Intervista a Mario Giro: «La pace si costruisce mentre ancora si combatte»

L’ex viceministro denuncia la normalizzazione della guerra e la rinuncia al dialogo. Nel libro Pace in tempo di guerra, le ragioni per tornare alla diplomazia.

Antonio SalvatiInterviste
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ANSA

Viviamo in un tempo in cui abbiamo rivalutato la guerra. Conseguentemente abbiamo svalutato la diplomazia, attraverso cui si manteneva la pace o si provava a risolvere la guerra. Certamente, un tempo in cui è difficile parlare di pace. Siamo drogati di guerra: per questo non ragioniamo più e dobbiamo urgentemente disintossicarci. È l’invito che arriva da Mario Giro con il libro Pace in tempo di guerra (Guerini e Associati 2026, pp. 152 € 15,00). Giro – già viceministro degli affari esteri nei governi Renzi e Gentiloni e conoscitore come pochi delle questioni africane con innumerevoli esperienze sul campo – parte dall’analisi della terribile guerra in Ucraina che si ripercuote sul resto del mondo, dell’Europa in particolare. In piena sintonia con Papa Francesco e Papa Prevost, Giro – che con la Comunità di Sant’Egidio ha rivestito con coraggio il ruolo di mediatore in diversi conflitti del recente passato – è profondamente convinto che la guerra deturpa l’anima dei popoli che la fanno o la subiscono, anche di quelli che si difendono. La storia, soprattutto quella recente, insegna che i Paesi che vi sono trascinati ne escono deteriorati, inaspriti, regrediti, degenerati. Per i cristiani contemporanei si tratta di un terreno impraticabile: «la guerra è sempre fratricida, nemica della vita umana, di ogni essere vivente e della natura». Il libro di Mario Giro è una preziosa bussola per i nostri tempi. Ci configura futuri scenari geopolitici complicati dal fatto che il multilateralismo ha subito un arresto proprio quando sembrava più indispensabile e di fronte a questioni sempre più globali. «Gli Stati hanno preferito andare in ordine sparso senza la necessaria solidarietà globale». Non tutti, tuttavia, si rassegnano. Per questo lo abbiamo incontrato.

La guerra in Ucraina ha posto fine alla globalizzazione. Ha rappresentato una nuova svolta storica che chiude la fase iniziata con la caduta del Muro di Berlino. In quel periodo credemmo che la democrazia liberale fondata sull’economia di mercato sarebbe stata l’unico modello possibile: il mondo sarebbe così approdato alla “pax capitalistica” in cui gli Stati non avrebbero più avuto interesse a farsi la guerra. Sappiamo com’è andata a finire. Inizia a venir sicuramente meno l’incondizionata fiducia che il sistema sia capace di produrre da solo pace e stabilità internazionale. Il “nuovo ordine mondiale”, promesso all’inizio degli anni Novanta e a cavallo del Millennio, in realtà non si è mai realizzato. Inoltre, l’Occidente ha progressivamente perso peso fino a diventare meno rilevante. Il populismo nazionalista si diffonde in Europa: si erigono muri, ci si isola e ci si lamenta della perdita di potere e prestigio. Tornano di moda vecchie ricette, già fallite e pericolose, che ottengono solo una crescita della tensione generale che diverrà prima o poi un boomerang. Tutto pare lecito per timore del declino e, com’è noto, la paura fa nascere mostri. Come se ne esce?

La globalizzazione non finisce ma si trasforma. Le guerre certamente contraddicono l’idea che il mercato avvicina le nazioni ma quest’ultimo trova comunque il modo di sopravvivere cambiando filiere e linee di approvvigionamento. La verità è che siamo tutti sempre più interconnessi: prova ne sia che nemmeno le sanzioni riescono a isolare del tutto la Russia. Ciò che è finito è la fede nella coppia mercato-democrazia: il mercato non è un alleato fedele ma si adatta a tutto, a qualsiasi regime. È stato questo l’errore del liberalismo occidentale: pensare di aver addomesticato il mercato o di crederlo come proprio. La reazione è stata violenta: senso del declino, allarmi e paure, rifugio nelle identità, paura del diverso, dello straniero. Contemporaneamente molti popoli non occidentali, quelli che accusavano il sistema capitalistico come predatorio solo a favore degli occidentali, hanno imparato a utilizzarlo a proprio vantaggio. Da qui la diffusione dei sentimenti di declino in Occidente e di entusiasmo in Oriente. In Africa il furioso desiderio di partecipare alla suddivisione della nuova prosperità. Di conseguenza il denaro è divenuto re. Le superpotenze (Usa, Cina e Russia) si sono sfidate in modo nuovo, tra il senso di perdita di prestigio americano; la volontà di diventare il nuovo numero uno dei cinesi e il desiderio di rimanere tra i grandi della Russia. Accanto a loro medie potenze (Turchia, Israele, Iran, Arabia Saudita, Pakistan ecc.) stanno tentando di riempire i vuoti lasciati dai grandi. E poi c’è l’India di cui ancora non sappiamo cosa vorrà fare o divenire.

Nel tuo libro sostieni che le guerre non risolvono i contrasti o le crisi internazionali come hanno insegnato innumerevoli precedenti. Occorre più che mai la trattativa, la mediazione e la pacatezza di giudizio; morte e distruzione non cesseranno senza negoziati e concessioni, purtroppo gravose. Una delle caratteristiche – come spieghi – delle guerre e delle crisi acute è quella di occupare tutti gli spazi di riflessione, devitalizzandoli e cercando di rendere il discorso sul futuro irrilevante. Quando scoppia una guerra il pensiero si paralizza e tutti polemizzano su chi abbia torto e chi ragione. Puoi spiegarci meglio tale metodo mimetico della guerra, ossia quello di distogliere l’attenzione da sé per portarla sui combattenti e sulle loro ragioni?

La guerra ha un metodo mimetico: cerca di farsi dimenticare come male in sé per far concentrare il pubblico sulle ragioni o i torti di chi si combatte. In altre parole usa il sistema della tifoseria: non si guarda più al conflitto in sé, alle radici storiche, al male che provoca e alla sua inutilità o al modo di fermarlo, ma ci si chiede solo chi ha ragione e chi ha torto, ci si schiera come durante un campionato. E così il pensiero critico si paralizza: quando scegli una parte rimani senza la possibilità di ragionare lucidamente, ti trasformi appunto in tifoso. Succede ad esempio con la Russia, tra filorussi e antirussi, senza più dialogo, costruendo parallelamente immagini mitiche della Russia (sempre cattiva o sempre buona) che non hanno nessuna attinenza con la realtà. Sono ragionamenti impulsivi o moralisti, non storicizzati. E poi che significa: “la Russia”? Ci sono i russi concreti, le élite, i dirigenti… piuttosto. Così è per l’Ucraina e gli ucraini. Ma anche per Israele e Palestina. Rimanere lucidi non significa evitare di dare giudizi: è evidente che la Russia ha aggredito l’Ucraina. Ma restare lucidi significa tentare di capire, di diminuire la distanza invece che aumentarla. Dire “non ci parliamo più coi russi o con gli israeliani o con i palestinesi o con gli ucraini…” è un atteggiamento infantile, un modo epidermico di guardare alle vicende storiche e politiche. In questo modo il pensiero si paralizza. Anche perché la storia insegna che gli scontri violenti hanno sempre diverse radici e responsabilità, anche se in gradazioni differenti. Possiamo giudicare ma dobbiamo capire e per capire dobbiamo parlare. Bisogna guardare in profondità la vicenda umana, non essere superficiali.

Viviamo in un tempo in cui abbiamo rivalutato la guerra, abbiamo svalutato uno strumento secolare, la diplomazia, attraverso cui si manteneva la pace o si provava a risolvere la guerra. Un tempo in cui è difficile parlare di pace. Il primo compito di un discorso sulla pace oggi è restituire la complessità al quadro generale, rifiutando sia la retorica del tutti cattivi, non c’è niente da fare. Sostieni che siamo drogati di guerra: per questo non ragioniamo più e dobbiamo urgentemente disintossicarci. Andrea Riccardi ha sostenuto che il tuo libro costituisce una sorta di manifesto, una protesta contro questa realtà della guerra imperante nel mondo e nel pensiero. Una protesta ragionata, fatta di cultura e insieme di passione per quello che è stato il radicale cambio di paradigma: il passaggio dalla guerra considerata come flagello – così la definisce la Carta dell'Onu del ’45 – da cui liberare il mondo alla guerra intesa come strumento della politica internazionale e – perché no? – della politica interna.

Ringrazio Andrea Riccardi per la sua testimonianza e per ciò che ha detto delle mie pagine. È vero: io protesto per questo atteggiamento vittimista che non fa guardare alle cose come sono ma si concentra solo su di sé. E da questo nasce la rivalutazione della guerra perché sembra più facile: uno strumento facile per risolvere le contese. Ma a guardare ciò che è accaduto negli ultimi 50 anni possiamo notare facilmente che nessuna guerra – nemmeno la più giusta o umanitaria – ha risolto i problemi per i quali è stata scatenata. Anzi, come dice Andrea Riccardi, le guerre si eternizzano, non terminano mai. Israele ha fatto innumerevoli guerre e sta continuando ma in nessun caso è diventato più sicuro. Allo stesso modo tutte le reazioni palestinesi non hanno dato uno stato alla Palestina. Sembra che entrambi siano condannati a ripetere sempre la medesima guerra all’infinito: se non fosse una tragedia ci sarebbe da dire “un giorno della marmotta” con le armi. Aggiungo che questi conflitti si connettono l’uno all’altro formando una catena. Dalla Libia ad esempio, c’è una striscia di guerre che passa per il Sahel, il nord della Nigeria, il Ciad, attraversa il Sudan e giunge fino al Corno d’Africa. Un’unica grande guerra con numerosi protagonisti dove nessuno controlla più nulla, nemmeno il più forte. Papa Francesco aveva visto giusto: una “guerra mondiale a pezzi”, un enorme scandaloso ingranaggio diventato autonomo, come vediamo anche in Ucraina dove nessuno sa più come fermare i combattimenti che si estendono in un’escalation infinita. I leader iniziano i conflitti ma non sanno come fermarli per paura di perdere la faccia. Più di un secolo fa Papa Benedetto XV già definì la prima guerra mondiale “inutile strage”: ecco le guerre sono pericolose e inutili.

Le guerre si eternizzano, ma c’è molta riluttanza ad ammetterlo. Non finiscono. E anche in caso di conclusione della guerra, lasciano un pesante fardello che dura nel tempo. Basterebbe rievocare il rapporto tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Oppure come non pensare all'eredità della Seconda guerra mondiale nell'Est europeo, tanto che alcuni sostennero che solo nel 1989 era finita la Seconda guerra mondiale. Tu sostieni che la cultura è forse il luogo in cui si può cominciare a vedere ciò che la soluzione militare e la politica ancora non vedono. Se la guerra occupa tutti gli spazi, la cultura può provare a riaprirne qualcuno: raccontare, immaginare, mettere in scena futuri diversi dall’eterna contrapposizione. Puoi spiegarcelo meglio?

La cultura è un terreno essenziale anche perché la guerra inizia proprio da lì. Per convincere un popolo ad accettare la decisione di guerra, i leader prima investono il campo della comunicazione e della cultura. Così si può dire che la guerra inizia prima a casa propria con l’indurimento del discorso pubblico e la contaminazione del terreno culturale mediante discorsi di odio e di vittimismo violento. Per spiegare che è sempre colpa del nemico, occorre prima abituare l’opinione alla ricerca del capro espiatorio e questo si fa in tutti i campi. Si tratta di un meccanismo molto utilizzato: in genere si inizia facendo la guerra ai poveri di casa propria (il decoro…), poi agli stranieri immigrati (l’identità…) e poi si passa alla velocità superiore che mira al conflitto vero e proprio indicando un nemico. Qui le sinistre europee hanno l’enorme responsabilità di aver accettato (a gradazioni diverse ma reali) i discorsi delle destre sulle migrazioni, permettendo che l’aria che respiriamo si avveleni. Alla fine anche a sinistra si è iniziato a credere che “tutti sono troppi”, mentre mai nessuno (nemmeno la chiesa) aveva avuto in mente quel “tutti” in maniera incontrollata. Il risultato è stato la perdita di empatia sociale e la fine del discorso progressista sulla solidarietà. Non si tratta solo di aver “imitato” la destra ma di averle permesso di avvelenare l’aria che respiriamo tutti. Da qui il passo al “blairismo” di guerra è stato breve: malgrado tutte le menzogne sulle armi di distruzione di massa, la “terza via” di Clinton e Blair ha reso la sinistra debole e imbelle, facilmente sottomessa ai valori delle destre, con una patina di modernità in più. Se wokismo deve essere, iniziamo con il combattere razzismi e xenofobie oggi imperanti assieme al bellicismo ignorante e diffuso.

Degne di nota sono le tue considerazioni su quella che definisci “pace fredda”, accompagnate dalle parole di Erasmo da Rotterdam: «qualsiasi pace ingiusta è quasi sempre preferibile alla più giusta delle guerre». La pace è un cantiere: bisogna lavorare sui motivi del conflitto altrimenti basta poco che il fuoco riprenda sotto le ceneri. In tal senso, la pace fredda rappresenta un passaggio, non un punto di arrivo. Per questo è necessario riprendere, nel caso del conflitto in Ucraina, il dialogo con la Russia, non la Russia che vorremmo ma – sottolinei – quella reale, quella che esiste, ci piaccia o no. E il dialogo va realizzato lontano dalla politica spettacolo, dalle telecamere sempre accese che impediscono una diplomazia seria.

La diplomazia è stata umiliata in questi anni ma si tratta di un’arte molto saggia e imprescindibile. La diplomazia non serve per dar ragione all’avversario o per arrendersi – come dicono oggi in molti – ma per trovare soluzioni concrete e pragmatiche. Certo in un conflitto alla fine attorno al tavolo occorrerà rinunciare tutti a qualcosa. Pensare che l’avversario non voglia rinunciare a nulla è lo specchio delle proprie intenzioni: si inizia sempre così per poi progressivamente avvicinarsi a qualcosa di diverso. La pace è un cantiere come diceva san Giovanni Paolo II: e in questo senso c’è spazio per tutti, per i professionisti della politica e della diplomazia e per altri che con savoir faire possono contribuire, come la Comunità di Sant’Egidio ha più volte dimostrato. Un cantiere significa anche che è sempre al lavoro: la pace si fa ogni giorno, anche prevenendo guerre e crisi. Un cantiere infine significa che è un lavoro da artigiani: ci vuole pazienza, gestione del tempo, confidenzialità e umiltà. Non si negozia pensando di aver ragione o con l’arroganza di chi pensa di aver capito tutto. Occorre sempre sintonizzarsi su come il conflitto è vissuto dai suoi protagonisti, capirne lo strappo. