Intervista a Viviana Vacca, tra politica, psichiatria e margini della cittadinanza
Nel suo nuovo saggio, Viviana Vacca intreccia il pensiero di Franco Basaglia, Antonio Gramsci, Nereide Rudas e Michel Foucault per analizzare come l’esclusione sia un dispositivo strutturale delle democrazie contemporanee, tra migrazioni, salute mentale e costruzione dell’alterità.

Archivio Rinascita
È uscito da pochi giorni il libro di Viviana Vacca, dottoranda in Storia del Pensiero Politico all’Università di Catania, dal titolo Geografie dell’inclusione. Politiche dell'alterità, migrazioni e salute mentale, edito da Rubbettino Editore. Il saggio analizza e ricostruisce i legami tra concetti e pratiche politiche, in riferimento alla relazione tra la teoria politica e l’esigenza di rinnovamento rappresentata dall’orientamento critico nella psichiatria italiana. Vengono affrontati in tal modo i vari studiosi “rivoluzionari” come Basaglia, Antonio Gramsci, Nereide Rudas e Foucault in merito al tema dell’esclusione. Lo spiega bene Stefania Mazzone nella prefazione dell’opera: «nel lavoro di Viviana Vacca, l’esclusione non è assunta come fenomeno marginale o patologico, ma come dispositivo strutturale che attraversa le politiche della cittadinanza, le pratiche di governo dei corpi e i saperi che legittimano tali pratiche». E nella storia gli esclusi sono sempre gli stessi: i migranti, i poveri, i malati. Soltanto delle menti rivoluzionarie come lo psichiatra Franco Basaglia hanno saputo ridare umanizzazione agli ultimi, spesso privati di qualsiasi diritto fondamentale, come quello relativo all’appartenenza e alla dignità.
Professoressa Vacca, da dove nasce l’esigenza di pubblicare un libro sulle “Geografie dell’esclusione”?
Nasce da un’urgenza scientifica ma anche politica. Negli ultimi anni ho osservato come i fenomeni di esclusione non siano casuali, ma si distribuiscano nello spazio secondo logiche precise, economiche, politiche e culturali. Parlare di “geografie” significa proprio questo: mostrare che l’esclusione ha luoghi, confini, margini ben definiti. Il libro prova a rendere visibili queste mappe invisibili, interrogando il modo in cui le società costruiscono l’alterità.
Lei scrive “…l’immigrato viene accettato in quanto forza-lavoro…” Come può essere concepibile in una democrazia moderna una simile oscenità?
È concepibile perché spesso le democrazie funzionano in modo ambivalente. Da un lato affermano principi universali di uguaglianza, dall’altro tollerano pratiche selettive. L’immigrato viene riconosciuto quando è utile al sistema produttivo, ma non sempre come soggetto pieno di desideri, diritti e identità. Questa contraddizione non è un’eccezione: è una tensione strutturale delle società contemporanee che dobbiamo avere il coraggio di nominare.
La figura della psichiatra Nereide Rudas ridefinisce il concetto di sano e malato. È stato un momento rivoluzionario per la psichiatria?
Più che un momento isolato, parlerei di un passaggio cruciale all’interno di un processo più ampio. Rudas ha contribuito a spostare l’attenzione dalla malattia come etichetta rigida a una visione dinamica, fondata sull’equilibrio tra individuo e contesto. In questo senso sì, è stato un contributo profondamente innovativo, perché ha incrinato categorie apparentemente naturali, mostrando quanto siano invece storicamente e culturalmente costruite.
Nella letteratura sarda la terra è protagonista. Conta la posizione geografica della Sardegna?
Conta moltissimo. L’insularità della Sardegna ha storicamente prodotto una condizione ambivalente: isolamento ma anche forte identità. Nella letteratura, la terra non è solo sfondo ma soggetto attivo, spesso portatore di esclusione ma anche di resistenza. La geografia diventa così destino simbolico, oltre che realtà fisica.
Sergio Atzeni parlava di appartenenze multiple. È un punto di vista attuale?
Direi che è più attuale che mai. In un mondo globalizzato, le identità non sono più monolitiche. Ognuno di noi attraversa appartenenze diverse: culturali, linguistiche, politiche. Atzeni coglieva con anticipo questa complessità. Pensare l’identità come plurale non indebolisce il soggetto, ma lo arricchisce, rendendolo più capace di abitare la contemporaneità.
León Grinberg e Rebeca Grinberg paragonavano la migrazione a una rinascita. Il trauma porta a cercare una nuova origine?
Sì, ma è un processo complesso. La migrazione implica sempre una perdita: di luoghi, relazioni, riferimenti simbolici. La “rinascita” di cui parlano i Grinberg non è automatica, ma è una possibilità. Per difendersi dal trauma, il soggetto può riorganizzare la propria identità, costruendo nuove radici. Tuttavia, questo processo non cancella la ferita originaria, la trasforma.
Franco Basaglia: è stata una vittoria democratica?
Sì, è stata una conquista fondamentale. Basaglia ha restituito dignità al paziente, riconoscendone il corpo e la soggettività, rompendo con la logica manicomiale dell’esclusione. La Legge 180 rappresenta un passaggio storico nella democratizzazione della cura. Ma, come lui stesso sottolineava, ogni conquista resta incompleta se non è continuamente interrogata e difesa.
Perché l’uomo dalla storia spesso non impara?
Più che incapacità di apprendere, parlerei di rimozione. Le società tendono a dimenticare ciò che le mette in crisi. Le forme di esclusione si ripresentano perché rispondono a bisogni profondi di ordine, controllo, definizione dei confini. Cambiano i contesti — dai manicomi ai centri per migranti — ma la logica può restare simile. Per questo è fondamentale continuare a studiare, raccontare e criticare: la memoria non è mai acquisita una volta per tutte.
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