Intervista ad Andrea Cusumano: l'utopia di Gibellina che guarda ancora al futuro
Andrea Cusumano racconta la Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026: comunità, giovani e reti per costruire un progetto che duri oltre il riconoscimento

FLAVIO LEONE
Gibellina è stata nominata dal Ministero della Cultura “Prima Capitale italiana dell'arte contemporanea” 2026. È una designazione prestigiosa che a molti e per molti motivi è sembrata doverosa, giusta e opportuna. Non c’è dubbio infatti che il patrimonio artistico legato all’arte contemporanea presente in questo paese del Trapanese sia rilevantissimo in termini di quantità e di qualità, ma non c’è dubbio soprattutto che la storia della sua rinascita dopo il devastante terremoto che nel ’68 colpì l’intero territorio del Belice sia in qualche modo un exemplum di resistenza e di resilienza nel segno dell’arte e della cultura che ha veramente molto ancora da insegnare. Non è un caso che il titolo del dossier con cui ha partecipato al bando ministeriale sia stato “Portami il futuro”. Ne abbiamo parlato con Andrea Cusumano, intellettuale, artista visivo e performativo con un solidissimo background internazionale, amministratore a Palermo nel contesto dell’ultima giunta di Leoluca Orlando, oggi direttore artistico di Gibellina “Capitale italiana dell’arte contemporanea”.
Partiamo dal fondatore di questa grandissima impresa che è stata la ricostruzione di Gibellina dopo il terremoto del Belice del 1968, ovvero da Ludovico Corrao: parlamentare regionale, senatore della Repubblica, sindaco di Gibellina e soprattutto intellettuale visionario capace di concepire la rinascita di Gibellina nel segno dell’arte, della cultura e del dialogo. È ancora viva l'utopia di Ludovico Corrao?
«L'utopia non muore mai proprio perché è così irraggiungibile che non arriva mai la fine, diciamo semplicemente che bisogna avere la capacità di volgere lo sguardo a quell'orizzonte. A me piace pensare che l'utopia non muoia. Si può assopire, ma quando le rivolgi nuovamente lo sguardo la ritrovi, rinnovata e feconda più che mai. E quindi sì, l’utopia di Ludovico Corrao è sicuramente ancora viva».
Nel sito del Ministero della Cultura il vostro progetto è illustrato a partire da quattro aree tematiche. La prima di queste aree è così descritta: «Armonie del Contemporaneo che individuano e attivano processi di comunità e di partecipazione attraverso il contributo di artisti contemporanei». Ecco, siamo a metà del percorso, vogliamo fare un primo bilancio a partire proprio da quest’area tematica?
«Questo è un progetto che intende riprendere il genius loci di Gibellina Nuova che, dopo il terremoto del 1968, è rinata sull'onda di una grande e variegata partecipazione; non soltanto della comunità di Gibellina, ma anche della comunità nazionale degli artisti, coinvolta nella ricostruzione della città. Basta guardare le date: la tragedia del terremoto è del ‘68, la ricostruzione di Gibellina Nuova inizia nel 1972: già l'associazione delle date dice tutto. Un momento storico in cui la capacità empatica e l’attivismo politico, anche nelle arti, delineano una situazione culturale decisamente diversa da quella odierna.
Il titolo che abbiamo dato a Gibellina capitale italiana dell’arte contemporanea è “Portami il futuro”. Come dire che si tratta di una richiesta di Gibellina che chiede di poter riattivare delle prospettive di futuro non agendo solo su sé stessa né parlando di sé stessa, ma cercando di diventare anche portatrice di valori di respiro più ampio. Abbiamo insomma immaginato che fosse la comunità artistica nazionale a chiedere a Gibellina di contribuire alla realizzazione di una prospettiva di futuro, considerando e riflettendo su ciò che è stata la sua rinascita e la storia della sua rinascita. Questa doppia vettorialità è totalmente politica: vuole infatti da un lato riattivare dei processi di comunità qui a Gibellina e dall'altro lato cercare di lanciare dei messaggi su un tema di coesione sociale e di diritti culturali di partecipazione.
È evidente che, sia nell'un caso che nell'altro, non è pensabile e sarebbe molto naif immaginare che quest'unico anno possa riattivare completamente e definire questi processi di partecipazione, per cui in realtà quest'anno l'abbiamo visto più come una sorta di start-up, un formidabile acceleratore di questi processi; la cosa più importante è lavorare su una legacy, un’eredità, una dimensione che possa andare al di là del 2026.
Abbiamo chiesto e continueremo a chiedere agli artisti di venire qui, di farsi coinvolgere e coinvolgere un pezzo della comunità, ma anche di adottare una struttura abbandonata, reinterpretare un luogo che non sappiamo più come utilizzare, ricostruire una tipologia di relazione sociale. Virgilio Sieni per esempio ha realizzato un progetto che si chiama “Cerimonia” intorno al tema delle macerie: si è trattato di una serie di eventi molto partecipati dai cittadini che si sono lasciati coinvolgere emotivamente. Pochi giorni fa ha debuttato al Segesta Teatro Festival diretto da Claudio Collovà, Traces of Rupture della compagnia libanese Zoukak, uno spettacolo che il collettivo teatrale ha costruito durante una residenza a Gibellina proprio a partire dalla lettura delle ferite che una catastrofe, come un terremoto o una guerra, può infliggere in profondità a una comunità».
La seconda direttrice del progetto si intitola “Memorie dal Futuro” ed è interamente rivolta ai giovani e alle progettualità legate allo sviluppo a base culturale e partecipativo. Come ha cercato di coinvolgere i giovani in questa avventura?
«Come ho detto, il prestigio del riconoscimento assegnato a Gibellina ci obbliga a essere ambiziosi ma realisti: Gibellina è una piccola cittadina, presenta e conserva una quantità straordinaria e visibile di opere d’arte contemporanea, pur avendo una popolazione di poco meno di tremila abitanti. Quindi è stato chiaro, fin dai primi passi della nostra progettazione, che quando parliamo di giovani non possiamo riferirci soltanto ai giovani abitanti di questo paese e sostanzialmente nemmeno a quelli del territorio del Belice o della sola provincia di Trapani. Ad essi ci rivolgiamo primariamente e costantemente, certo, ma non soltanto ad essi.
Era necessario ed è necessario andare oltre, aprirsi: grazie a un intervento dell’Assessorato Regionale dell’istruzione e della formazione professionale è stato prodotto un bando che ha consentito a ben 160 scuole dell’Isola di venire a visitare Gibellina.
Ciò su cui sentiamo di puntare maggiormente è però la realizzazione, e almeno l’avvio concreto, di processi di formazione attraverso le accademie italiane con cui siamo in dialogo attraverso la Conferenza dei Direttori: venticinque, inclusa l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Non si tratta di fare tornare i giovani a Gibellina, che è un obiettivo non alla nostra portata, ma di mettere a disposizione gli spazi di Gibellina per progetti annuali di formazione e di studio che vedano come protagoniste le Accademie italiane e siano economicamente e organizzativamente sostenibili. Dal canto suo l’Università Kore di Enna sta attivando un corso di restauro architettonico e poi vorremmo aprire anche a istituzioni internazionali con cui siamo in contatto.
In questo contesto c’è anche un impegno di realizzazione di residenze di accoglienza e di lavoro/studio che stiamo portando avanti, ad esempio, con il recupero dell’ex chiesa-centro sociale “Gesù e Maria” di Nanda Vigo, dove teoricamente dovremmo arrivare a poter ospitare sino a dodici artisti contemporaneamente in un contesto con dieci appartamenti e nove studi. Una presenza costante di giovani, in buona sostanza, senza slogan su improbabili rientri. È un progetto più realistico e tutto sommato fattibile».
La tematica dell’eredità è la terza area del progetto ed è «dedicata a tutti i progetti e processi già storicizzati, e tuttavia fondamentali per mantenere la memoria dei luoghi e dei suoi attraversamenti e poter reinterpretare il presente a partire dalle eredità materiali ed immateriali dell’arte contemporanea».
