Intervista a Ninni Bruschetta: «Limoni a Varsavia è un film in cui tutti possono immedesimarsi»
L’attore racconta il viaggio con Roberto De Francesco, il ritorno al cinema indipendente e il teatro come lezione per spogliarsi dei propri privilegi.

ANSA
Ninni Bruschetta è il protagonista di Limoni a Varsavia, la nuova commedia on-the-road diretta da Bruno Colella. L'attore messinese, celebre per ruoli cult come il fotografo Duccio Patanè nella serie Boris, interpreta qui Giuseppe, un estroverso ristoratore emigrato in Polonia insieme al cugino (Roberto De Francesco). Colpiti dalla crisi dell'attività, i due affrontano un bizzarro viaggio in motocicletta verso l'Italia a caccia di chef stellati per salvare il locale. Con la sua innata ironia, Bruschetta regala un'interpretazione brillante che unisce comicità e umanità.
Chi è Giuseppe e quanta ironia c'è da parte tua su questo personaggio?
Da parte mia non so quanta ce ne sia, nel senso che è un personaggio che si trova in una situazione nella quale io avrei serie difficoltà a trovarmi. Anche per questo mi ha divertito interpretarlo: fondamentalmente è un millantatore in tutto ciò che fa, ma è chiaramente un buono, quindi alla fine ti ci affezioni.
Come è stato costruito il rapporto tra cugini sul set?
Io e Roberto ci conosciamo da quarant'anni. Questo film è stato un vero evento perché, in tutti questi anni di carriera, abbiamo girato diversi film in cui eravamo presenti entrambi, ma non avevamo mai recitato insieme, né al cinema né a teatro. È stato bellissimo, tutto è venuto in modo automatico. Tra di noi c'è un rapporto molto simile a quello dei personaggi: siamo due persone completamente diverse, ma siamo di quegli amici che, avendo caratteri opposti, si vogliono bene proprio per quello e devono smussare gli angoli per mantenere un rapporto sereno. Questa dinamica coincide molto con il nostro legame reale.
Come è stato, invece, girare questo "on the road"?
Quella è stata la parte più bella della lavorazione. Fare un film che si sposta dal Cilento a Danzica è per forza divertente. Ovviamente ci sono state tutte le difficoltà del caso: è un film indipendente, quindi è stato impegnativo, ma non faticoso. Il nostro lavoro non è mai davvero faticoso.
È stata sicuramente un’esperienza nuova e, al tempo stesso, dal sapore antico. Tornare a fare un film indipendente dopo tanti anni mi ha fatto molto piacere, anche perché questo tipo di cinema in Italia è quasi sparito. Inoltre, non avevo mai girato un film così dilatato nello spazio. Ho partecipato a pellicole che arrivavano in posti come Istanbul o la Slovenia, e mi è capitato varie volte di girare all'estero – anche a New York ai tempi de I cento passi – ma un viaggio così lungo e fatto di così tante tappe non mi era mai capitato. È proprio il tipico on the road.
Come è stato raccontare la vita di due italiani all'estero che, alla fine, non hanno mai imparato davvero la lingua polacca?
Beh, è un po' come succede a me! Vivo da trent'anni con mia moglie che è inglese e con i miei due figli che parlano inglese (uno di 28 e uno di 26 anni), eppure non ho mai imparato a parlarlo bene. Purtroppo noi italiani, soprattutto della vecchia generazione, stentiamo con le lingue, a differenza dei giovani che oggi sanno tutti l'inglese. In più, gli stessi polacchi ci hanno detto che il polacco è una lingua difficilissima e che molti stranieri che vivono lì non la imparano mai. Quindi, diciamo che la cosa rientrava perfettamente nel gioco.
Cosa ha rappresentato quella pianta per voi nel film?
Beh, per me rappresenta un vero Deus ex machina. È la cosa più bella del film. Quando risolvi una storia con un Deus ex machina moderno e cinematografico – e non con quello classico dei greci – stai introducendo un principio centrale, un'idea controllante. Quella pianta rappresenta l'idea che tutto sia possibile, ma che lo sia attraverso l'intelligenza, l'audacia, la coltivazione del pensiero e della cultura. Che è poi esattamente ciò che fa il personaggio di Giulio Scarpati.
Quanto è importante, per voi che venite dal teatro, ritrovare un cinema indipendente che è molto più diretto rispetto a quello, a volte "gonfiato", delle grandi produzioni?
In effetti è stato facile proprio per questo. Abbiamo una certa abitudine: il teatro e il cinema indipendente, essendo contenuti nei costi, mettono gli attori in condizioni diverse rispetto a quelle privilegiate del cinema mainstream o della televisione. Questa è sempre una lezione che fa bene, anche in età matura. Dico sempre che gli attori dovrebbero fare obbligatoriamente un mese di teatro all'anno: serve a spogliarsi dei propri privilegi e a rendersi conto di quanto sia importante il teatro e di quanto sia bello il proprio mestiere.
Essendo un film "on the road", anche la musica ha un ruolo chiave. In questo caso parliamo della musica di Eugenio Bennato.
Sì, ieri alla proiezione qui a Roma c'era anche Tullio De Piscopo. Per noi queste persone sono dei veri miti. Bruno è un loro grande amico, è cresciuto insieme a loro. Io stesso, a 17 anni, partii da Messina per andare a vedere la Nuova Compagnia di Canto Popolare a Roma; c'erano sia Eugenio sia Tullio De Piscopo. La colonna sonora è sicuramente una parte importantissima del film.
L'ultima domanda: quanto ha bisogno il cinema italiano di storie umane come questa?
Secondo me tutte le storie servono. La cosa bella di questo film è la totale mancanza di pretese autoriali nel raccontare una vicenda in cui tutti possono immedesimarsi: quella di cercare fortuna altrove. È una condizione molto complessa e chi non l'ha vissuta sulla propria pelle fatica a capirla. Proprio per questo, raccontarla è stato un bellissimo percorso.
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