Intervista a Toni Trupia: Bassani, voce scomoda del Novecento italiano

Nel docufilm In gran segreto il regista riscopre Giorgio Bassani: identità, memoria, Ferrara, cultura italiana e il peso di una verità ancora scomoda e attuale.

Diego ProtaniInterviste
Paola e Enrico Bassani visitano la tomba del padre Giorgio Bassani al Cimitero Ebraico di Ferrara 5 - IN GRAN SEGRETO - (C) Civetta Movie.png

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Un capolavoro da non perdere assolutamente. In gran segreto – Un racconto familiare su Giorgio Bassani, docufilm scritto e diretto dal regista agrigentino Toni Trupia, è uno di quei film che tengono alto il cinema italiano e lasciano amare la cultura italiana in tutti i suoi versi. Un film coraggioso su uno dei protagonisti spesso dimenticati del novecento. Giorgio Bassani è stato un intellettuale scomodo perché amava dire le verità, anche a costo di pagarla cara. Ad oggi il film lancia una riscoperta. Una riscoperta a tratti delicata ma anche dolorosa. Perché porta il peso di un “esilio “ volontario, di un errore storico fatta dagli ebrei nel primo novecento che è difficile ancora oggi da accettare. Ora il film girerà mezzo mondo, paradossalmente sarà meno presente in Italia che all’estero. E quella tomba quasi dismessa con cui inizia il docufilm fa capire quanto è confinato e quasi dimenticato uno dei grandi scrittori del 900: Giorgio Bassani

Un film su Giorgio Bassani, nel 2025-2026, perché?

La motivazione concreta è perché mi è stato chiesto. Bassani chiaramente è un autore che avevo avvicinato, che in qualche modo era passato dal mio percorso culturale. Lo conoscevo dal Giardino dei Finzi e Contini, avevo letto L’Airone, uno dei suoi libri più interessanti, però io non ero mai andato al fondo in quella che era stata la figura di Bassani. Poi invece qualche anno fa mi sono trovato a lavorare a Ferrara, dove avevo fatto una collaborazione con il Teatro Comunale, e ho conosciuto questa piccola produzione che si chiama Civetta Movie, che aveva un rapporto con la Fondazione e da anni parlavano di fare un lavoro su Bassani. Insomma, ci siamo piaciuti, mi hanno proposto di provare a scrivere e io volevo a tutti i costi evitare di fare un documentario, un lavoro che fosse didattico. Volevo arrivare a quello che era il percorso umano.

Me lo sono riletto tutto e ho scoperto un autore molto più profondo e moderno e attuale di quanto possa sembrare leggendolo superficialmente oggi. Credo che lui abbia anticipato un sacco di questioni che oggi nel nostro presente sono all'ordine del giorno, non prima la questione ebraica, perché è stato tra i pochi durante il fascismo a fare venire fuori le contraddizioni del mondo sociale a cui apparteneva e della sua, in qualche modo, provenienza identitaria, perché ha svelato che tutta la borghesia ferrarese era fascista, aveva sostenuto il fascismo. C'è un passaggio nel film molto interessante e molto toccante in cui lui stesso spiega questa cosa e dice che sono talmente ingenui che si trovarono senza aspettarselo, senza volerlo, direttamente dentro i campi e dentro i forni di Buchenwald per questa cosa qui.

Riletto oggi questa cosa fa molto pensare, visto che comunque c'è una comunità ebraica che è smembrata e c'è una parte della comunità ebraica che sta, chiaramente, creando dei problemi enormi agli equilibri mondiali, una parte, naturalmente. Ci tengo a sottolineare questa cosa perché c'è stato un giornale che ha riportato una mia intervista e ha generalizzato. Sto parlando della parte sionista, più estrema, che è quella che poi è legata alla figura di Netanyahu e quella che si è legata al mondo, soprattutto, capitalistico. Bassani questa cosa l'aveva detta negli anni Quaranta e per questo viene fatto fuori, viene totalmente espulso dalla sua comunità. Tanto che a questo punto decide di lasciare Ferrara e di venire a Roma, dove trova un terreno culturale molto fertile, Roma era già stata liberata. Perché Bassani? La motivazione l'ho trovata in tante cose, poi perché credo che sia, ho scoperto anche questa cosa qui, che senza Bassani non esisterebbe il mondo culturale del Novecento, non solo la letteratura.

Perché Bassani è stato, prima di essere uno scrittore, un grandissimo promotore culturale, perché lui fondò, su spinta e insieme a Margaret Caetani, le Botteghe Oscure, che era questa rivista antologica, quindi senza critica letteraria, ma fatta soltanto di pubblicazioni, di racconti, principalmente poesia, da cui sono passati tutti. Lui ha fatto il tale scout di tutta la letteratura italiana, da Pasolini a Elsa Morante alla Ginsberg, a Corrado Alvaro, a Caproni, Attilio Bertolucci. Ad uno scrittore che io amo moltissimo, è Silvio D'Arzo.

Su Botteghe Oscure viene pubblicato anche il primo capitolo de Il Gattopardo, perché come saprai, Il Gattopardo fu un libro rifiutato da tutti, Vittorini lo bollò come un libro passatista, in realtà Bassani si trovò tra le mani di un manoscritto grazie a Elena Croce, che era la figlia di Benedetto Croce, e lui lo racconta in un altro passo del documentario molto bello, dove dice «lessi la prima pagina nella portineria dove mi fu consegnato il manoscritto e percepì la musica di questo romanzo straordinario». Dice «non sapevo nemmeno cosa sarebbe stato dopo, ma intuì che era un grande romanzo». È una figura veramente complessa da riscoprire, dimenticata troppo presto, è stato vicepresidente della RAI, è stato docente dell'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, del Teatro, è stato il fondatore di Italia Nostra, che è stata la prima associazione che si è occupata in modo sostanziale del rapporto tra l'istituzione e la tutela del patrimonio culturale, paesaggistico e monumentale che c'è in Italia.

Nel film dice «io ho scoperto un mondo, sono entrato dentro un mondo che mi ha veramente entusiasmato». E poi c'è stato un incontro determinante, che è stato l'incontro con i figli, con Paolo e Enrico, che sono i veri protagonisti del documentario, perché il film parla, come altri lavori che ho fatto e come l'ultimo film dove vi parlavo, di figli che cercano il padre. Quindi è un po' questo, Paola e Enrico hanno dimostrato un'apertura umana enorme.

All'inizio è stato difficile penetrare nel loro mondo. Per esempio Paola era andato via dall'Italia quando era una ragazza, a 18 anni, perché il nome Bassani le pesava moltissimo. È andato a vivere a Parigi, è diventato una storica dell'arte. Enrico ha fatto il veterinario. Però poi hanno trascorso un'altra metà della propria vita a cercare di riconnettersi con la figura del padre e a promuoverla. Quindi ho messo insieme tutti questi elementi e mi sono proposto un trattamento che è stato ritenuto all'altezza e abbiamo girato.

Il film è piaciuto anche a tanti nomi importanti della cultura italiana!

Beh inaspettatamente, la proiezione che abbiamo fatto a Bologna è stata una grande sorpresa per me, intanto perché non mi aspettavo di ritrovarci tutti quelli che sono venuti. C'era un nucleo di quella che è la vita culturale italiana che ha molto apprezzato il film.

Ma forse è proprio perché in questo momento io credo che il mondo culturale italiano avverte la mancanza di un senso di comunità. È tutto fatto di isole, tutte le persone che rappresentano la cultura italiana sono isole, vivono un percorso estremamente solitario e l'esperienza di Bassani e dei suoi compagni di viaggio invece, come viene fuori dal film, è un'esperienza di comunità. Considera, c'è una lettera bellissima che ho ritrovato casualmente, perché un giorno mi hanno fatto chiudere dentro la fondazione, un pomeriggio da solo, senza nessuno, e ho scartabellato tutto quello che potevo scartabellare.

Ho trovato una lettera che scrisse Pasolini perché sentarsi a Bassani nel 49. Appena arrivato da Casarsa era stato cacciato dal Partito Comunista, era stato accusato di atti osceni e di corruzione di minore. Era solo, viveva in una condizione di solitudine estrema a Roma, cercava amici, quindi scrive a Bassani una lettera bellissima, molto convivente, in cui chiede l'amicizia, però mette le mani davanti e dice se pensi che invece la mia presenza possa puzzare di letteratura, tieniti lontano da me.

Chiaramente Bassani lo accoglie in casa sua e nasce questo rapporto fortissimo che è durato quasi per tutta la vita, pur essendoci alle forti contraddizioni tra le visioni di entrambi. Pasolini era chiaramente molto più estremo nella sua visione del mondo, aveva una vita che Bassani chiaramente non riusciva a condividere, un vissuto. Bassani aveva un rapporto molto problematico con l'omosessualità, pur avendo scritto il primo vero romanzo italiano dove c'è un protagonista omosessuale ne “gli occhiali d'oro”.

