Intervista a Mimmo Locasciulli: «Nelle mie canzoni testimonianze di vita vissuta»
Dal Folkstudio a Sanremo, cinquant’anni di musica e vita: Mimmo Locasciulli racconta le sue radici, il presente e la crisi della sanità.

Archivio Rinascita
Intervista a Mimmo Locasciulli, cantautore con ben 50 anni di carriera. Tanti successi, tanti concerti. E tante sperimentazioni, dal jazz al cantautorato alla musica leggera. Collaborazioni a non finire, infinite tournèe ma con addosso una voglia di continuare a stupire il suo pubblico e se stesso. Diviso tra palco e sale ospedaliere Mimmo Locasciulli è senza dubbio un artista di alto livello, uno che fa solo ciò in cui crede davvero.
Oltre 50 anni di carriera, come sono passati?
Beh, a volte come un film, a volte come un lampo, a volte come una serie di immagini di ricordi confusi, a volte invece come fotografie più nitide. Dipende un po' da quelli che sono i momenti in cui l'attenzione va a posarsi su qualcuno di questi 50 anni. Naturalmente ci sono momenti molto belli e momenti meno belli, perché le canzoni accompagnano la mia vita e la mia vita viene raccontata anche dalle canzoni. Quando dico cose meno belle, non necessariamente si riferiscono direttamente alla mia persona, ma anche a situazioni. Per esempio oggi viviamo un momento terribile, diciamo almeno da 5-6 anni, con il Covid, con l'Ucraina dopo, con Gaza e adesso l'Iran, con l'instabilità che c'è un po' dappertutto. Le canzoni hanno raccontato momenti molto belli, ma anche momenti molto brutti e quindi questi 50 anni sono la vita di una persona che poi racconta quello che sente, quello che vede, quello che sogna, quello che lo atterrisce attraverso le canzoni.
Pochi giorni fa ti hanno dato un premio molto importante: l'Ambasciatore della Pennesità
Questo lo dice il mio sindaco, perché in effetti io dai tempi del Folk Studio, anzi pensandoci bene prima ancora, da quando ho cominciato nel '72 a suonare il Folk Studio, c'era Canzone di Sera, una delle primissime canzoni che poi ho inciso proprio con l'etichetta Folk Studio. Raccontava, ispirata un po' a quello che era il film di Peter Bogdanovich, la mia città Penne. Io quindi già da quando ho iniziato ad esibirmi parlavo della mia città, perché veramente sono molto orgoglioso di quello che mi ha dato: il vento, le parole degli anziani o degli amici, gli odori, i sapori, i tramonti infuocati dal gran sasso. Sono tutte cose che ti stampano dentro una serie di suggestioni che poi si ripercuotono e si ripresentano di tanto in tanto nei tuoi pensieri, nelle tue emozioni. Ma il sindaco è stato forte, però i premi non mi interessano. I dischi d'oro, tutte queste cose le vittorie nei concorsi dei canzoni, però i premi della socialità, i premi della cultura. I premi della solidarietà si, forse il premio a cui tengo molto è stato il premio Humanitas che ho avuto anni fa. Perché? Perché viene riconosciuto un impegno morale, un impegno umano, un impegno sociale e questo mi fa molto piacere, la cosa che non mi fa piacere dei premi è che se lo potevano ricordare prima! Vabbè, insomma, scherziamo, i premi hanno un valore bello, ma anche relativo!
Hai parlato del FolkStudio, che ricordi tu hai di quel locale?
È un ricordo talmente intenso che va a finire verso l'infinità dei ricordi, perché non li riesco più a quantificare, dal primo giorno che mi sono presentato all'ultimo giorno che ha chiuso la sede di via Gaetano Sacchi, quando ho detto a Giancarlo Cesaroni che nella nuova sede non verrò mai, come non sono stato mai nelle vecchie sedi perché non c'ero, per me il Folk Studio è stato questo e sarà sempre questo qui!
Giancarlo è stato anche il tuo primo produttore?
No, produttore no, lui era il proprietario e l'anima del FokStudio. Poi decise di attivare un'etichetta discografica insieme alla Fonicetra che distribuiva l'etichetta Folk Studio e io sono stato FK 5001, il primo disco, poi la collana credo che abbia stampato e distribuito una ventina di dischi, io sono stato il primissimo, Mimmo Locasciulli - Non rimanere là giugno 1975, è un bel record!
Hai qualche progetto discografico?
Ho fatto 21 dischi, non è che ne ho fatti 4. Però anche la celebrazione dei 50 anni di carriera che avevo fatto l’anno scorso, con il quartetto Pessoa, con il gruppo e anche da solo, per me non significava soltanto il riassunto di un'attività cinquantennale, ma significava neanche un punto di arrivo, un nuovo punto di partenza, uno stimolo nei 50 anni. C'è una tappa e dopo quella tappa ne fai un'altra, che naturalmente non può durare 50 anni, però c'è una serie di progetti, non so quanti riuscirò a realizzarne. Questo è l'imperativo categorico, che vadano in direzione opposta al mainstream, proprio contro mano, voglio recuperare le mie sonorità folk rock dei miei primi dischi, voglio recuperare anche un linguaggio che non sia soltanto volutamente poetico, ma anche che abbia una comunicazione importante. Voglio recuperare un mondo che oggi non vedo più attorno a me, per lo meno voglio recuperare la descrizione di un mondo che non vedo più attorno a me, dove c'è solo velocità, rumore, provvisorietà, instabilità, anche dei sentimenti. Voglio tornare veramente a 50 anni fa, quando ho cominciato a fare musica, a mettere in musica delle sensazioni, a descrivere, perché per me scrivere canzoni era testimoniare la vita che vivevo e l'ho fatto con uno stampo editoriale, ben preciso, che ha avuto naturalmente contorni diversi dal jazz al pop, ho fatto un disco elettronico in tutti questi anni, ho fatto dischi molto acustici, l'ultimo addirittura pianoforte e orchestra, però quello che dicevo è un nuovo punto di partenza per un recupero di una scrittura, di una pittura dentro le canzoni e di sonorità che forse per me è necessario che anche il pubblico più giovane ascolti, nel marasma della provvisorietà, del rumore, della velocità che c'è oggi.
È sempre meglio ascoltare un disco allo stereo che in un cellulare in mp3 o in streaming?
Anche se tu poi hai un computer e lo colleghi a delle casse, in qualche modo lo streaming è penalizzante. Perché sono tutti mp3, computer compressi, quindi non c'è dinamica, il download è diverso, tu scarichi un disco e te lo ascolti, perché quello che era una volta come si chiamava iTunes o adesso si chiama Music Orb e compri anche su Amazon se non sono mp3, ma sono wave e non hanno il formato digitale mp3 e compress, quindi non mi piace, però il download se non è un mp3, rende più grande quello che tu hai registrato e che hai proposto.
Spesso fai tournée nei piccoli locali, nei teatri, dove la gente viene proprio per vedere lo spettacolo, mentre va di moda questo grande boom in grandi stadi, delle grandi piazze, non ti sembra che poi diventa tutto freddo?
In qualche modo l'ho fatto qualche giorno fa, ho pubblicato un post in occasione della chiusura del Folklab di Torino, che era veramente uno degli ultimi baluardi che si opponevano allo schiacciamento di un tipo di musica che è la discografia, ma le grandi agenzie non vogliono più considerare, vogliono questi grandi numeri, ma insomma là più che ascoltare la musica, vai a fare un rito tribale, vai a fare casino, ma che musica vuoi sentire in mezzo a 250 mila persone? Stai lì, vai da due giorni prima, pianti la tenda, fumi, ti ubriachi, mangi, fai conoscenze, socializzi, poi stai là in mezzo a 250 mila persone e alzi le mani, quando il cantante ti punta il microfono, fai il coro in mezzo a 250 mila, 50 mila, insomma non è ascoltare la musica, la musica si ascolta in un altro modo, anche nei palazzi dello sport voglio dire, ma che ci sia il modo di stare lì.
Abbiamo parlato tagli e chiusure della musica, ma invece da medico i tagli della sanità come li vedi?
Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare in ospedale nel 1975, quando ancora c’era un sistema che non era il Sistema sanitario nazionale, che garantiva veramente a tutti l’assistenza sanitaria. Io sono entrato in ospedale, all’ospedale Santo Spirito, quando al letto numero 13 della Prima chirurgia donne c’era una signora ebrea che era stata nei campi di concentramento e stava molto male. Tra virgolette, abitava in quel letto da due anni ed è morta due anni dopo, al letto numero 13 della Prima chirurgia dell’ospedale Santo Spirito.
Per dire: oggi le persone le sbattono chissà dove. Ma non è quello. Il problema vero è che, per avere una mammografia per un sospetto di tumore, tu riesci a ottenere un appuntamento a sei mesi, un anno, un anno e mezzo. Dipende dalle regioni, dipende dalle città, dipende dalle ASL alle quali tu appartieni.Perché accade questo? Io ho diretto un reparto e mi occupavo anche degli ambulatori di chirurgia del mio reparto di chirurgia. Ma, se non era piena l’agenda giorno per giorno e capivo che davano un appuntamento in lontananza per poi sentirsi dire: «Ma allora che faccio? Facciamo in privato, in intramoenia?», io facevo un macello. Purtroppo c’è il sospetto che, in molte situazioni, venga negato un appuntamento per poi favorire un appuntamento in intramoenia, in privato, perché tutti, con il privato, dagli infermieri ai tecnici eccetera, hanno anche un loro tornaconto. È un sospetto e, quando si scoprirà che c’è qualche malfattore che pratica questa pratica, allora si capirà che è più di un sospetto. Però, scusa, aggiungo una cosa sola: non mi pare che la politica di questo momento — non voglio dire di questo governo — sia indirizzata al benessere della popolazione, in fatto di sanità! C’è stato un abuso, dove piccoli centri avevano ospedali che poi avevano un indice di occupazione del 20, 25, 30 per cento. Però sarebbe auspicabile una razionalizzazione molto più oculata, ma molto più orientata all’efficienza e all’efficacia.
Hai fatto anche Sanremo, il business musicale è fatto anche questi grandi concorsi.
Ho fatto solo un Sanremo, nell’85. E aggiungo: in macchina, mentre stavo venendo, mi è capitato di sentire “La mia buona fortuna” e, dentro di me — ero con mia moglie — ho detto: «Però, sai, c’è un bel testo in questa canzone». E mia moglie, di rimando: «Sì, tu l’hai sempre snobbata questa canzone. È stupenda». E io, ancora di rimando: «Non l’ho snobbata per la canzone. L’ho snobbata perché aveva il peccato originale di essere stata a Sanremo, perché in quegli anni lì dovevi essere duro e puro».
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati