Intervista a Renato Chiocca: un viaggio in bicicletta per raccontare l'Europa

Al Fondi Film Festival Renato Chiocca presenta *Utopia Europa*: 6.000 chilometri dal Portogallo alla Grecia alla scoperta dell’economia sociale.

Diego ProtaniInterviste
Utopia Europa

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Il Fondi Film Festival, organizzato dall’associazione Giuseppe De Santis e da sempre legato ai temi del cinema e del lavoro, accoglie una delle voci più sensibili del documentarismo italiano contemporaneo. Tra i protagonisti della XXV edizione c’è il regista pontino Renato Chiocca, che presenta al pubblico la sua ultima opera, Utopia Europa. Il documentario è il resoconto straordinario di un viaggio lungo 6.000 chilometri in bicicletta dal Portogallo alla Grecia, intrapreso dal presidente della cooperativa sociale italiana Utopia 2000 Massimiliano Porcelli per mappare e raccontare le migliori realtà di economia sociale e civile del vecchio continente.

In concomitanza con la sua partecipazione al festival, vi proponiamo un’intervista esclusiva con l’autore. Chiocca ci racconta come la pellicola non sia solo la cronaca di un’impresa geografica, ma la ricerca profonda di un’Europa costruita dal basso. Il film compone un mosaico di volti, paesaggi e progetti incentrati su inclusione e solidarietà, a dimostrazione che l’unione comunitaria fondata sul mutuo aiuto è già una realtà concreta nelle pratiche quotidiane di migliaia di cittadini. Attraverso lo sguardo del regista, la bicicletta si trasforma nello strumento ideale per rallentare, respirare e ascoltare il territorio. Nella nostra intervista completa, Chiocca svela i dietro le quinte di questo progetto e la sua personale idea di cinema sociale.

In Utopia Europa, la bicicletta non è solo un mezzo di trasporto, ma una vera e propria dichiarazione di intenti stilistica. Come si traduce la pedalata in linguaggio cinematografico?

Nel ritmo con cui guardi e ti metti in ascolto delle cose. Già nella fase di pianificazione del viaggio, la bicicletta ci ha dato il ritmo di percorrenza delle distanze che avremmo affrontato, cercando di seguire il tempo dei pedali, mantenendo quindi un ritmo lento, per apprezzare i paesaggi, lasciarci avvolgere dalla luce e ascoltare i silenzi. Una predisposizione necessaria anche per metterci in ascolto delle storie che abbiamo raccolto, per entrare meglio nelle realtà delle persone che ci hanno accolto, e vivere insieme le sfide e i contesti che affrontano con il lavoro di ogni giorno. La pedalata si traduce dunque non nel protagonismo dell’impresa, con la retorica cinematografica che ne sarebbe conseguita, ma nell’individuazione del ritmo dell’esperienza, con i sensi aperti che abbiamo quando andiamo in bicicletta.

Come nasce l’idea di fare un documentario sull’Europa vista dai pedali?

L’idea nasce con Massimiliano Porcelli a seguito dell’esperienza che abbiamo fatto girando Tutto quello che sarà, il film che ci ha consentito di attraversare 13 regioni d’Italia lungo 3500 chilometri, sempre in bicicletta, alla ricerca dell’Italia nascosta dell’economia sociale. Un viaggio illuminante per la qualità degli incontri che abbiamo avuto, rivelandoci corpo a corpo un paese che lavora silenzioso, per le persone, gli ultimi e le comunità. Così abbiamo pensato di aprire lo sguardo e siamo partiti per un viaggio consapevoli di attraversare un continente di cui ci sentiamo parte tanto quanto il paese che abitiamo, ma che ci siamo resi conto di non conoscere poi tanto, almeno non tanto quanto ci si è rivelato esplorandolo, territorio per territorio, confine per confine, scoprendo differenze e analogie, fino a riconoscerlo effettivamente come una parte di noi.

Dal Portogallo alla Grecia, passando per dieci Paesi. Geograficamente è una linea che attraversa il sud del continente, storicamente la culla di molte civiltà. Come avete tracciato questa rotta e cosa cercavate lungo il percorso?

La rotta l’abbiamo tracciata seguendo le realtà che hanno accettato di essere raccontate, con l’idea di partire dal punto più occidentale dell’Europa sull’Oceano Atlantico, un posto quasi metafisico per l’assoluto che ti fa respirare, per ritornare in Grecia, al centro del Mediterraneo, verso le radici umanistiche che caratterizzano la cultura europea. Quello che ci ha spinto è stato cercare di raccogliere storie di chi in Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania e Grecia decide di trovare delle alternative all’economia di guerra. In effetti poi cercavamo quello che non conoscevamo, avendo sì come punti fermi tappe di realtà di economia sociale che avremmo raccontato, ma senza sapere cosa ci avrebbero raccontato e gli occhi che avremmo guardato. Di certo quello che abbiamo scoperto è stato lo sguardo comune di chi mette al centro le persone, a qualsiasi latitudine si trovino.

Quanto è stato faticoso?

Molto. Siamo partiti con una troupe composita di professionisti, volontari e operatori sociali, e per ognuno è stato faticoso in qualche modo, fisicamente e non. Viaggiare per 6000 km in meno di 50 giorni, cambiando quasi ogni giorno il posto in cui dormire, cercando di rimanere lucidi nell’ascolto delle cose non è stato immediato, è stato un ritmo, appunto, che abbiamo dovuto conquistare cammin facendo. Ma noi eravamo pur sempre in camper. Quello che veramente ha faticato è stato Massimiliano, che i 6000 km se li è fatti in bicicletta, anche grazie alla preparazione atletica che aveva affrontato prima di partire, e devo dire che in questo è stato di grande ispirazione, come amico e compagno di viaggio, sempre aperto al confronto.

Marx diceva che i proletari non hanno patria. Attraversare dieci confini in Europa oggi, in un momento di nazionalismi crescenti, significa riproporre la necessità di un nuovo internazionalismo?

Di fatto c’è, è che viene poco raccontato. Se vogliamo trovare le differenze dei paesi che abbiamo attraversato sono sotto gli occhi, probabilmente non serve nemmeno viaggiare per comprenderle. La differenza sta proprio nel viaggio, nell’incontro con le persone e le loro culture, nella cosiddetta geografia umana che siamo disposti ad attraversare, è cercando di capire e sentire quali sono le difficoltà che affrontiamo che ci riconosciamo. È che spesso ce le teniamo per noi, ma è proprio nell’apertura che possiamo relativizzare i nostri problemi, e forse anche ispirarci per qualche soluzione. E non sto parlando solo di economia naturalmente.

Il film si chiude ad Atene, la città che ha subìto il più violento ricatto economico da parte della Troika. È questo il messaggio finale: l’utopia europea deve ripartire dalle macerie lasciate dal capitale?

Lo hai detto tu.

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