Intervista ad Andrea Riccardi: «La Chiesa non può chiudersi nei muri»

Dalla crisi dell’Occidente a Papa Francesco, fino al rapporto tra cattolici e destra: l’analisi di Andrea Riccardi sul futuro della Chiesa e della democrazia.

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ANSA

Caro Professore, ci conosciamo ormai da 50 anni: eravamo ragazzi e sognavamo insieme un mondo migliore, in un’epoca di intensa politica e di grandi speranze. Oggi sembra prevalere una risacca nichilista. Cosa è avvenuto?

Il mondo è cambiato tanto. La globalizzazione ha spalancato un orizzonte immenso, che ha spaesato tutti. Le identità di qualunque tipo si sono dovute ridefinire su una vasta dimensione. Soprattutto il futuro non è più il luogo delle speranze di un mondo migliore, ma di incertezze e timori. Lo spaesamento, la paura, la rassegnazione hanno portato a un ripiegamento su una dimensione sempre più piccola, spesso ridotta all’IO. Eravamo giovani e si viveva e si sognava assieme, in un NOI. Oggi tanti NOI si sono dissolti: politici e partitici, familiari, civili, religiosi e via dicendo. L’IO vive momenti di esaltazione nella competizione, ma molto di più di solitudine e depressione. Sembra a tanti sempre più difficile, se non impossibile, fare, cambiare, sognare.

Lei ha scritto “La Chiesa brucia”. Su quali punti anche la Chiesa non ha retto? Hanno pesato più dati oggettivi o soggettivi?

Per me l’incendio di Notre Dame è stato quasi un simbolo di una crisi che ha fatto riflettere tutti: e se la Chiesa scomparisse? Certo le “divisione del papa” - per dirla con Stalin - si sono assottigliate. La Chiesa si è anche ammalata della crisi dell’Europa. Tuttavia la Chiesa resta una presenza rilevante. Quella cattolica vive con un respiro universale e, radicalmente ostile ai nazionalismi, rappresenta uno sguardo un po’ unico sul mondo in questo tempo. E poi noto, in questi anni, una nuova attenzione per la Chiesa: si pensi ai battesimi di adulti in Francia. Mi ha colpito che recentemente, in un mese, quasi 400.000 persone siano andate a visitare il corpo di San Francesco che era stato esposto ad Assisi.

Conosco bene la sua intimità con Papa Bergoglio. Chi è stato Papa Francesco e cosa si ricorderà del suo pontificato?

Francesco è stato un personaggio grande. Ha preso in mano una Chiesa in crisi e, con il suo carisma e la sua veracità, le ha ridato forza. La simpatia, nel senso profondo del termine, è stato il suo carisma: specie con i mondi marginali e periferici, ma direi con tutti. È stato il papa dell’inclusione, in un mondo dove rinascevano i muri, le esclusioni, i conflitti. Ha visto con chiarezza il mondo di oggi, denunciandone il potere del denaro e della forza. Bergoglio ha rappresentato, per me, più un “profeta” che un uomo di governo. Io gli sono stato molto affezionato fin da quando era a Buenos Aires, dove l’ho incontrato e mi è parso subito un cristiano forte e originale. Sì, perché è stato un grande credente e un uomo spirituale, non un papa politico, sociologico…

Lei ha detto che Bergoglio non ha mai cercato un “cattolicesimo identitario”, piuttosto una “profezia che fa rumore”? Cosa intendeva dire precisamente?

Sì, Bergoglio non ha recintato il mondo dei credenti. La “dogana” -come diceva- era la sua bestia nera: “todos, todos, todos!”-ripeteva. Pur dicendosi discepolo di Paolo VI, non perseguiva una riforma organica della Chiesa, graduale, ma voleva aprire processi e movimenti, lanciare messaggi che facessero strada, anche senza preoccuparsi di controllare gli effetti dei suoi input. Questo gli ha suscitato anche grandi opposizioni. Infatti il cattolicesimo è diviso in alcuni paesi, come per esempio negli Stati Uniti.

Lei è un punto di riferimento indiscusso della Comunità di Sant’ Egidio, che opera senza sosta per la pace, per la diplomazia, per l’assistenza alle fasce deboli e agli immigrati, per costruire infrastrutture e ospedali nelle zone più devastate del Pianeta. Come avverte la polemica nei confronti di Papa Francesco della parte più tradizionale delle gerarchie ecclesiastiche che lo hanno ritenuto debole teologicamente e spiritualmente, riducendo la Chiesa ad un “ospedale” da campo? Un importante teologo come il Cardinale Mueller, considera la Chiesa di Bergoglio un cedimento all’immanenza.

Sì “ospedale da campo” è un’immagine bergogliana. Francamente non mi è mai molto piaciuta: chi desidererebbe essere ricoverato in ospedale? Benedetto XVI ha spiegato che la missione della Chiesa si svolge per attrazione e non per proselitismo. E papa Francesco è stato un papa che ha attratto verso il Vangelo, la Chiesa, verso una vita aperta e generosa, verso la fede… Poi le polemiche sul fatto che sia stato il papa dell’immanente e del sociale, quasi un sindacalista in tonaca bianca, mi sembrano abbastanza infondate. Rileggendo i suoi testi e conoscendolo, vedo sempre in lui l’uomo di fede, di preghiera, una dimensione in cui si radicava la sua grande libertà cristiana. Non solo la Chiesa è cambiata con Francesco, ma il mondo, dopo di lui, guarda alla Chiesa e al papato con un’attenzione diversa. Un piccolo esempio: Ratzinger non poté andare in visita alla Università “La Sapienza” di Roma non solo per la contestazione, ma per l’opposizione di un gruppo di professori. Giorni fa, papa Leone ci è andato tranquillamente e con un’ottima accoglienza.

Nella sfida storica rappresentata dalla smisurata potenza della tecnica, che non ha bisogno più della democrazia, si possono combinare come da tempo sostengo sia necessario, socialismo e cattolicesimo?

Il potere tecno-capitalista, che non necessita più della democrazia, è la grande sfida, come lo è l’“internazionale reazionaria” che esprime un progetto politico e culturale a livello mondiale. Non è quello della Chiesa cattolica: lo mostrano la dottrina sociale, l’impegno per la pace di tutti i papi del Novecento, la sua realtà di “internazionale religiosa”. La Chiesa ha scelto per la democrazia fin da Pio XII.

Quale linea di confine tra Francesco e Leone? A me sembra che Leone abbia concesso alla tradizione il ripristino di alcune forme e rituali antichi, mantenendo, tuttavia, il timone fermo sull’autonomia spirituale e l’impegno sociale della Chiesa.

Taluni hanno parlato di svolta con Leone XIV: una correzione di rotta rispetto a Francesco. Tra i papi esiste sempre una continuità, ma tra gli ultimi due la vedo molto evidente. Naturalmente lo stile e il carattere sono differenti. Direi, in aggiunta, che papa Prevost vuole portare su una linea, non dissimile da quella di Francesco, la maggioranza dei cattolici. Il papa vuole evitare la “polarizzazione”. Risulta anche dai suoi scritti, recentemente pubblicati, quando era alla testa degli agostiniani. Il suo messaggio era: fare comunità per servire l’unità del mondo.

Molti cattolici si sono spostati a destra. Dove la sinistra è stata insufficiente?

Sì, una parte dei cattolici si sono spostati a destra politicamente, perché non condividono una sinistra che faccia una politica di diritti individuali e temono un cedimento, per così dire, alla cultura woke. Si è capovolto lo schema degasperiano: un elettorato cattolico di centro-destra che, con la DC, segue una politica di centro-sinistra. Ci sono poi i cattolici tradizionalisti o più tradizionalisti, una componente minoritaria, ma che la Chiesa non deve trascurare o vituperare. Una grande Chiesa è plurale. La sinistra è stata insufficiente verso i cattolici? Lo credo. Non ha avuto un’interlocuzione troppo consapevole con questo mondo. Non basta avere nel partito ex democristiani. C’è una realtà da capire.

È vero che non è riuscito a convincere Giovanni Paolo II sul fatto che i comunisti italiani fossero abbastanza diversi da quelli dell’est?

È vero ed accadde negli anni Ottanta. A pranzo con Giovanni Paolo II, si parlava di politica italiana e io dissi che il PCI era diverso dai partiti fratelli dell’est. Il papa non era molto d’accordo e richiamava il fatto dell’ideologia. Fu l’unica volta, in parecchi incontri, che manifestò il suo dissenso con me. È significativo che quando raccontai l’episodio a papa Ratzinger, durante un’intervista su Giovanni Paolo II per la mia biografia su di lui, Benedetto XVI mi disse di getto: “No, aveva ragione lei, perché i comunisti italiani risentono di un’altra storia ed hanno una cultura diversa, con personalità come Gramsci…”. Se ripenso a Giovanni Paolo II, vedo con chiarezza la sua grandezza. Un uomo che ha animato la transizione pacifica alla libertà della Polonia e non solo. Tuttavia, come risulta, non credeva che tutto il mondo dovesse trasformarsi nel capitalismo occidentale. Un’ingenuità?

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