Intervista a Salvatore Misticone: oltre Scapece, cinema, teatro e musica napoletana

Salvatore Misticone racconta Scapece e una carriera poliedrica: dal rapporto con Alessandro Siani ai film di Garrone e Ben Stiller, fino alla musica napoletana.

Diego ProtaniInterviste
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ANSA

Salvatore Misticone, noto al grande pubblico come lo “Scapece” della saga Benvenuti al Sud/Nord con Alessandro Siani, vanta una carriera poliedrica che spazia dal cinema d’autore internazionale, come il film Reality di Matteo Garrone, alla canzone classica napoletana. Oltre alla celebre maschera comica, l’attore interpreta ruoli drammatici in pellicole come Rosso Pompeiano, confermando una profonda ecletticità artistica.

Salvatore, il grande successo di pubblico è arrivato con il fenomeno del personaggio di Scapece in Benvenuti al Sud. Come vivi questo legame così forte con un singolo ruolo?

È curioso come spesso restino addosso proprio quei personaggi che quasi non ti aspetti. Nella mia famiglia l’arte è sempre stata di casa, sia a livello dilettantistico sia professionistico.

Mio padre mi raccontava sempre un aneddoto su Peppino De Filippo, il fratello di Eduardo. Diceva che Peppino, nonostante una vita intera dedicata a grandissimi ruoli tra teatro e cinema, quando veniva fermato per strada si sentiva dare del “Pappagone”, per via del celebre personaggio che aveva interpretato in televisione insieme a Franco Volpi.

Diceva sempre: «Ho fatto tantissime cose, eppure per tutti sono Pappagone». A me succede esattamente lo stesso con Scapece. È una cosa che comunque gratifica, perché significa che sei riuscito a creare una vera e propria maschera.

Una maschera nel senso più alto della tradizione cinematografica italiana. I personaggi passano, ma le maschere restano nel tempo. Un tempo li chiamavamo caratteristi, oggi forse il termine è riduttivo.

Esatto. I caratteristi avevano indubbiamente una loro precisa dignità e ragione d’essere, ma la maschera va oltre: è la creazione di un personaggio che entra nella storia proprio perché è unico e pressoché inimitabile.

Per questa maschera, che avevo in realtà già sperimentato in altre occasioni artistiche, ricevetti persino i complimenti da Dario Fo. Si tratta a tutti gli effetti del grammelot, una tecnica artistica teatrale di origine francese. All’epoca era una rarità assoluta; ricordo che prima di me c’era stato un altro attore che faceva qualcosa di simile, ma lo faceva in francese, quindi con un effetto molto diverso rispetto al mio.

In un certo senso, la genesi del film ha seguito una dinamica simile al suo corrispettivo francese, Giù al Nord (Bienvenue chez les Ch’tis). Anche lì tutto ruotava attorno ai dialetti e alle incomprensioni linguistiche.

Assolutamente. Giù al Nord è stato il capostipite che ha aperto la strada a Benvenuti al Sud. Lì l’ironia era tutta basata sui linguaggi e sulle espressioni facciali. Come sappiamo, da noi gli stereotipi tra Nord e Sud sono invertiti rispetto alla Francia: lì è il Nord a essere considerato più caloroso e popolare, tanto che il film originale si intitola proprio così.

A Castellabate, dove è stato girato il film, sei diventato un vero e proprio simbolo. Ci ritorni spesso: come ti accoglie la popolazione locale?

Devo essere sincero: non avrei mai immaginato che questo personaggio potesse avere un riscontro così enorme. Bisogna considerare che quel film, prima di arrivare nelle sale nazionali, ha impiegato un anno e due mesi. Siccome era una pellicola tra le tante che avevo girato, me n’ero quasi dimenticato. Un fine settimana stavo andando a Ischia e chiamai un amico; durante la telefonata lui mi disse: «Sai, Salvatore, è uscito quel film». Io non ricordavo nemmeno il titolo, così gli chiesi come si chiamasse e decisi di andarlo a vedere.

All’epoca, parliamo di circa sedici anni fa, le novità cinematografiche venivano proiettate prima in provincia, ad esempio a Minori, per testare le reazioni del pubblico. Andai al cinema a Ischia insieme alla mia compagna di allora e di oggi. Durante la proiezione la gente scoppiava a ridere continuamente e applaudiva.

Noi attori, quando guardiamo una prima visione, non riusciamo mai a godercela del tutto perché ci distraiamo a valutare le inquadrature e i dettagli tecnici. Ma quando si accesero le luci in sala e gli spettatori mi riconobbero, capii che la mia vita era cambiata in quell’esatto momento: ero passato dall’essere Salvatore Misticone a essere Scapece. Da allora l’accoglienza è sempre calorosissima, mi trattano come se fossi un nativo del posto. Sono tutti affettuosi, mi fanno piccoli regali e firmo centinaia di foto. Oggi cerco di onorare questo affetto rimanendo modesto e molto legato al personaggio.

Con Alessandro Siani hai lavorato più volte. Qual è il segreto della vostra intesa artistica e personale?

Quando l’ho conosciuto, Alessandro lavorava già da tempo, ma proponeva un genere di cabaret che io non seguivo molto. Sapevo comunque che aveva già alle spalle parecchie esperienze importanti. Ci siamo incontrati sul set di un film di Natale e tra noi è scattato subito un feeling immediato, da veri conterranei, dato che siamo entrambi napoletani. È sempre stato molto affettuoso con me. Io per lui sono un po’ un fratello maggiore.

Ho avuto anche il piacere di conoscere suo padre e la sua famiglia, che erano felici di questa nostra amicizia. Si sa che i genitori sono sempre un po’ apprensivi sulle frequentazioni dei figli giovani; all’epoca lui aveva 35 anni e io ne ho 30 più di lui, quindi si è creato un legame che unisce l’affetto paterno, fraterno e amichevole. Certo, ogni tanto discutiamo, come è normale che sia, ma sono sempre divergenze provvisorie dettate soprattutto dalla nostra comune passionalità napoletana.

Nella tua carriera hai avuto anche l’opportunità di lavorare a livello internazionale, ad esempio con un mostro sacro di Hollywood come Ben Stiller per Zoolander 2. Che esperienza è stata?

È stata un’esperienza fantastica. Ricordo che per quel ruolo facemmo diversi provini a Roma. Ben Stiller aveva dei collaboratori che si occupavano di selezionare sia le location sia gli attori italiani, che loro ovviamente non conoscevano.

Dopo essere andato un paio di volte a Roma per le selezioni con il casting, fu proprio Ben Stiller in persona a scegliermi e a volermi incontrare. È una persona incredibilmente disponibile. Sul set c’era una grandissima riservatezza: le scene venivano girate proteggendo l’area con enormi ombrelloni, per evitare che le persone dai balconi o dai terrazzi di Roma potessero spiare o scattare foto. Era severamente vietato fare immagini.

Nonostante questo, quando gli chiesi se potevamo fare una foto insieme, lui fece fermare l’intero set. Io avevo lasciato il cellulare nel mio camerino; Ben interruppe la produzione e mandò un addetto a prendermi il telefono pur di scattare quella foto. Un gesto davvero carino che dimostra la sua grande umiltà.

Un altro momento altissimo della tua filmografia è stato il ruolo del calzolaio in Reality di Matteo Garrone, che vi ha portato fino al Festival di Cannes.

Quella è stata un’esperienza indimenticabile. Reality ci ha permesso di calcare il red carpet del Festival di Cannes e di proiettarci in una dimensione cinematografica internazionale. Successivamente sono stato anche alla Mostra del Cinema di Venezia e al Festival di Firenze. Sono manifestazioni che ti restano nel cuore, anche perché ti stupisce essere trattato con tutti gli onori formali riservati alle grandi star.

Lo stesso trattamento da “VIP” l’ho vissuto negli Stati Uniti. Sono stato a Las Vegas, invitato ufficialmente dal comitato organizzativo della famosa festa di San Gennaro. Il viaggio in America è stato memorabile anche perché, oltre alla recitazione, io nasco come cantante.

La musica è infatti l’altro grande pilastro della tua vita artistica. Hai collaborato anche con istituzioni internazionali.

Sì, ho cantato moltissimo e continuo a farlo, seppur oggi in maniera più misurata e attenta. Ho inciso diversi dischi con etichette storiche come la Phonotype, la Linea LED e la RCA. Sono stato invitato dal Ministero della Cultura di Mosca presso il Fondo di Cultura russo, perché le immagini e le voci viaggiano veloci. Ho girato l’Europa esibendomi negli Istituti italiani di cultura, collaborando con il Depp Institute e persino in occasioni legate al Premio Nobel.

Nei miei concerti proponevo e propongo un repertorio che spazia dalle classiche canzoni napoletane fino alle arie liriche; erano e sono dei veri e propri recital musicali.

Nella tua carriera cinematografica hai legato spesso il tuo nome alla commedia e alla risata. Ti sarebbe piaciuto, o ti piacerebbe in futuro, misurarti con un ruolo profondamente drammatico?

In realtà, nel mio percorso ho interpretato ruoli non solo drammatici, ma persino “sgradevoli", personaggi decisamente cupi.

Di recente, ad esempio, ho preso parte a Rosso Pompeiano, una bellissima produzione cinematografica francese diretta dalla regista Priscilla Martin. Lì ho vestito i panni di un ufficiale giudiziario, un uomo cinico che, pur di sgomberare un gruppo di ragazzi da un centro sociale, non esita a far intervenire la polizia con il lancio di lacrimogeni e bombe assordanti. Insomma, un personaggio davvero spietato.

Un’altra esperienza importante è stata nel film Un mondo d’amore, un’opera ispirata alla giovinezza di Pier Paolo Pasolini. In quella pellicola interpretavo un usuraio, una vera e propria sanguisuga che riduceva sul lastrico una povera famiglia. Ho avuto ruoli altrettanto duri e complessi anche in diverse fiction televisive. È un tipo di recitazione che mi affascina molto e che affronto sempre volentieri.

Questo lato più spigoloso e intenso emerge molto anche nel tuo percorso teatrale.

Assolutamente sì. Chi consulta il mio curriculum sa bene che in teatro ho interpretato moltissimi ruoli tutt’altro che comici. Spesso si è trattato di personaggi duri, complessi e spigolosi; diciamo che in molte delle mie interpretazioni teatrali ci sarebbe materiale a sufficienza per farmi definire un perfetto “antagonista”.

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