«Saranno i cittadini i primi eredi di questa impresa, questo dev’essere chiaro. Però non possiamo né continuare a raccontare né a chiedere ai cittadini di Gibellina che il loro unico valore risieda nell'arte contemporanea, perché diventerebbe troppo limitante. Qui la gente si occupa di tante cose e lavora nei vari ambiti dell’economia del territorio, studia, s’impegna, ma tutti – anche se in modo diverso – hanno un rapporto con l'arte contemporanea, perché comunque ci sono cresciuti dentro, sono naturalmente a contatto con opere straordinarie.
Va agevolata la presenza, intorno a questo patrimonio artistico comune e pubblico, di un’economia che sia la più viva e variegata possibile. Bilbao è riuscita a riattivare tutta una serie di procedure, sia civiche che economiche, attraverso una grande struttura museale che, diciamo, è la cattedrale della contemporaneità. Ci sono già esempi virtuosi come la grande azienda vinicola “Tenute Orestiadi” che produce vini di altissima qualità abbinati a una comunicazione d’impresa legata al mood della città.
La grande eredità di Corrao è naturalmente la Fondazione Orestiadi, ma occorre un’ulteriore svolta di valore. Gibellina è una sorta di parco archeologico della contemporaneità, e i tempi sono maturi perché possa diventare un laboratorio sperimentale, anche da un punto di vista normativo, per formalizzare questa tipologia di esperienze. La dimensione economica e quella del branding legato all’arte contemporanea non sono conflittuali tra loro, ma sinergiche».
L’ultimo pilastro del vostro progetto lo avete definito “le reti del contemporaneo”: attivare progetti di rete e reti istituzionali nell’ambito delle arti contemporanee che vedono in Gibellina il centro di un’indagine sull’arte in riferimento al contesto storico del sistema paese per intero.
«È un punto che necessariamente ho attraversato già nelle risposte precedenti. La rete delle accademie di Belle arti italiane, il coinvolgimento dei Conservatori, la creazione di un’orchestra in house, guidata e diretta dal maestro Bono (la Filarmonica del Sud, che non ha una sede e alla quale abbiamo offerto l’auditorium del Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao” come sede).
C'è insomma un meccanismo di adozione di tutta una serie di realtà che non sono solo di eccellenza, ma sono anche di prospettiva, in una città che ha una disponibilità di luoghi interessantissimi e che da sola non è in grado di gestire. L’Università Kore, per esempio, pensa di adottare il “Giardino Segreto 1” di Francesco Venezia per il nuovo corso di restauro: gli studenti avranno la possibilità di agire direttamente su un patrimonio contemporaneo di questa importanza. Ecco, queste sono le cose secondo me che possono dare un'eredità a un progetto come questo».
Che cosa si augura che potrà accadere concretamente dopo quest’anno?
«Mi auguro intanto che s’implementi il sistema delle residenze diffuse che stiamo attivando e che siano completati i tanti cantieri che abbiamo avviato, in modo da dar seguito a nuove progettualità di artisti provenienti da altre parti d'Italia e del Mediterraneo. Questi sono a mio avviso obiettivi raggiungibili, che mi auguro possano dar vita a nuove realtà solide e strutturate.
Mi auguro che il Comune di Gibellina, che è l’ente gestore di questa incredibile impresa, per quanto piccolo, non disperda le competenze, le skills che sta acquisendo in questi mesi, in modo da poter supportare, anche dopo quest’anno e con la stessa positiva capacità, lo sviluppo e la stabilizzazione dei progetti messi in campo.
Inoltre non bisogna dimenticare che questo territorio è un luogo di frontiera tra i più sensibili nella lotta alla mafia: adottare uno sguardo internazionale, di ampio respiro, e produrre cultura è il modo migliore per onorare la memoria e l’impegno di chi in questa terra la mafia l’ha combattuta. Penso che questa città d’arte, unica nel suo genere, stia riattivando in questi mesi una preziosa, sana e feconda eredità di cultura e sviluppo economico per il proprio futuro e per quello del territorio circostante. Con la giusta narrazione potrà continuare a contribuire anche alla crescita culturale del nostro Paese. È questo d’altronde il ruolo di una capitale dell’arte contemporanea».
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