Intervista a Pino Ninfa: «Viaggiando ho scoperto i mille volti del mondo»

Con Solo. Concerto per jazz e fotografia, scritto con Paolo Fresu, Ninfa racconta memoria, improvvisazione e dignità delle persone ritratte.

Solo, libro fotografico in studio

AI

Quando la musica incontra l’obiettivo fotografico, l’arte smette di essere un esercizio per pochi e si trasforma in uno strumento di coesione, memoria e dignità sociale. Il volume Solo. Concerto per jazz e fotografia nasce da questa precisa sensibilità comune, unendo le traiettorie umane di due artisti che hanno fatto della condivisione la propria cifra esistenziale. Da un lato Pino Ninfa, fotografo che ha scelto di non limitarsi ai palcoscenici dorati della musica, ma di portare il suo sguardo nelle periferie del mondo, documentando per anni progetti umanitari in territori di emergenza, povertà e ricostruzione sociale. Dall’altro Paolo Fresu, che partendo dalle radici comunitarie di Berchidda ha costruito un percorso musicale internazionale fondato sull’inclusione, sull’accesso democratico alla cultura e sul legame indissolubile con il territorio e la sua gente.

In questo lavoro a quattro mani, le pietre sonore della Sardegna rurale e la polvere dei Sud del mondo non sono semplici scenografie, ma frammenti di storie umane che reclamano ascolto. Quella che segue è una conversazione intensa e profonda, dove l’improvvisazione jazzistica diventa una metafora della vita — la capacità di reinventarsi e cercare strade nuove di fronte alle difficoltà — e il bianco e nero si fa scelta di rispetto, un modo per restituire intatta tutta l’eleganza, la fierezza e la dignità di chi vive nei contesti più difficili del pianeta.

Pino, il libro si chiama Solo ma in fondo è un duo. Come è nato questo lavoro che unisce i tuoi scatti alle parole di un musicista importante come Paolo Fresu?
In realtà è un libro a quattro mani, che contiene sia i testi di Paolo sia i miei, oltre alle mie fotografie. È nato principalmente come uno scambio tra due artisti che avevano voglia di raccontare cosa ruota intorno al jazz, ma soprattutto intorno alla vita. Abbiamo condiviso un percorso in cui la musica ci ha portato a incontrare mille storie, e ci siamo divertiti a metterle nero su bianco.

Se il libro nasce dall’ascolto, come si fotografa invece il silenzio?
Ti rispondo con quello che può sembrare un paradosso, pensando alle celebri non-esecuzioni di John Cage: il silenzio si fotografa contemplando la scena. Quando mi trovo su un palco, specialmente durante un concerto, amo soffermarmi a indagare tutto ciò che mi circonda. L’obiettivo è trasformare quell’atmosfera in un’emozione che sia visiva, ma anche interiore.

Per questo lavoro hai scelto un bianco e nero rigoroso. È la tua cifra stilistica?
Sì, lavoro prevalentemente in bianco e nero; la quasi totalità della mia produzione segue questa direzione. Ho pubblicato diversi libri, e sebbene ce ne sia qualcuna a colori, preferisco di gran lunga l’assenza di colore. È un percorso personale lungo, che mi ha portato anche a collaborare come testimonial per la stampa con marchi storici come Leica e Canon.

La Sardegna, le pietre, le montagne, i canti a tenore (vozi). Che legame c’è tra l’archeologia sarda e il jazz?
Il filo conduttore è la memoria. Spesso prestiamo poca attenzione a questo legame che la vita ci offre. Quando ci si immerge in una memoria storica, sociale o collettiva, si incontrano storie potentissime. Lavorando in giro per il mondo, mi capita spesso di imbattermi in segni che mi rimandano ad altre persone, ad altri tempi o a situazioni che poi rielaboro con l’immaginazione. Tutto questo arricchisce l’incontro con un luogo, al punto che persino le pietre iniziano a suonare nella nostra mente. In Sardegna ho avuto la fortuna di conoscere un artista straordinario come Pinuccio Sciola: con le sue sculture calcaree riusciva a creare meravigliose sonorità a disposizione dei musicisti. I concerti per pietre e strumenti erano esperienze incredibili.

Il jazz è una musica libera, fuori dagli schemi. Qual è il rapporto che lo lega alla tua fotografia?
È esattamente questa libertà. Spesso l’arte rischia di rimanere intrappolata dentro uno schema. Il jazz, invece, grazie all’elemento fondamentale dell’improvvisazione, ha la capacità di scardinare le regole per offrire percorsi nuovi e inediti. Questa attitudine mi è servita moltissimo: cercare strade alternative attraverso l’improvvisazione a volte ripaga, altre no, ma la ricerca costante apre la strada a incontri eccezionali e arricchisce il lavoro artistico.

Parli spesso di un viaggio continuo. Essere un fotografo significa questo per te?
Giro moltissimo, e viaggiando ho scoperto i mille volti del mondo. È una necessità vitale per me, un modo per guardare gli altri. Ho realizzato molti reportage in situazioni di emergenza, contesti di solidarietà e territori di guerra. Questo è l’altro lato della medaglia rispetto al fotografo che sta sotto un palco a immortalare la musica. Eppure, anche nelle situazioni più drammatiche, ho scoperto che il jazz è qualcosa che ruota sempre intorno alla vita. Per questo me lo porto dentro ovunque vada.

Il jazz nasce come riscatto delle classi oppresse. I tuoi scatti mantengono viva questa radice sociale?
Sinceramente, l’approccio di classe è un aspetto che mi interessa poco. Non credo che la fotografia debba focalizzarsi su questo; il suo compito è esplorare. Spetta poi a chi guarda l’immagine interpretare la direzione di quel mondo. Ho fotografato contesti legati al jazz segnati da un’estrema povertà — penso ad alcune zone del Mississippi e della Louisiana, o a storie incontrate in Sudafrica e in Congo. In questi casi, cerco di trasformare la miseria e la difficoltà in qualcosa di nobile. Credo che la povertà vada documentata rispettando l’eleganza intrinseca di chi vive in contesti difficili.

Quanto sono state importanti la contaminazione e l’integrazione nella genesi di questo volume?
Sono state fondamentali. Come dicevo, con Paolo abbiamo fatto un lavoro simmetrico. Alternando i suoi testi ai miei e intrecciandoli alle immagini, abbiamo esplorato storie diverse. La contaminazione tra i nostri linguaggi è totale.

Qual è stata l’emozione più grande in questo lavoro a due voci e cosa ti ha lasciato?
Questo progetto mi ha dato la straordinaria opportunità di confrontarmi con un grande artista come Paolo e di mettermi profondamente in gioco. Non sono uno scrittore, ma fissare i pensieri sulla carta ti permette di ampliare la percezione e di offrire qualcosa di più intimo agli altri. Questa condivisione è il regalo più grande che questo libro mi ha fatto.

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