Intervista a Maurizio Veloccia: «Un nuovo piano regolatore per Roma. L’immobilismo ha creato danni»

Case a canone calmierato, tutela dell’Agro romano e rigenerazione urbana: le nuove regole e il confronto a sinistra su come governare la città.

Luigi TelescaIntervisteROMA
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ANSA

Roma rinnova le norme del Piano regolatore e riapre il confronto sulla città. Consumo di suolo, case accessibili, tutela dell’Agro romano e riqualificazione delle periferie sono al centro della revisione. Nell’intervista, il bilancio delle scelte urbanistiche si intreccia con il dibattito a sinistra: il rapporto con i movimenti, il ruolo dei fondi immobiliari e la capacità di guidare gli investimenti privati nell’interesse pubblico. Sullo sfondo, la sfida del centrosinistra al governo del Paese.

Dopo 20 anni cambia il Piano Regolatore di Roma nelle sue norme di attuazione. Perché siete intervenuti?

Perché il mondo è cambiato profondamente negli ultimi 20 anni, e la città se vuole affrontare le sfide del futuro deve aggiornare le sue regole per non rimanere ferma. Basta conoscere i principi dei moti relativi per capire che rimanere fermi non significa mantenere il proprio benessere, ma tornare indietro, banalmente perché le altre città vanno avanti. È quello che non si è capito nel passato. L'immobilismo ha creato danni che rischiavano di essere permanenti in termini economici, sociali e reputazionali. Ecco perché abbiamo avvertito da subito la necessità di intervenire.

A quali sfide risponde questa modifica normativa?

Affronta le principali questioni del presente: la fine dell'espansione della città e la lotta contro il consumo di suolo favorendo il riuso dell'esistente e la rigenerazione urbana, la salvaguardia integrale dell'agro romano che è una delle principali e peculiari ricchezze del contesto romano, il rafforzamento e la semplificazione delle regole per incrementare case a canone calmierato, il cosiddetto social housing, il governo dell'accoglienza turistica e la difesa della residenzialità soprattutto nelle aree più sotto pressione come quelle del centro storico, il rilancio dei programmi di riqualificazione delle aree periurbane della città, di quel centinaio di quartieri a cavallo del GRA che dobbiamo trasformare finalmente in parti di città, una delle sfide più grandi che abbiamo di fronte.

Si è trattato di un percorso lungo e complesso. Ci sono state anche tante critiche ad esempio dalla Soprintendenza di Stato?

Come sempre quando si toccano le regole dello sviluppo urbano, si toccano equilibri, poteri e consuetudini mentali e di lavoro. Noi abbiamo avuto l'intelligenza di non arroccarci in una difesa preventiva del nostro lavoro, ma di entrare nel merito di ogni norma, di spiegare la ratio, di motivare ogni scelta e di trovare anche dei punti di mediazione quando ci è stato chiesto di far prevalere un principio di precauzione su alcune scelte, senza mai rinunciare però alla convinzione che Roma debba continuare a trasformarsi, come ha fatto dall'inizio della sua storia, ad adattarsi, a cambiare, ad evolversi. E che tutto questo possa essere fatto trovando il giusto equilibrio tra conservazione e sviluppo, tutela dello straordinario patrimonio storico, architettonico, archeologico e paesaggistico della città e necessità di evolversi per affrontare le sfide dei tempi, dal cambiamento climatico a quello demografico e sociale. Ed il fatto che la delibera finale di approvazione delle norme abbia ottenuto un ampissimo consenso in aula Giulio Cesare e sia stata salutata anche con favore dagli enti che in principio avevano posto critiche al testo iniziale, dimostra la serietà del lavoro fatto.

Eppure nella città ci sono movimenti che sono critici nei confronti del Sindaco e della giunta rispetto alle scelte sulle politiche di sviluppo, anche nel corteo a difesa di Spin Time degli ultimi giorni, addirittura il fronte dei movimenti si è diviso proprio sul rapporto con l'amministrazione. Come la mettiamo?

È chiaro che se una parte della politica romana ritiene che chiudere il ciclo dei rifiuti costruendo gli impianti che mancano a Roma, consentire alla Roma di costruire uno stadio, senza peraltro autorizzare alcuna cubatura oltre l'impianto e senza un euro pubblico, o riconvertire un sito pubblico dell'Ama, costruendo case per finanziare la nuova sede della municipalizzata e restituendo metà del sito a verde e servizi, è un cedimento alla speculazione edilizia, noi non possiamo essere d'accordo. Che poi ci siano forze e movimenti che per avere un proprio spazio politico debbano accreditare l'idea che una sinistra che voglia governare sia sempre venduta e subalterna ai cosiddetti poteri forti è una storia antica, con cui abbiamo fatto i conti fin dai tempi di Berlinguer. La realtà è che un campo progressista che sia in grado di governare e di non fare solo testimonianza e propaganda fa paura a molti.

A chi fa paura?

A chi teme di perdere la propria ragion d'essere a sinistra ed a chi, nelle forze conservatrici e reazionarie, non si arrende all'idea che sia possibile governare lo sviluppo con equità e senza cedimenti. La storia di questi anni a Roma lo dimostra. Basta guardare ai fatti. Roma è cresciuta, ha prodotto ricchezza, occupazione, nuove imprese ma sempre con una chiara visione progressista, mettendo al centro politiche di equità e di investimento pubblico volte a ridurre le distanze tra chi ha tanto e chi ha poco ed a riattivare quell'ascensore sociale fermo da troppo tempo. Basti pensare agli investimenti del PNRR per riqualificare pezzi interi di città pubblica da Tor Bella Monaca a Corviale, dal S. Maria della Pietà ad Ostia, o per riconvertire beni pubblici in case comunali o l'investimento di 200 milioni per acquisire nuove case popolari, o per rimanere all'urbanistica i poderosi investimenti per dotare i quartieri della periferia di fogne, strade, servizi. Non ce lo aveva ordinato il dottore, sono scelte politiche inequivocabili che a sinistra dovremmo tutti rivendicare con forza andandone fieri con la consapevolezza che la destra non le avrebbe fatte, tutta presa a parlare di remigrazione e burqa. Più di tante chiacchiere, questo significa essere forza di governo.

Però sui temi urbanistici il tema del rapporto tra amministrazioni e proprietà private, soprattutto i fondi immobiliari sembra un nervo scoperto, basta vedere quel che è accaduto a Milano?

Il tema della finanziarizzazione del mondo immobiliare è una questione seria e che non nasce oggi. La finanza è entrata in tutti i gangli dell'economia e questo è un tema di rilevanza mondiale che non si può pensare di banalizzare con ricette bizzarre come "noi diciamo no ai fondi immobiliari", che non significa nulla. I fondi immobiliari, che in molti casi sono costituiti da soggetti istituzionali, cioè coloro che gestiscono le pensioni degli avvocati, dei commercialisti, le casse di previdenza, gli enti pensionistici posseggono oggi migliaia di immobili ed aree per miliardi di euro. Il tema, per chi governa la città non è dire sì o no ai fondi o disertare consessi internazionali sul mercato immobiliare a cui partecipano tutte le città del mondo, ma guidare la trasformazione urbana, presidiare l'interesse pubblico e far in modo che gli investimenti che atterrano sulla città producano effetti redistributivi. Come fu fatto agli inizi degli anni 80, in un contesto certo diverso, quando Petroselli riesce a far evolvere il mondo dei costruttori dell'epoca: li chiama, li convince a far un salto di qualità e a consorziarsi per gestire l'edilizia pubblica sulla base di regole e obiettivi definiti dal Comune. E incontra un personaggio eccezionale come Odorisio, che è venuto a mancare proprio poche settimane fa e che riuscì a guidare quel mondo in quella sfida. Il punto è dunque avere la volontà e la capacità politica di indirizzare i privati e non farsi guidare, e oggi ancor di più la capacità tecnica dell'amministrazione di confrontarsi con soggetti altamente professionalizzati e specializzati. Per questo serve formare una burocrazia di altissimo livello, interdisciplinare e fortemente specializzata e motivata ed un'amministrazione in grado di guidare gli investitori. È quello che stiamo facendo.

Le amministrazioni di centrosinistra possono dunque rappresentare un modello di governo anche a livello nazionale, mentre il centrosinistra sul piano nazionale sembra tutto intento a parlare solo di primarie?

Anche qui non dobbiamo cedere a letture semplicistiche. Certo che il governo del centrosinistra delle città e delle regioni costituisce più che un modello, un esempio tangibile di una classe dirigente estesa e diffusa di amministratori che conoscono i problemi e ogni giorno sono in prima fila per risolverli. Ma queste esperienze si collocano in un contesto nazionale in cui il PD sta lavorando da quattro anni per costruire un'alternativa seria e credibile alla Meloni. Non sono esperienze diverse o distinte, ma complementari. La fatica quotidiana nel governo delle città dà una grande credibilità al centrosinistra sul piano nazionale, in termini di cultura di governo, e le battaglie nazionali che il PD porta avanti da anni, su salario minimo, sanità e scuola pubblica, equità e giustizia sociale, collocano l'azione degli amministratori locali, in un quadro ideale e culturale che dà senso politico all'amministrazione non riducendone l'azione solo alla risoluzione pratica e tecnica dei problemi di governo locale. Ecco perché io credo che il Partito Democratico abbia tutte le carte per tornare a governare il Paese: perché ha una classe dirigente ampia e diffusa fatta di amministratori e di dirigenti locali radicati ed un profilo ed un'identità nazionale finalmente chiara e alternativa alla Meloni, che più che il record di durata ha il record di perdita di tempo. Mai un Presidente del Consiglio ha avuto così tanto tempo per riformare il Paese senza essere riuscito a portare a casa neppure una riforma. Non riesco ad immaginare per cosa possa essere ricordato il governo della Meloni tra dieci anni, se non per il record del prezzo della benzina.

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