Intervista a Sandro Bonvissuto: Aldair e il calcio che diventa poesia
Nel docufilm di Simone Godano, Sandro Bonvissuto racconta il Brasile di Aldair: povertà, natura, infanzia e quella libertà che il calcio moderno ha perso ormai.

ARCHIVIO RINASCITA
Sandro Bonvissuto è il coprotagonista e lo sceneggiatore del docufilm di Simone Godano “Aldair Cuore Giallorosso”. Un film sorprendente, dove non si parla della Roma, del calcio e delle vittorie. Quello è solo il contorno. Nel film si parla di Brasile, di povertà, di famiglie che hanno poco o nulla ma che con sacrifici cercano di salvare i propri figli da strade pericolose, si parla di natura. Di come un popolo ama davvero l’ambiente e vive in simbiosi con un fiume o una foresta. Si parla di strade dove non esiste l’asfalto, dove non si paga per giocare come accade da noi, un paese dove la fame e la povertà è all’ordine del giorno. Eppure quella gente, fregandosene totalmente del capitalismo, è felice.
Sandro in questo film dove finisce il calcio e dove inizia la poesia?
La poesia è la parte forse che non abbiamo visto a Roma, noi abbiamo visto le situazioni calcistiche, perché quello è un tritacarne che ti dà comunque il personaggio legato a quel minutaggio. Poi esce dietro l'uomo, dietro al calciatore Aldair c'è un uomo straordinario, silenzioso, poetico, come l'hai detto tu. Un uomo che viene da una terra lontana, diversa, in buona parte diseredata e che invece conserva all'interno della sua, come dire, postura un'etica straordinaria che forse non fa più parte del calcio moderno, dove tutti postano tutto, dove tutti si sparano le pose per aver fatto qualunque cavolata. Aldair è il campione del mondo, c'è una strada intestata a lui e se non ci fossimo andati noi lì per il film non l'avremmo saputo! Cioè che c'è uno che ha una lapide in vita, capito, col nome suo in un paese al limite della foresta poco prima dell'Atlantico… insomma credo che siamo di fronte a una specie di santone del calcio.
Quanto è stato emozionante vedere i bambini giocare a calcio scalzi come una volta?
Ma guarda, è stata una cosa trascinante, perché comunque tieni presente che noi mandiamo i figli alle polisportive, fanno allenamenti con le scarpette, l'allenatore, il campo sintetico e poi lì sotto quel sole c'erano trenta ragazzini a giocare a pallone tutti insieme e c'erano due paio di scarpini! in tutto! Un campo con le buche e le porte con le reti bucate… ma il calcio è quello, non è quello che viviamo noi.
Cosa si prova a vedere un uomo come Aldair nato nella povertà più assoluta del Brasile e rimanere umile nonostante essere un campione del mondo se non il miglior difensore della storia del Brasile?
Calcola che lui è un uomo che quando torna là dorme a casa sua, a casa della sorella, in una stanzetta che potrebbe essere quella che c'ha una suora in un convento. In questa stanzetta c'è la maglia numero 13 della Nazionale Brasiliana firmata dai mostri con i quali Alda ha giocato e che lo hanno decretato a titolare di una selezione nella quale non ci giochi perché sai bello. Il Brasile vive di calcio e ci perdono le elezioni per una formazione della nazionale. Quindi la cosa importante è capire che Aldair è uno che può andare a dormire dove vuole, in un albergo costosissimo sulla costa. Ma lui torna a dormire a casa della sorella, nella sua stanza di quando era bambino. Credo che sia una grande lezione, ma nemmeno di umiltà, ma di vita per tutti quanti.
Questo non è un documentario sul calcio, è un documentario sociale, che ti fa capire cosa è la povertà, cosa vuol dire il sacrificio di una famiglia che aveva paura che i figli potevano finire in brutte mani e fanno sacrifici.
Questo è anche un documentario sul benessere che viviamo noi, in buona parte dopato e inutile. Quello è un posto dove siamo stati bene, siamo stati accolti, abbiamo mangiato, siamo stati con la gente in una dimensione che oggi non si vive più facilmente. Abbiamo respirato il tempo che è il Brasile, un tempo diverso dal nostro, un tempo, si dice nel film, lineare, che porta a una performance continua. Oggi da noi hai fatto una cosa, domani devi farne il doppio, dopodomani il triplo e così via.
Lì c'è un tempo circolare nel quale ci si ferma in un bar a bere una birra con i compagni e quando dici domani che facciamo? La stessa cosa che abbiamo fatto oggi, perché la vita è così. Innanzitutto sgravare dalla vita quel fardello di tensioni che porta alla continua realizzazione di qualcosa. La bellezza di vedere gente che ha fatto grandi cose e se ne dimentica, cioè vivere quei giorni con lui, in quel posto e avere la sensazione che è un uomo che non si trascina la sua gloria, cioè non è appesantito dalle sue gesta.
È un uomo che ogni mattina si alza, scende dal letto come se fosse l’Aldair adolescente. Mantiene quell'atteggiamento bambino che, quando vede un pallone che rimbalza sul campo, c'ha quel lampo negli occhi che è il bambino. Prende e si mette a giocare con loro.
Ti racconto un evento nel quale la mattina dovevamo andare per le riprese e quindi c'era tutta questa tensione, perché quando si fanno i film, e io non lo so perché è il primo che faccio, immagino pure l'ultimo, questi affittano tutte strutture, furgoni, microfonisti…Al mattino Aldair si era andato ad allenare nella palestra dell'albergo e poi era andato a fare una corsa, perché lì in Brasile, su questo lungomare, vanno tutti a correre.
Esce molto presto, noi stiamo a fare colazione. Lo vediamo andare via, ma non erano le 8. L'appuntamento con tutta la truppa era alle 9. Insomma, arriviamo lì nella hall alle 9 e Alda non c'era.
Aspetta, aspetta, le 9 e quarto, 9 e mezza, le 9 e tre quarti. Lo chiamiamo e non risponde. Sarà in stanza? Chiamiamo in stanza, dal centralino. Niente! Si fanno le 10, se fanno le 10 e mezza, questi della troupe tutti a sclerare, perché c'erano i furgoni affittati.
A un certo punto, alle 11 e mezza, si presenta lui. Io gli ho detto ”Alda ma dove sei stato? dobbiamo andare qua, dobbiamo andare al centro a girare queste cose”. Ha risposto “ Allora sono andato a fare una corsa, 'ho trovato un amico che giocava a pallone e ho fatto una partita”.
Cioè un uomo che ha 61 anni, che ha scritto la storia del calcio, trova per puro caso una situazione con gli amici che giocano e dice ” Lascio gli amici con uno di meno?” Ma no, guarda il campo. Entra e gioca!
In Brasile quelli stanno con la libertà di dire, esco, vedo gente che gioca a pallone, mi metto là e gioco.
Nel senso che hanno una libertà mentale che tu hai perduto.
Non ce l'hai proprio. Non ce l'hai proprio, perché tu devi sempre andare a fare qualcosa e non c'hai più tempo per non fare nulla .
A un certo punto non si capisce più se è Roma o se è il Brasile.
Diventa un popolo solo. Finché siamo in una solida, sana circostanza sociale legata a quella che è la cultura popolare, allora ti accorgi che sì, si può approssimare un popolo solo. Abbiamo tutti la stessa estrazione sociale e ti accorgi che il paese straniero non esiste. on esiste. Siamo tutti uguali, con delle piccole differenze. Può sembrare una faciloneria, ma il popolo in ogni parte del mondo è uguale. Mangia le stesse cose, ha gli stessi riti, fa le stesse ricette magari con una piccola differenza. Se peschi dal basso, l'uguaglianza non ti mancherà.
Com'è stato andare a pescare un Aldair?
È stato capire come quello che per noi è un fiume, per loro è un negozio di alimentari. È stato capire come in certi posti le cose assumono un tutt'altro significato. Quel fiume ha sfamato le famiglie dell'entroterra e in qualche modo il legame che si ha con chi ti ha sfamato non è un legame geografico con quello che è il fiume, ma è un legame materno. Il fiume non è un oggetto, arriva a quella dimensione superiore, oserei dire divina, che probabilmente rappresentava anche il fiume avevamo a Roma, prima che venisse carcerato nei muraglioni.
In quel posto sono connessi alla natura, connessi a questa foresta enorme, violenta, vitale, piena di animali, piena di uccelli che strillano, piena di bestie che arrivano al pascolo fino al grido del fiume. Un fiume che dopo poco arriva al mare, all'oceano, enorme, potente. Non è il mare buono interno a cui siamo abituati noi, è un mare forte. Quella gente lì è connessa, è legata alla natura. La capisci quando la vedi nella natura, nel loro posto. E mettere la gente nel posto giusto. Forse puoi vedere un imbarazzo degli abitanti di quel posto quando li porti in un'altra logica, in un'altra regione. Quando li vedi lì ti accorgi che loro sanno capire le cose del mondo, sanno capire la natura. Sarebbero in grado anche di vivere in eterno. Tu moriresti dopo un quarto d'ora senza mangiare, loro no. Sanno ambientarsi nella natura.
Quanto è stato difficile, invece, vedere la povertà? Noi che la povertà non la vediamo. La subiamo ma non la vediamo ormai.
Ma guarda, noi viviamo nell'illusione, perché noi siamo poveri lo stesso. Crediamo naturalmente di essere benestanti perché poi andiamo a lavorare per comprarci la macchina per andare a lavorare. Lì c'è una dignità maggiore, di gente che dice che a lavorare non ci va proprio. E penso che sia più dignitoso che non inchinarsi allo stipendio che abbiamo preso tutti. Dover vivere all'età mia a 1.200 euro al mese con un affetto da pagare. Se questo è benessere, boh, aprirei una tavola rotonda. Lì ti dico che è vero che hanno poco, ma io ho visto quella gente felice, sempre a ridere. Ho passato pomeriggi bellissimi al bar con loro, nel grembo di un paese accogliente e caldo, dove tutta la fatica a cui ci sottoponiamo per galleggiare in un mare in tempesta assume un senso infinitamente minore. Lì è vero che ci sono grandi differenze sociali ed economiche. Il paese è straziato, ma non tutti hanno aderito a quel modello di sviluppo. Non tutti. Si vede qualcosa a cui noi forse abbiamo abdicato. Diciamo che è un viaggio molto istruttivo, molto istruttivo. Molto, davvero.
L'ultima domanda è una provocazione. È un film per bambini?
È un film di bambini. È un film di bambini che non sono mai cresciuti. Aldair mantiene dentro di sé la purezza del fanciullo che gioca a pallone in quel campo, in un “buco del culo del mondo”.
Già, il culo del mondo. Proprio come cantava Caetano Veloso.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati