Intervista a Nelli Feroci: «Per uscire dalla crisi la Nato rimetta al centro l’Europa»

Dalla Nato alle guerre in Ucraina e Medio Oriente, fino alle elezioni in Israele, Stati Uniti e Italia: le sfide dell’Europa nel nuovo disordine globale.

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ANSA

Un giro di orizzonte sul mondo e sui tanti nodi irrisolti, tra conflitti in corso, alleanze che si sfarinano e una stagione elettorale che può cambiare il volto geopolitico del pianeta.

Rinascita ne discute con l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, già presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), tra i più autorevoli think tank italiani di geopolitica e politica estera, di cui Nelli Feroci è oggi presidente del Comitato scientifico. Diplomatico di carriera dal 1972 al 2013, Nelli Feroci è stato rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione europea a Bruxelles (2008-2013), capo di gabinetto (2006-2008) e direttore generale per l’integrazione europea (2004-2006) presso il Ministero degli Esteri. L’ambasciatore Nelli Feroci ha anche ricoperto l’incarico di commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria nella Commissione Barroso II nel 2014. Per competenza ed esperienza, un’autorità nel campo delle relazioni internazionali.

L’Onu messo all’angolo. La Nato bersagliata dal suo player principale, gli Usa di Donald Trump. L’Unione europea indebolita dalle sue divisioni interne e da regolamenti e procedure paralizzanti. Ambasciatore Nelli Feroci, il multilateralismo è da archiviare definitivamente?

Non me la sento di condividere un giudizio così pessimista. Diciamo, però, che in questa fase storica il multilateralismo versa in una crisi profonda e questo è sotto gli occhi di tutti.

L’organizzazione che soffre di più in questo momento è sicuramente quella delle Nazioni Unite. Per motivi che sono fin troppo evidenti, in primo luogo perché si tratta di un organismo che riflette gli equilibri di potere emersi alla fine della Seconda guerra mondiale, che non è stato in grado di aggiornarsi ed è poi stato pesantemente picconato dall’amministrazione Trump. In questa fase, che dura già da parecchio tempo, l’Onu è quasi completamente paralizzata, se si esclude l’azione che svolge attraverso molte agenzie specializzate.

A ciò si accompagna una crisi profonda del sistema delle alleanze tradizionali. Penso soprattutto all’Alleanza atlantica. Oggi per gli europei si presenta una sfida enorme, che è quella di far fronte a un disimpegno americano dalla Nato, già annunciato e in parte già praticato.

La Nato dovrà abituarsi a fare a meno di alcuni degli asset americani che sono importanti per la credibilità della deterrenza dell’Alleanza atlantica. E questo impegnerà sicuramente gli alleati europei a fare di più e anche a spendere di più per colmare i vuoti che lasceranno gli americani.

Quanto all’Unione europea, il discorso è un po’ diverso. Certamente è in una fase di grande difficoltà, in quanto sono venuti meno alcuni capisaldi attorno ai quali si era costruita e sviluppata, primo fra tutti il sostegno degli alleati americani, ma non solo.

L’Ue deve in qualche modo definire un’agenda che le consenta di recuperare sul fronte della competitività, della produttività, dell’innovazione, della capacità di stare al passo con americani e cinesi sulle tecnologie d’avanguardia, e deve colmare le lacune nel campo della difesa.

È un’agenda complessa, complicata, tanto più che deve fare i conti anche con le divisioni ancora evidenti tra i Paesi membri dell’Unione.

Per restare ancora sulla questione della Nato: l’ambasciatore Sergio Romano, una vita trascorsa in diplomazia con ruoli di assoluta pregnanza, ebbe a sostenere che la Nato forse si sarebbe dovuta sciogliere quando, sull’onda del crollo dell’impero sovietico, si sciolse il Patto di Varsavia. Lei come la pensa al riguardo?

È una tesi che è stata sostenuta non solo da Sergio Romano. In quegli anni assistemmo a un tentativo di coinvolgere in qualche modo il principale antagonista della Nato, il Paese per il quale la Nato era stata creata e costruita, cioè la Federazione Russa.

Tentativo che si concretizzò con l’incontro di Pratica di Mare; tentativo volto al coinvolgimento della Federazione Russa in un rapporto di interlocuzione, di collaborazione, di cooperazione con la Nato, che a quel punto avrebbe dovuto subire una mutazione genetica.

Purtroppo, le cose presero una direzione diversa. Nella situazione attuale sarebbe inimmaginabile pensare a uno scioglimento della Nato.

La sfida principale per la Nato, nei mesi e negli anni a venire, sarà quella di un processo di “europeizzazione” dell’Alleanza atlantica, che dovrà necessariamente fare i conti con un alleato americano su cui si potrà fare meno affidamento. Questo sarà un processo estremamente complicato che di certo non si completerà nel giro di pochi mesi o di pochi anni. Richiederà tempo, ma credo che sia un processo inevitabile, anche al di là dei tempi della presidenza Trump.

C’è da immaginare una Nato che potrebbe, chissà, un giorno, anche proiettarsi su altre aree diverse da quelle del confronto-scontro con la Federazione Russa, e magari ipotizzare una Nato che possa intervenire, ad esempio per quanto riguarda gli interessi italiani, a protezione del cosiddetto fianco Sud.

L’Europa è cresciuta sull’asse franco-tedesco. Ora, se noi guardiamo alle vicende interne a questi due grandi Paesi, c’è da preoccuparsi assai. In Francia, il Front National di Marine Le Pen ha fondate ambizioni di conquistare l’Eliseo nelle elezioni del 2027. In Germania, la popolarità del cancelliere Merz è ai minimi storici, mentre l’estrema destra dell’AfD sfonda non più solo nei Länder dell’Est, ma anche all’Ovest.

Questo è effettivamente un dato di cui occorrerà tenere conto nei prossimi anni. Le vicende interne dei due partner più importanti dell’Unione europea, la Francia e la Germania, saranno determinanti nel condizionare gli sviluppi futuri della stessa Ue.

D’altro canto, ci sono anche altre realtà di cui tenere conto, che nel frattempo si sono aggregate e che costituiscono dei punti di riferimento altrettanto importanti...

Quali?

Per quanto riguarda le tematiche di sicurezza, tutto quel blocco che va dai Paesi scandinavi e del Nord Europa alla Polonia, in parte anche alla Germania, che ha assunto impegni assolutamente inimmaginabili in materia di difesa.

C’è poi un altro fenomeno interessante, cioè quello di un riavvicinamento, che qualche anno fa sarebbe stato del tutto inimmaginabile, del Regno Unito all’Unione europea. Non che questo comporti una possibilità di tornare indietro sui risultati del referendum, però si può prospettare una relazione collaborativa, cooperante, molto più intensa di quella che si poteva immaginare all’indomani dei risultati del referendum sulla Brexit.

Detto questo, è vero che le condizioni interne, gli sviluppi di politica interna non potranno non avere effetti e ricadute sulle prospettive politiche dell’Europa.

In precedenza si è fatto riferimento alle presidenziali in Francia nel prossimo anno e alle elezioni federali in Germania, previste nel 2028, ma non va dimenticato né sottovalutato che ci sono anche altri Paesi che vanno al voto. Nel 2027 c’è anche l’Italia, c’è la Spagna e, per come è costruita l’Unione europea, i condizionamenti di politica interna, soprattutto dei maggiori partner, restano fattori determinanti negli sviluppi possibili e praticabili per quanto riguarda il futuro dell’Unione.

Quel che è certo è che noi viviamo in un mondo marchiato da un disordine armato. Dall’Ucraina al Medio Oriente. C’è chi sostiene che esista un nesso tra questi due fronti.

Apparentemente i due conflitti si originano in maniera diversa, hanno motivazioni diverse, genesi e sviluppi diversi.

Però ultimamente si sono manifestati una serie di fattori che sembrano in qualche modo segnalare che dei collegamenti esistano.

L’Iran ha indubbiamente aiutato la Russia a combattere in Ucraina. Sicuramente l’Ucraina colpisce l’Iran, come abbiamo visto recentemente con la nave iraniana colpita nel Mar Caspio. Ci sono connessioni anche dirette tra i due conflitti. E poi c’è un dato di fondo, che credo sia quello che li accomuna più di qualsiasi evento singolo: l’incapacità dell’amministrazione Trump di riuscire a risolvere questi conflitti.

Non dimentichiamo che Trump era andato alla Casa Bianca promettendo di risolvere la guerra in Ucraina nel giro di quarantott’ore; è passato più di un anno e mezzo e siamo ancora all’anno zero da questo punto di vista.

Per quanto riguarda la guerra con l’Iran, la sensazione è che Trump si sia andato a cacciare in un conflitto di cui non era stato in grado di prevedere tutte le implicazioni e tutte le conseguenze.

Se dovessimo ricercare un altro fattore che accomuna i due conflitti, è proprio l’incapacità manifesta dell’amministrazione americana di chiudere queste guerre, di portarle a una soluzione.

Su questi due teatri di guerra, l’Europa, come entità politica, ha battuto qualche colpo?

Sulla guerra in Ucraina sicuramente sì, se pensiamo alla posizione che l’Europa ha assunto in maniera tutto sommato molto unitaria, sin dall’inizio del conflitto, schierandosi, senza esitazioni, dalla parte del Paese aggredito e reagendo con sanzioni contro la Russia e con l’assistenza all’Ucraina, che è stata economica, finanziaria, umanitaria, ma anche militare. Tuttora, sia pure con qualche distinguo e affaticamento, l’Europa è schierata a favore dell’Ucraina e resta in questo momento il maggiore sostenitore di quel Paese, ora che gli Stati Uniti si stanno praticamente sfilando.

Nel teatro di operazioni in Medio Oriente, invece, l’Europa, a mio avviso, ha purtroppo brillato per una totale assenza e latitanza. Non riesco a ricordare alcuna iniziativa degna di nota, sia per quanto riguarda l’atavico conflitto israelo-palestinese, sia per ciò che concerne, da ultimo, la guerra condotta dagli americani e dagli israeliani contro l’Iran.

Lì vedo delle differenze di sensibilità talmente evidenti tra Paesi europei, il cui risultato è la paralisi dell’iniziativa politico-diplomatica dell’Europa nella regione.

Quanto all’intensa stagione elettorale. Agli appuntamenti di cui si è parlato in precedenza, se ne aggiungono altri due che possono cambiare l’indirizzo degli eventi sullo scenario internazionale: le elezioni legislative in Israele il 27 ottobre prossimo e quelle di midterm il 4 novembre negli Stati Uniti.

Fin qui mi ero riferito soprattutto allo scenario europeo. Non c’è dubbio che queste due scadenze elettorali avranno un peso determinante nelle scelte dei due Paesi interessati.

Per quanto riguarda le elezioni di midterm americane, anzitutto mi auguro che si possano svolgere in un clima di serenità e di regolarità e che non ci siano colpi di mano o colpi di testa da parte di Trump, che sta minacciando di adottare provvedimenti che rischiano di alterare l’esito del voto, visto che i sondaggi danno quasi unanimemente per persa, per l’amministrazione Trump, per lo meno la House of Representatives, la Camera dei deputati. Se il risultato fosse quello, fosse confermato e convalidato e non fosse oggetto di contestazioni, beh, questo potrebbe essere un elemento di indebolimento notevole dell’azione dell’amministrazione Trump.

Il mio auspicio, e credo di chiunque altro abbia a cuore la democrazia di quel Paese, è che le elezioni si possano svolgere in maniera regolare e che non ci siano contestazioni.

Per quanto riguarda Israele, siamo in presenza di una situazione molto fluida. La possibilità che il Likud, il partito di Netanyahu, non sia più il partito di maggioranza relativa è realistica. Ma anche in quel caso mi è difficile immaginare, ma spero di essere smentito dai fatti, una qualche svolta davvero significativa.

Al momento resto abbastanza pessimista, quale che sia l’esito delle elezioni, anche se vanno seguite con molta attenzione per vedere se il risultato elettorale e il nuovo esecutivo che si formerà dopo le elezioni saranno in grado di invertire la rotta su alcuni punti nodali.

Personalmente, ritengo che, tra tutti, il punto più importante e significativo sia la situazione nella Cisgiordania; una situazione al limite dell’intollerabile, di cui si parla troppo poco e su cui le responsabilità del governo israeliano sono enormi e non sono sufficientemente condannate dalla comunità internazionale.

In questo giro di orizzonte geopolitico a 360 gradi, chiudiamo con l’Italia. Si avvicinano i tempi delle elezioni e sono tempi di bilanci. Quale bilancio si può stilare per quanto riguarda la politica estera del governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni?

Prima di un bilancio, vorrei fare una constatazione: la politica estera in questa campagna elettorale è destinata ad avere un ruolo quasi dominante. E questa è una novità. Noi siamo abituati a una situazione in Italia in cui la politica estera era abbastanza consensuale, salvo sfumature, piccoli dettagli, ma fondamentalmente era una politica estera bipartisan, abbastanza condivisa.

Stavolta, invece, le spaccature riguardano non soltanto i due schieramenti, centrodestra e centrosinistra, ma investono anche le dinamiche interne alle due coalizioni. Questo mi sembra sia un dato molto significativo, un po’ una novità per l’Italia, che caratterizzerà questa campagna elettorale.

Per quanto riguarda un bilancio della politica estera del governo Meloni, osservo fondamentalmente due cose. Al momento dell’insediamento del governo c’era molto timore, tra i nostri alleati e presso i nostri partner, circa la possibilità che un esecutivo guidato da un esponente di destra, con un passato noto, producesse una rottura molto più drastica, persino drammatica, rispetto al passato, di quanto poi, in effetti, sia avvenuto. Certamente Meloni ha puntato, nella prima parte della sua esperienza di governo, su un rapporto privilegiato con Trump, salvo poi scontare la cocente delusione di vedersi trattare come è stata trattata.

Ha mantenuto nei confronti dell’Unione europea un atteggiamento molto transazionale, nel senso: mi servo dell’Unione europea finché mi fa comodo, ma di certo non porto una visione italiana sul futuro dell’Unione. Quindi, una visione molto pragmatica, non di grande entusiasmo e di adesione, ma poteva anche essere peggio.

Non trovo particolari iniziative da menzionare su aree a noi più vicine, come ad esempio il Mediterraneo, anche inteso nel senso di Mediterraneo allargato.

Non ho registrato iniziative di rilievo neanche all’interno dell’Unione europea, per mettere in moto qualcosa che potesse in qualche modo essere interpretato come un contributo dell’Italia e dell’Europa, spinta dall’Italia, a una stabilizzazione di una regione la cui sicurezza e stabilità sono nell’interesse preminente di un Paese come il nostro.

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