmeno l’Europa che si è persa nei doppi e tripli standard.

Oggi Netanyahu sembra alla fine della partita. Lo abbiamo visto all’assemblea generale dell’Onu. Triste solitario y final. È proprio in questo momento, forse il più drammatico, che occorre rimettere al centro la prospettiva politica dei palestinesi e del loro diritto all’autodeterminazione.

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