Intervista a Tosca: La musica che fa pensare contro il tritacarne dello show

Dalla critica all’intrattenimento che omologa fino alla difesa dei giovani artisti: serve una nuova cultura capace di far crescere pensiero, comunità e libertà creative.

Diego ProtaniInterviste
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ANSA

Se c’è una certezza nel mondo musicale italiano è che ogni disco di Tosca è un gioiello: si compra a colpo sicuro, e si ascolta con massima attenzione; ovvero non si “sente”, il che è ben diverso. Non si consuma, si vive. L’ennesima conferma è avvenuta anche con il suo nuovo Feminae. Un disco pieno di emozioni, storie, canzoni da riscoprire (come il duetto con Ornella Vanoni), sogni realizzati (l’avere come ospite una cantante di livello mondiale come Maria Bethânia). Il singolo che traina il nuovo album è “Primavera”, scritto a quattro mani con un grande cantautore come Pacifico. Con lei - nel disco e in tour - anche gli storici collaboratori: Giovanna Famulari, Massimo De Lorenzi, Luca Scorziello ai quali si aggiunge il giovane (diplomato a Officina Pasolini, il laboratorio diretto da Tosca) Dario De Angelis. Esiste una magia visibile anche a occhio nudo sul palco: non sono più solo i suoi musicisti; oramai è da considerarsi a tutti gli effetti una grande famiglia.

A suggerirle il titolo dell’album è stato Renzo Arbore, che la scoprì mentre cantava in un locale, coinvolgendola in diversi progetti (tra i quali i cori di Indietro tutta, pietra miliare della storia della RAI).

È un disco che ha avuto una gestazione lunga, però il risultato è bellissimo. Cosa hai provato in questi giorni e che sensazioni hai avuto?

Ho impiegato sette anni per preparare questo disco, che – come hai sentito – è estremamente curato. Ora che lo sto presentando, mi rendo conto di quanto questi sette anni fossero necessari, perché dietro ogni brano c'è un vissuto che lo ha reso unico e fondamentale, ognuno per il sostegno dell'altro. Rido pensando che in Feminae ci sono tutte queste donne, con un’eccezione: Paolo Fresu. Ogni canzone è una “figlia”, con un proprio carattere, una propria bellezza, in grado di camminare da sola. Quando osservo il loro viaggio sulle piattaforme online - ancora non è uscito in Italia, ma all'estero sì – vedo la strada che ognuna di queste canzoni si sta costruendo; provo una grande tenerezza, come fossero delle bambine che camminano, sgomitano, si muovono. Così accade che un giorno mi sveglio e scopro che “Soledad“ con Stacey Kent ha svettato, mentre il giorno successivo torna a primeggiare il brano con Maria Bethânia… lo considero un riscontro estremamente realistico, perché mentre in Italia l’ascolto può essere condizionato dal fatto che il pubblico mi conosce, all’estero invece si nota la ricerca specifica, la scelta precisa di un brano rispetto a un altro. Questo mi fa un grandissimo piacere, è una bellissima sensazione.

Possiamo dire che è un lavoro artigianale come si faceva una volta?

Avoja! (Ride) Ma per me questa è l’unica maniera di lavorare: non sono capace di fare altrimenti, e ne sono fiera. Per farti un esempio: l'altro giorno a Napoli mi sono resa conto che avevamo fatto male i calcoli, montando il set per la presentazione – che sarebbe avvenuta a mezzogiorno - sotto il sole. Ovviamente ho pensato: non si può fare, perché anche se mi avessero coperto con una tenda o un ombrellone, il pubblico comunque si sarebbe cotto. Quindi ho ottenuto una sala all’interno della location, ma c’era da riallestire tutto. Morale: mi sono ritrovata a trascinare sedie, accendere lampadine e svariate altre cose. Io il lavoro lo concepisco solo in questo modo: è come una piccola bottega artigianale, in cui controlli da quando fondi l'oro a quando fai il gioiello. E lo voglio continuare a fare così.

Ci sono tante collaborazioni, come hai detto: Ornella Vanoni, Maria Bethânia, Carmen Consoli... Ma quanto ha dato di più Joe Barbieri al disco?

Joe è stato fondamentale: non è stato semplicemente un musicista, un produttore che mi ha aiutato a scegliere; mi sento di definirlo come il padre di questo disco, che è stato concepito e realizzato in un momento estremamente delicato della mia vita. Non è stato facile per me portare a termine il lavoro, ma nei momenti in cui mi fermavo – sentendo di non farcela - lui si caricava tutto addosso e proseguiva. Mi diceva “non ti preoccupare, io vado avanti”. Perseguiva le decisioni prese insieme, cercando di codificare anche tutto quello che ci eravamo detti di sfuggita. A volte occorrevano variazioni; magari lui lavorava su una parte, io gli chiedevo di cambiarla e lui agiva di conseguenza. La lavorazione è stata complessa, quindi è stato essenziale il suo apporto.

Senza Joe, sarebbe un altro disco. Anche per i suoi adattamenti: da questo punto di vista lui raccoglie l’eredità di Sergio Bardotti, confermandosi un poeta di quell'arte antica che è, appunto, l’adattamento. Un’arte che viene praticata sempre più raramente, perché è faticosa e poco redditizia. Il sistema non la contempla, perché significherebbe impiegare 5 o 6 autori per qualcosa di innovativo. Ci siamo abituati a un pubblico che “ingoia” tutto, ma per noi non è così. Quello che diamo deve essere cibo per l'anima genuino, e occorre scegliere la materia più preziosa che possiamo fornire.

Una cosa bella del disco è che non fa parte di quel genere di musica di intrattenimento. Questa è tutt'altro. Una musica che va consumata piano piano, va ascoltata anche con un volume basso, non per forza a tutto volume come succede con altre musiche.

Ecco, tocchi un tasto particolarmente dolente perché persiste l’equivoco che una determinata musica sia “canzone d'autore”. Esiste una musica di puro intrattenimento che ha motivo di essere, e possiede un senso preciso che tuttavia è profondamente differente da un altro tipo di musica, ovvero quella che necessita di ciò che hai descritto. Una musica che ha bisogno di entrare piano piano nella tua vita, anche perché spesso ti coglie in momenti diversi. Questo è il lusso che ci si può concedere quando ciò che si ascolta ha a che fare con sentimenti profondi. Tengo a precisare: non ho assolutamente niente contro il puro intrattenimento, ma è qualcosa che non so fare, non ne sono capace. È una forma d’espressione che ha altre regole, deve essere molto più abbordabile, veloce, che si consuma presto. Il problema è che oggi, pur di stare sempre a galla e sempre “in torta”, tutto è intrattenimento. Basta ascoltare un attimo per capire che si va a ripescare negli anni ’70 e ’80, con sonorità che già all’epoca ci lasciavano basiti. Invece siamo ripiombati lì, proprio nel momento in cui sono arrivati i cantautori che in qualche maniera ci hanno portato da un'altra parte.

Si sta riaccendendo un faro su quella che è una musica di altro tipo, assolutamente necessaria così come lo è anche una rieducazione del pubblico, circondato per troppo tempo da tutto ciò che era mero intrattenimento, al quale alla fine si è assuefatto. Il metodo è semplice: io ti bombardo con una cosa, alla fine tu senza saperlo la canti, ne fai il tuo habitat; l’essere umano è fatto di abitudini. Le cose che ci circondano e ci rassicurano sono parte della nostra essenza, soprattutto in una società che esige un'omologazione pesante, in particolare a livello politico, in cui anche la cultura fa la sua parte. L’intrattenimento è un perimetro costruito non a caso, bensì per non far pensare, per far sì che gli eventi siano solo momenti di svago senza altre forme di sussulto. Pensa che nei paesi arabi la musica è temutissima. Il Tarab, ovvero la sublimazione, l’arrivare a qualche cosa che ti avvicina al divino, spaventa gli assolutismi, così come i film o le pièce teatrali di denuncia. La musica però è più diretta, non necessita di un teatro o di uno schermo, puoi farla dove e come capita, un po' come i cantatori: ti metti in un angolo e canti, e poi se uno ti vuole sentire ti sente. Per questo fa paura. Ora: non voglio dire che debbano nascere tutti Guccini - sarebbe bello - ma sicuramente si è assopito il pensiero profondo.

Anche nel nuovo cantautorato ci sono elementi di quotidianità; manca però la forza di parlare di disagi, perché esiste un sistema che sostiene che se parli di disagio i ragazzi scappano. Invece no, non è vero. Posso anche dirti che sotto la cenere ardono le braci di un neorealismo musicale che cresce, e presto si farà vivo. Lo farà con veemenza, ma è ciò di cui abbiamo bisogno. Perché il nostro è un paese dove la cultura dorme, e la politica è direttamente connessa.

L'intrattenimento è diventato anche un tritacarne per i giovani che sono obbligati a fare dei numeri impossibili e poi scoppiano come palloncini.

È un meccanismo che stritola. Noi dobbiamo capire che la musica deve tornare ad essere anche qualcosa che nasce dal piccolo, dal basso. Se facciamo passare un giovane artista direttamente dalla cameretta allo stadio, lo inseriamo in un sistema dove può solo scoppiare, perché lo stadio è un punto di non ritorno: non puoi fare di più, ma se fai di meno sei un fallito. Non fallisce il progetto, fallisce il ragazzo: ecco quindi che alcuni si tirano indietro per paura. Come ha descritto benissimo Federico Zampaglione, è un sistema vecchio. A me l'hanno proposto 30 anni fa, e ho detto no. Non ci sono mai voluta entrare, ma so di cosa si tratta: riempi di soldi una persona, organizzi determinati eventi dov’è protagonista, i biglietti – ovviamente – non si vendono e finisce che questa persona diventa tua dipendente sino a che non restituisce tutti i soldi dati. Una situazione alienante, perché devi sempre stare a un livello alto. Ripeto, io di questa cosa non mi voglio occupare, e non mi interessa neanche parlarne più di tanto perché tengo molto di più ad affrontare qualche cosa che può avvenire; anzi, deve avvenire.

Occupiamoci invece del fatto che servono luoghi per far nascere giovani artisti nella musica, nel teatro, nel cinema; posti dove ci sia la possibilità di sperimentare, di conoscere e far conoscere per rieducare un pubblico che si abitui a scegliere e non ad essere scelto. Insomma, smettiamo di ragionare sui grandi eventi e ripartiamo dai piccoli eventi che stimolino il giovane artista, il giovane manager e le piccole comunità che piano piano prendano quota, lasciando loro tempo e spazio per crescere. Non è un'utopia; deve semplicemente essere una strada politica da perseguire con attenzione. La politica deve incentivare il piccolo, perché è dal piccolo che nasce il grande, ma solo quando si dà la possibilità di evolvere.

Partire sempre e solo dal grande evento consente unicamente al sistema di proliferare. Questo è quello che io penso, e credo che il nostro dovere sia quello di cercare in tutti i modi di dare più possibilità e ascolto a giovani artisti. Tu hai parlato di tritacarne, e hai ragione; tuttavia il talent di per sé non è un concetto sbagliato, il problema è come viene utilizzato: se tu lo usi per arricchire la tv, lo sponsor, gli impresari, i manager e le case discografiche automaticamente l'artista perde importanza, e protagonista diventa tutto il sistema che gira intorno. È naturale, quindi, che il processo creativo si sgonfi. Facendo il contrario, invece, lasci che una forza nasca dal basso e possa crescere con la struttura giusta al suo fianco, per costruire la propria strada e seguirla. Ne consegue un cambio culturale importante, e quindi anche un cambio politico.

In sostanza: basta lamentarsi, basta parlare di cose che sono per me il “non bello”! Parliamo invece di quello che può essere un'alternativa, quello che secondo me dovrebbe fare la nostra sinistra. Invece di ribattere sempre sulla cosa sbagliata, occorre dare risposte e indicare strade. Invece io questo non lo vedo; vedo solo critiche su critiche, ma poche strade nuove.

È utile uno sguardo all’indietro e consegnare ai giovani gli spazi come succedeva negli anni 60 e 70?

Sì, ma è accaduto anche oltre quegli anni. Io ho cominciato negli anni ’90, avevo comunque dei “life lab” dove potevo sperimentare. È stata dura, ma ne è valsa la pena perché la gavetta è una cosa meravigliosa: ti fa crescere, ti fa vivere, ti fa comprendere chi sei. Se cadi, hai comunque la possibilità di rialzarti senza rimanerne vittima; nel sistema attuale se cadi sei finito, diventi un derelitto senza nemmeno passare per gli psicofarmaci! Occorre ripartire dall'essere umano, non dalla macchina, e questo secondo me è il futuro. Sto a contatto tutti i giorni con i ragazzi; la strada - come sempre - ce la indicheranno loro e rappresenterà la salvezza anche per noi. Quando è stato il momento del referendum ero molto preoccupata; eppure li vedevo tranquilli. Uno di loro mi ha detto: “Ma perché ti preoccupi? Noi votiamo tutti quanti no!”. Ecco perché erano tranquilli: loro stavano difendendo questo paese distrutto, consapevolmente; quindi difenderanno anche la cultura, assolutamente. Lo sentono necessario perché non respirano più, hanno bisogno di cambiamento: ti posso garantire che in giro ci sono molte cose interessanti, per ora ancora sottotraccia…

Anche perché senza la protesta giovanile non si sarebbe parlato di Gaza!

Sì, assolutamente: non si sarebbe parlato di Gaza, non si sarebbe parlato della rivoluzione dei Gelsomini, non si parlerebbe di ecologia, non si parlerebbe dei migranti: sono i giovani che portano avanti le idee. Greta Thunberg (non è importante che sia o meno un progetto studiato) ha comunque creato una strada; è estremamente positivo che non sia legata al qualunquismo e all'indifferenza, bensì a tutto quello che loro ci stanno insegnando. Per esempio: riguardo lo spreco energetico o lo spreco dell'acqua io li ammiro vedendoli lottare per il proprio futuro; questi sono ragazzi che in Italia spesso quel futuro non ce l’hanno, costretti a mettere in conto di doversene andare, visto che a volte non hanno i soldi per un luogo dove studiare o dormire. Alcuni miei studenti – poveretti - dormono in tenda al mare o nelle pinete… solo per questo sono degli eroi! Devo dirlo: sono innamorata di queste nuove generazioni.

Feminae è un disco che può fare innamorare i giovani?

Credo lo stia già facendo; ne vedo tanti e mi rendo conto di cosa sentano, cosa vogliano. È sicuramente una strada da seguire, io nel mio piccolo sono così, non riesco a essere diversa. La mia benedetta coerenza è determinante per loro, perché non si sentono traditi. La coerenza però non è una virtù di questo secolo; l'incoerenza regna sovrana, per cui trovare qualcuno che tenga la barra dritta rappresenta per loro un valore importante. Soprattutto “sentono” il fatto che io non appartengo a nessuna moda, ritrovandosi in un terreno in cui riconoscersi come esploratori. Quando mi chiedono: “tu non hai paura di non appartenere a una sonorità?”, io rispondo no, perché questa è la mia natura; non ho bisogno di appartenere a nulla che non mi faccia stare bene! Quando un giovane è alla ricerca della propria identità artistica (ma non solo…) e ti percepisce come un qualcosa lontano dagli schemi, è come una luce che si accende.

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