La cosa che risulta fortissima è che queste persone e i nomi che ti facevo prima si vedevano, trascorrevano dei momenti, ma anche ludici, di gioco insieme. Ed è lì che la cultura italiana ha messo le proprie radici. Era una cultura fortemente legata al rapporto con la società, cosa che oggi si è persa completamente.

Quindi chi era presente a Bologna questa cosa l'ha percepita. Ci sono due o tre interventi che poi sono stati fatti, che ho letto, che hanno scritto, che mi hanno toccato profondamente perché questa cosa è stata corta. C'è un intervento di Marco Antonio Bazzocchi, che è il luminare della letteratura italiana, ma è anche un grande organizzatore di mostre, un grande curatore di mostre, che è nel film, ma che oggettivamente ha colto la chiave del racconto e ha amato moltissimo il progetto.

All'inizio aveva preso le distanze, perché quando l'ho avvicinato la prima volta mi ha detto che non lo so, non sono disponibile. Poi è entrato, si è molto divertito a fare l'incontro con Paola, e poi quando ha visto il film... Un'altra cosa chiave del film, è che è un tema che personalmente mi interessa molto, perché è un rimosso del racconto culturale italiano, del racconto della vita italiana di questi anni, e il rapporto con la morte. È uno dei temi chiave di Bassani, ed è uno dei temi chiave di tutta quella cultura lì.

Non avevano paura di parlare di questo aspetto della vita, traducendola in forma letteraria, chiaramente, o in forma cinematografica, perché era regista... Oggi non si può parlare di questo. È un tabù. Ed è paradossale che dopo 50 anni si sia fatto un passo indietro così determinante, importante.

Com'è cambiata Ferrara negli anni... in questi decenni?

Guarda, io chiaramente non ho vissuto Ferrara negli anni in cui l'ha vissuta Bassani. Ferrara è una città meravigliosa, è una città di una bellezza abbacinante tutt'ora, è stata preservata in modo esemplare. E' realmente una città ideale dal punto di vista proprio di quella che è la qualità della vita e il rapporto con l'aspetto urbanistico. Io non credo che sia cambiata, ho avuto questa percezione, la mentalità dei ferraresi. Considera che alla proiezione di Bologna, Bologna vi sta 20 minuti da Ferrara, non c'era nessuno dell'amministrazione, non c'era nessuno delle istituzioni, ed era una celebrazione di Bassani.

La politica è spesso lontana dalla cultura comunque.

Eh sì, la politica purtroppo è oggi un deterrente di cui la cultura italiana non riesce a fare a meno, da cui non riesce a prendere le distanze. Però paradossalmente per questo motivo la popolazione italiana non riesce a incidere sulla politica, perché la politica la confina all'interno di un territorio che è tenuto a stagna e la tiene a bada, quindi non incide minimamente.

La cultura, il mondo culturale italiano è stato totalmente escluso dalla vita politica e non ha, da un po' di tempo a questa parte, più presa posizione. Pensa al cinema, io penso al cinema che è un territorio che conosco. Quanti film con un valore politico in Italia sono usciti negli ultimi anni? Pochissimi. Ma anche nel modo di fare cinema, cinema formalmente, esteticamente, è adeguato perfettamente a quella che è la volontà e allo sguardo, la visione che la politica vuole imporre a imposto della società italiana. E credo che siamo a un punto che non ritorno, siamo a un punto che chi si occupa di questo lavoro, si occupa di cultura in generale è davanti a un Bivio! Oggi o ci si stacca completamente e si torna ad avere un'autonomia, anche una forma di anarchia rispetto al potere, oppure tutto è destinato a diventare prodotto.

Io paradossalmente dico che è anche un momento molto fertile, se solo ce ne accorgessimo e prendessimo posizione in questo senso. Si può tornare a essere indipendenti, liberi, forse ci saranno meno fondi statali a cui attingere, , si potrà tornare a pensare, ci sono gli strumenti, c'è la tecnologia che ormai ha semplificato enormemente, sia la comunicazione della cultura, sia la costruzione dei prodotti culturali. Io credo che è un momento molto fertile, non chiedo per quale motivo non si riesca ad aspettare nulla da questo punto di vista, è un momento di grande crisi per me, vengo da un progetto che è stato complicatissimo da costruire, ma che è ancora più complesso da circuitare, perché non rientra in quelli che sono i canoni.

Ho scelto una protagonista che non è dentro quelli che sono i canoni estetici rassicuranti di certo cinema, ho raccontato una storia dove per metà si parla in arabo, l'ambiente è in Marocco, ho raccontato un Marocco non da cartolina, non è il Marocco dove ci sono i dromedari che camminano sulla spiaggia, ma è un Marocco povero, sporco, con i segni del terremoto che c'è stato qualche anno fa, ed è un racconto che ha a che fare con l'identità, che è un altro tema cruciale del nostro tempo, e in questo senso ritorno a Bassani, Bassani ha parlato sempre di questo, un altro dei temi cruciali di Bassani è stato questo, la ricerca costante dell'identità da parte dei suoi protagonisti, il tentativo di appartenere a qualcosa e la scoperta di non poter appartenere a niente. E questo è il tema del mio film, il film parla anche di una figlia che cerca un padre scoperto per caso, e fa un viaggio, in realtà non scopre il padre, scopre se stessa, e alla fine è una scoperta liberatoria, una scoperta di libertà che le permette di prendere delle decisioni che chi va a divertire non riusciva a prendere.

Una domanda proprio su Bassani, lui parla molto di Ferrara, anche quando va via, i suoi romanzi, anche sul “giardino dei finzi contini” che poi è diventato un film.

Certo, un film che lui non l'ha amato per niente. Lui non l'ha amato per niente, lo so benissimo la storia.

Oggi però vedo una Ferrara che se non fosse per quella piccola fondazione si è dimenticata di Bassani

Sì, assolutamente. Come ti dicevo prima, è uno dei grandi rimossi di quello che credo abbia un valore fortemente politico. Ancora non gli è stato perdonato di aver detto una verità imprescindibile.

Bassani ha dato tutto a Ferrara, ha scritto una delle cose che si conoscono meno di Bassani è la produzione poetica. Lui ha scritto delle raccolte molto incisive e ci sono delle parti che riguardano proprio il percorso del periodo delle leggi razziali. C'è una poesia sentita proprio dalle leggi razziali.

Non ci dobbiamo dimenticare che Italo Balbo era ferrarese, fascista, che il fascismo è nato con quella borghesia agraria che ha sostenuto e spinto il fascismo che era la borghesia di quel territorio lì. Quindi il fatto che lui abbia denunciato venite fuori questo e abbia alimentato per tutta la sua vita il ricordo di questa colpa, di questa macchia, tutt'oggi lo rende molto distante dal ricordo dei ferraresi che non lo vedono in buon occhio. Ne ho parlato spesso con i figli che lottano tutti i giorni perché la fondazione possa esistere. Però Paola vive a Parigi, Federico vive a Roma. La fondazione è in uno spazio meraviglioso che è la casa dell’Ariosto, però è uno spazio che ha degli enormi problemi dal punto di vista dell'attenzione e del sostegno.

Anche la tomba era abbandonata.

Sì, la tomba è uno degli elementi su cui ho costruito il documentario. Il film comincia con una telefonata in cui Enrico avvisa Paola a Parigi di essere casato per ferrare e di aver visto la tomba del padre messa male. E si ripromettono entrambi di andarla a rimettere in sesto.

Guarda, è simbolica questa cosa. Nel senso che ti posso dire l'ultimo paradosso. È stato intitolato un parco a Giorgio Bassani che è un parco che ha un forte valore culturale.

Recentemente è stata una polemica molto forte perché il parco è stato concesso per un concerto di Vasco Rossi dove, senza niente togliere quello che era il valore economico anche artistico. Però, in un parco è stata una sorta di profanazione. È stata letta come una sorta di profanazione dalla famiglia e da chi poi anche gli è rimasto vicino a Ferrara.

Con cui Continua a mantenere un legame. Non sono tanti. L'unica persona che era presente alla proiezione del film è stato il direttore del teatro comunale di Ferrara che ci ha promesso di aiutarci a organizzare una proiezione che faremo molto presto.

Il film ora comincerà un percorso interessante. Siamo già stati invitati all'estero soprattutto. Andremo alla Sorbona a presentarlo. Andremo all'Istituto di Cultura di Copenhagen. Mi ha scritto con mia grande sorpresa il traduttore danese perché stanno pubblicando tutta l'opera di Bassani in Danimarca. Sta avendo un grandissimo successo.

Sono usciti “gli occhiali d'oro”. A settembre esce “ Il giardino dei finzi contini”! In questa occasione faremo una presentazione lì. Sto lavorando per presentarlo negli Stati Uniti dove Bassani è stato amatissimo e ha anche andato a fare un ciclo di conferenze. Mi auguro che il film comunque abbia una vita. E' pur sempre un documentario. Di difficile distribuzione.

E poi abbiamo un obiettivo che è il prossimo anno, in chiusura di questo centodecimo anno, perché quest'anno cade il centodecimo anno dalla nascita di Bassani, il film possa passare in televisione.

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