Intervista ad Anna Foa: «Israele rischia di sacrificare democrazia e identità»
La storica denuncia l’offensiva contro Corte Suprema e libertà, il peso degli ultraortodossi e il rischio che Israele perda la sua identità laica e aperta.

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Anna Foa è una grande intellettuale, una voce libera, coraggiosa, coscienza critica della diaspora ebraica. Si spiega così lo straordinario successo del suo libro Il suicidio d’Israele (Laterza). Un successo bissato dal suo ultimo libro, Mai più (Laterza). Membro del comitato di redazione della Rassegna mensile di Israele e del Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah, Anna Foa ha scritto saggi per la Storia d'Italia Einaudi e articoli per L'Osservatore Romano e Avvenire.
È stata membro del comitato scientifico del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, ha fatto parte della redazione di Donne, Chiesa, Mondo (supplemento dell’Osservatore Romano), e ha collaborato con il quotidiano dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche 24, al portale dell’ebraismo italiano www.moked.it, e a programmi culturali Rai, sia televisivi che radiofonici. Nel 2019 è stata insignita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella del grado onorifico di commendatore, assegnato ai cittadini che si sono distinti per il loro contributo nelle professioni, nella cultura e nella società. È stata professoressa associata (2000-2010) di Storia Moderna all’Università La Sapienza di Roma.
Scrive su Haaretz Ehud Olmert, ex primo ministro del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu, un uomo moderato: «La lotta contro il terrorismo ebraico in Cisgiordania deve passare alla fase successiva ed essere condotta con maggiore determinazione. Il terrorismo quotidiano gestito, diretto, incoraggiato e sostenuto dal governo israeliano non può più essere tollerato».
Quelle di Olmert sono parole molto chiare, importanti, tanto più perché vengono da un politico che è stato tra i leader storici, come Menachem Begin, Yitzhak Shamir, lo stesso Ariel Sharon, di un Likud che era altra cosa, sia pure sempre di destra, del partito-feudo plasmato da Netanyahu a propria immagine e somiglianza.
Nell’ultimo anno, Olmert ha preso posizioni molto diverse dall’attuale governo, criticando aspramente le politiche di Netanyahu e dei suoi impresentabili ministri, su Gaza, sulla Cisgiordania e via elencando. Posizioni molto più nette di quelle assunte, ad esempio, da Naftali Bennett, che molti in Israele indicano come il più accreditato competitor di Netanyahu nelle imminenti elezioni. Ma oggi, a mio modesto avviso, occorrerebbe un salto di qualità nell’azione di denuncia di quanti si oppongono al peggior governo nei 78 anni della storia dello Stato d’Israele.
Non basta più denunciare la violenza dei coloni in Cisgiordania, con il sostegno attivo dell’esercito, o denunciare la tragica condizione in cui versano ancora oggi i palestinesi nella Striscia di Gaza.
Andare oltre significa vuol dire contestare il progetto complessivo dell’annessione della Giudea e Samaria, i nomi biblici della Cisgiordania, portata avanti da ministri-coloni come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, con il totale assenso di Netanyahu. Denunciare e contrastare l’espulsione della popolazione palestinese dalla Cisgiordania, il feroce sistema di apartheid creato in quei territori. Non si tratta solo di prendere posizioni più nette ma di rovesciare completamente quella che è la strategia del governo Netanyahu rispetto alla Cisgiordania.
Sempre Haaretz, una delle “trincee” più avanzate e assediate del giornalismo indipendente e progressista israeliano, titola così un editoriale: “Il governo Netanyahu ha dichiarato la fine dello stato di diritto”. Professoressa Foa, c’è anche questo aspetto nella battaglia che si sta conducendo in Israele?
Sì, questo gli oppositori di Netanyahu in tutto il mondo lo dicono da molto tempo, cioè che la lotta contro i palestinesi, che il progetto della Grande Israele, sono fortemente accompagnati da una lotta interna contro la democrazia, contro lo Stato di ritto, da parte della destra ultranazionalista e messianica. Adesso ci sono vere questioni in gioco, tutte estremamente gravi.
Quali?
Beh, c’è anzitutto la questione della Corte Suprema, le cui sentenze sono state ignorate dal governo, che ha deciso di non tener conto di quello che aveva deliberato, il che è una cosa che rompe tutti i rapporti di forza e gli equilibri tra i poteri all’interno di un Paese che, va ricordato, è privo di una Costituzione scritta; un Paese in cui la Corte Suprema esercita in qualche modo una funzione di equilibrio.
Un attacco così deciso, frontale alla Corte Suprema rappresenta un attacco diretto alla democrazia interna israeliana. Poi ci sono attacchi di altro tipo, non meno inquietanti. Haaretz ha pubblicato in questi giorni un articolo sul fatto che c’è un attacco di genere in Israele. Il governo sta varando una serie di norme che, attraverso la vecchia testi di non urtare gli ultraortodossi, rispettandone le norme religiose, si arriva a distinguere nell’ambito universitario gli uomini dalle donne, cioè a separare nettamente i gruppi femminili, soprattutto per il dottorato, da quelli maschili.
Questa è una cosa gravissima, specie in un Paese come Israele in cui si era cominciato con le soldatesse, l’unico Paese nel quale le donne svolgono funzioni militari in prima linea. Siamo di fronte a un rovesciamento totale di quella che è la situazione dentro Israele.
A proposito di questo ribaltamento, che va ben oltre la dimensione politica. Uno dei cartelli che più ha colpito nelle grandi manifestazioni di piazza, anche precedenti a quel tragico 7 ottobre 2023, era quello che recitava: Gerusalemme come Teheran. Professoressa Foa, siamo ad una virata, non solo tecnocratica ma teocratica, della destra israeliana?
Certamente sì. L’immagine della Grande Israele è strettamente legata ad una idea di Stato privo di democrazia; la democrazia non è molto amata, per usare un eufemismo, dagli ultraortodossi ma nemmeno dai sionisti religiosi più estremisti. La loro è la visione di uno Stato in cui l’unica norma legislativa è la Torah, quindi uno Stato basato sulla religione, che sotto questo aspetto non è molto diverso da quella che è la sharia a Teheran e la politica dei governanti iraniani.
Questa è qualcosa che veniva detto, già prima del 7 ottobre 2023, nelle grandi manifestazioni contro il progetto di Netanyahu, messo in atto molto prima della criminale azione di Hamas, di attaccare il ruolo della Corte Suprema. In quelle manifestazioni contro i “golpisti” dello Stato di diritto, si affermava con forza “stiamo diventando come Teheran.
A fronte di tutto questo, c’è una risposta adeguata dell’Israele laica, resiliente?
In questo momento Israele è molto concentrata sulle prossime elezioni, sempre più ravvicinate. Tornado sulla questione di genere. Mi pare che esso venga molto sacrificato rispetto alla necessità di non irritare l’elettorato religioso, non solo quello ultraortodosso. Qui io vedo un eccesso di tatticismo delle opposizioni, dietro al quale si cela un restare sulla difensiva, culturale prim’ancora che politica, alla narrazione della destra.
In questo momento, da quello che posso intendere dalla lettura dei giornali israeliani e dalla conversazione con amiche e amici israeliani, la battaglia fondamentale è quella delle elezioni, ammesso che queste elezioni si tengano e soprattutto si tengano in maniera decente, perché quello che è successo con Corte Suprema e con l’attacco sistematico alla democrazia, ha fatto dire a molti commentatori israeliani che questo agire del governo incide pesantemente sulle elezioni.
In questo scenario va anche ricordato che è in atto un attacco contro la partecipazione alle elezioni dei partiti arabi, che rappresentano gran parte di una comunità di oltre il 21% della popolazione israeliana. Stiamo parlando di più di milione di persone.
C’è un tentativo di controllare maggiormente persone che possono essere candidate alle elezioni. Se mettiamo insieme tutte queste cose, l’attacco alla democrazia interna mi sembra assolutamente forte in questo momento in Israele.
Per questo, credo che questo attacco alla democrazia dovrebbe emergere con maggiore forza nelle manifestazioni, e non solo come avviene sui giornali indipendenti nelle dichiarazioni dei leader politici dell’opposizione e di ciò che resta della sinistra israeliana.
Stiamo parlando di un Paese che ancora mantiene una metà della popolazione laica, o comunque non religiosa. Parlavo in precedenza delle soldatesse, ma pensiamo anche a Tel Aviv, una città non solo laica ma aperta; una città modernissima per quel che concerne l’ideologia di genere, su questi legate alla sfera delle sessualità...
Mi sembra che questa Israele laica e aperta. nella cessione del potere agli ultraortodossi, mi riferisco alla loro presenza nel governo e alle concessioni fatte in campi decisivi come l’istruzione, la leva militare e altro, stia rinunciando anche a questo aspetto della sua identità.
Di questo che potremmo chiamare uno “scontro di civiltà” tra le varie anime d’Israele, la dispora ne ha piena consapevolezza?
Secondo me no. Quando ho postato su Facebook l’articolo di Haaretz sulla questione di genere in Israele, ho pensato che fosse bene che si sapesse qui da noi di questa cosa. Finora, la diaspora filo-Netanyahu continua a dire andate a Teheran e vedete come trattano gli omosessuali. È vero, lungi da me difendere i governanti iraniani, però mi sembra che Israele si stia avviando in questa direzione. Mi sembra, e mi preoccupa, che nella diaspora non vi sia la necessaria consapevolezza di questa deriva.
Professoressa Foa, lei ha sempre avuto il coraggio delle parole. Il coraggio e l’onestà intellettuale di usare parole forti, come ad esempio nel titolo dei suoi due ultimi libri, di grande successo: Il suicidio di Israele e Mai più. Questa potenza delle parole non dovrebbe essere usata oggi da tutte e da tutti quelli che hanno davvero a cuore il futuro d’Israele?
Credo di sì. Penso che tutti quelli che hanno a cuore il futuro d’Israele dovrebbero, secondo me, innanzitutto analizzare le parole che si usano, chiarendole. Ad esempio, sul sionismo, tema molto dibattuto e divisivo. Smontare l’idea che essere antisionisti voglia dire distruggere Israele, eliminare il popolo d’Israele. Questa è una delle possibilità dell’opzione antisionista ma non è l’unica e certamente non ne è la dominante. Bisogna chiamare le cose come stanno. Parlare di apartheid è essenziale ma anche saperlo collocare correttamente dal punto di vista storico-politico. Certamente l’apartheid è una costante nei territori occupati, soprattutto in Cisgiordania, ma è solo negli ultimi anni, con il governo Netanyahu, che comincia a farsi notare, e a pesare anche dentro lo Stato d’Israele, che pure era nato con una Dichiarazione d’Indipendenza che sanciva che tutti, di qualunque religione, di qualunque etnia fossero, avrebbero avuto eguali diritti e doveri, ma questa è un’altra questione.
Molti sostengono che le elezioni di ottobre, se non verranno anticipate, segneranno come mai in passato, il destino d’Israele, del suo popolo, della sua democrazia e identità. Colpisce una sorta di aliyah (l’immigrazione degli ebrei nella Terra di Israele, ndr.) al contrario, quella di molti israeliani laici, soprattutto giovani, che invece di restare decidono che quello non è più il loro Paese, quello in cui possano esprimere al meglio e liberamente la propria idea di ebraismo.
È così. Non solo la propria idea di ebraismo ma forse fra un po’ anche semplici questioni garantite da uno Stato democratico, ad esempio la libertà d’insegnamento, la libertà di espressione, la libertà dei giornali di potere uscire liberamente e di potersi opporre, quando e come lo ritenessero opportuno, ai governanti di turno.
È qualcosa di molto pesante. Quelli che hanno la possibilità di andarsene, appartengono in gran parte a un ceto privilegiato, professori universitari che possono andare a insegnare nelle università straniere, che ricevono offerte di insegnamento. Penso anche ai giovani che hanno inventato e hanno arricchito se stessi e il Pil d’Israele con le start up. Senza tutti loro, Israele è più debole e impoverito in tutti i sensi. È quello che avvenne in Italia ai tempi delle leggi razziali. Anche qui, è bene essere chiari: non sto facendo paragoni, ma sottolineando con grandissima preoccupazione qualcosa che sta avvenendo oggi in Israele, un movimento di allontanamento e di rinuncia a combattere dentro il proprio Paes, perché sta diventando sempre più difficile farlo.
Una cosa simile si sta manifestando negli Stati Uniti. Io so di persone che hanno deciso che negli Usa della seconda presidenza Trump era impossibile continuare a lavorare e a vivere democraticamente.
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