Intervista a Stefano Silvestri: «Unica via per la pace in Ucraina è quella negoziale»

L’analista dialoga con la lettera di Bettini: compromesso, sicurezza europea e canali di comunicazione con Mosca per arrivare a un negoziato.

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ANSA

Ucraina, la politica oltre le armi. Rinascita ne discute con uno dei più autorevoli analisti italiani di politica estera e geopolitica: Stefano Silvestri, già presidente dello IAI (Istituto Affari Internazionali) e oggi consigliere scientifico. Il professor Silvestri è stato anche docente sui problemi di sicurezza dell'area mediterranea presso il Bologna Center della Johns Hopkins University e ha lavorato presso l'International Institute for Strategic Studies di Londra.

Professor Silvestri, fuori dalle basse polemiche di politica interna, sarebbe cosa buona e giusta interloquire, con rigore e serietà, con quanto sostenuto da Goffredo Bettini nella sua lettera al direttore del Corriere della Sera. Ci proviamo?

Con grande piacere.

Scrive Bettini: “Allora la domanda se continuare a spedire armamenti all’Ucraina è in modo stringente collegata a una svolta chiara e immediata della politica europea. Perché il dilemma sta lì: continuare una guerra infinita, con i rischi per l’umanità che ciò comporta e con la distruzione di intere giovani generazioni ucraine e russe? Oppure concentrarsi, con tutta l’autorevolezza che l’Europa unita potrebbe avere, su una proposta di pace? Basata sul realismo, sul compromesso e su una garanzia di sicurezza per tutti. A partire da quell’ottanta per cento di territorio che è rimasto nelle mani di Kiev”.

Indubbiamente la soluzione negoziale di pace del conflitto russo-ucraino è l’unica possibile, perché una “vittoria” completa sia russa sia ucraina, fuori da dichiarazioni roboanti quanto improvvide e impraticabili, non appartiene all’ordine del possibile e, se fosse praticabile, finirebbe per creare problemi ancora più gravi. In realtà, continuerebbero la guerra allargandola.

Il problema a questo punto non è tra l’alternativa aiutare l’Ucraina o avere un negoziato di pace, ma qual è la chiave che convincerà la Russia ad arrivare concretamente a un negoziato di pace senza tutte le precondizioni che Putin continua a porre da ormai cinque anni, che poi equivalgono ad una sconfitta totale dell’Ucraina.

Il problema diventa complicato perché non aiutare l’Ucraina senza avere prima la disponibilità di Putin ad andare ad un negoziato serio significherebbe semplicemente dargli una mano.

D’altro canto, e su questo concordo con quanto sostenuto da Bettini, non è possibile puntare ad una soluzione sul campo di battaglia. Come stabilire un dialogo davvero efficace e produttivo con la Russia, questa a me sembra la cosa fondamentale.

Naturalmente si porrà nel caso, anche il problema di convincere l’Ucraina, ma Kyiv potrebbe essere più malleabile, perché è molto più dipendente da noi, perché è molto più legata economicamente, e non solo militarmente, mentre da parte russa c’è nella sostanza un rifiuto di risposta.

C’è un’altra riflessione del direttore di Rinascita che vorrei sottoporle. Sostiene Bettini: “La posizione del centrosinistra deve uscire dal dilemma pressante, armi sì o armi no. Ponendolo, in modo condizionato. Armi per cosa? Per quale prospettiva? Per quale assetto generale di sicurezza dell’Europa, della Russia, dell’Ucraina? E su questo occorre azzardare prime ipotesi concrete. Tregua sulla linea del fronte. Una fascia smilitarizzata garantita da forze neutrali sotto la bandiera dell’Onu. Sì all’Ucraina nell’Unione europea. No nella Nato. Lavorare per un assetto di sicurezza del continente europeo secondo un modello mutuato dal trattato di Helsinki: obbediente al criterio secondo cui la sicurezza di una parte non può andare a detrimento della sicurezza dell’altra”.

Questo significa dire che dobbiamo parlare di più di quale assetto europeo vogliamo a conclusione di questo conflitto il che impone anche di esprimersi su come vorremmo che si concludesse tale conflitto, una volta assodato che, come detto in precedenza, non è pensabile e ancor più praticabile una “vittoria” sul campo di battaglia dell’uno o dell’altro belligerante. Si può essere d’accordo o meno con Bettini, ma gli va dato atto di essere entrato nel merito di una ipotetica soluzione negoziale, scartando la balzana idea, ahinoi ripetuta anche da autorevoli rappresentanti dell’Europa, che una guerra la si vince con la guerra.

Le considerazioni di merito di Bettini sono, a mio avviso, largamente condivisibili. Non sappiamo quanto possa essere gradita dall’amministrazione Trump o dal Cremlino.

Semmai ritengo un po’ troppo “generoso” un passaggio della ipotesi di pace prospettata da Bettini...

Quale, professor Silvestri?

Beh, immaginare un rapido ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, ad esempio, non è così evidente né scontato, mentre sono totalmente d’accordo con lui nell’affermare che un ingresso dell’Ucraina nella Nato, più facile nelle procedure, sarebbe un qualcosa di provocatorio.

Entrare nella UE è una decisione molto più complessa, perché investe sfere più ampie di quella politico-militare della Nato. Investe politiche economiche, politiche giuridiche e altro ancora, tutte problematiche che richiedono una trasformazione della società ucraina.

Detto questo, ritengo anch’io che la prospettiva di un ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea deve essere mantenuta aperta e perseguita con convinzione.

In sintesi, le posizioni che delinea Bettini per una ipotesi di pace vanno benissimo. E aggiungerei che in Europa comincia a farsi strada, sia pure a fatica, l’idea che l’opportuno sostegno militare all’Ucraina vada strettamente collegato alla prospettiva di un negoziato di pace. Detto in altri termini, quello militare deve essere concepito come strumento e non come un fine. Il che porta ad un’altra considerazione che ritrovo nella lettera di Bettini...

Vale a dire?

Il supporto militare all’Ucraina finalizzato alla difesa dall’aggressione subita e non per realizzare un regime change in Russia e decretare così la fine di Putin. Un’assoluta, tragica follia.

Ho letto che qualche illustre opinionista ha ironizzato sul concetto di “difensivo” di cui nella lettera al Corriere della Sera parla Bettini. Che dire, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Quel “difensivo” non va tanto collegato alla qualità degli armamenti forniti a Kyiv ma all’obiettivo politico, non militare, che s’intende praticare. E quell’obiettivo non può che essere la ricerca di un compromesso che non umili l’Ucraina ma che al tempo stesso non suoni come capitolazione per Mosca. Che poi sia una pace, o un armistizio di lunga durata, questi sono alla fine dei dettagli tecnici e diplomatici.

Ritengo peraltro di grande interesse il riferimento fatto da Bettini alla ripresa di Helsinki. Un discorso su cui non c’è nulla da obiettare. È un peccato che il trattato di Helsinki non sia rispettato, persino il meccanismo di controllo delle elezioni contenuto in quel trattato, da tempo non è più attuato. C’è un arretramento complessivo della situazione internazionale che ha danneggiato anche l’importante prospettiva che era stata aperta, delineata dagli accordi di Helsinki e che aveva contribuito anche alla fine della Guerra fredda.

Quanto al “campo largo”, mi sembra che il problema oggi per il “campo largo” sia trovare un punto di caduta sostenibile e condiviso dall’insieme dell’alleanza di centrosinistra, chiamata a confrontarsi con la posizione radicalmente anti-riarmo assunta soprattutto dai 5Stelle, che ha come ricaduta quella di una pace a qualunque prezzo, cosa che a me francamente pare politicamente inaccettabile e che non rientra assolutamente neanche nello spirito di Helsinki.

In questo senso, apprezzo davvero lo sforzo fatto da Bettini per provare a fare un passo in avanti in un confronto che rischia di polarizzarsi a discapito di una sintesi condivisa, senza la quale è difficile candidarsi alla guida di un Paese. La politica estera non è una nota a piè di pagina di un’agenda politica di chi vuole sfidare le destre. La politica estera è il perno della visione del mondo che un’alleanza ha; la sua idea di Europa, delle relazioni internazionali, dei rapporti tra Stati, popoli... Su questo non si scherza.

Professor Silvestri, in precedenza si è fatto riferimento a Putin. Sempre nella lettera al Corriere, il direttore di Rinascita è molto chiaro e netto sul fatto che “La Russia ha aperto una guerra sciagurata e criminale”, constatando altresì: “Non è chiaro decifrare le disponibilità di Putin a un qualsivoglia dialogo. Ma è certo che esso non potrà mai avvenire se non si smonta l’alleanza europea dei «volenterosi», precari circa il loro consenso interno e in cerca di improbabili e nuove legittimazioni. Un’alleanza che sta convertendo il sistema produttivo a una economia di guerra; che vuole altra guerra per essere giustificato agli occhi dell’opinione pubblica democratica”.

Su questo il dibattito è aperto. Io la vedo così: sostenere l’Ucraina, senza un chiaro contributo americano se non di tipo commerciale, nel senso se vogliamo dare armi all’Ucraina dobbiamo comprarle dagli americani, beh, per l’Europa è oggi uno sforzo notevole, essenzialmente perché in Europa avevamo ridotto sensibilmente sia la nostra base industriale della difesa sia le nostre capacità militari in generale. Una scelta strategica che si è rivelata fallace e controproducente. Senza una difesa comune strettamente legata ad una politica estera condivisa, l’Europa rischia di restare in balia degli eventi decisi e gestiti da altri attori globali.

Il problema, oggi, è la ricostruzione di un sistema capace di reagire militarmente e questo richiede uno sforzo che è più che proporzionale e che contiene in sé, non va negato, il rischio della militarizzazione; il rischio di puntare a una strategia di tensione per ragioni politico-industriali, propria di un partito della guerra.

Nello stesso tempo, però, risponde a una esigenza reale. C’è un delicato equilibrio che andrebbe ricercato.

È chiaro che ci sono dichiarazioni eccessive, da una parte e dall’altra. Bisognerebbe non perdere di vista quello che è effettivamente necessario e quello che invece sembra essere superfluo.

È importante mantenere un certo grado di prudenza, anche per evitare di provocare inutilmente reazioni spropositate.

Noi parliamo di “linee russe”, ma in realtà non sappiamo dove corrano queste “linee”. Non lo sa nessuno. Provare a marcare una “linea russa” senza saperlo è un deficit strategico pericoloso, soprattutto se nel frattempo tu non hai stabilito dei buoni rapporti di comunicazione per sapere esattamente o con la maggiore precisione possibile, che cosa stia percependo l’avversario di quello che tu stai facendo. Questa è una cosa che è sempre stata importantissima nella strategia nucleare ma in generale in tutta la strategia militare, perché c’è il caso che l’incomprensione degli atteggiamenti reciproci diventi causa di guerra. Il caso più estremo di scuola che viene in questo senso citato è l’inizio della Prima guerra mondiale.

In ultima analisi, credo che sia importante sottolineare e lavorare per lo stabilimento di canali di comunicazione continui e sicuri tra le parti.

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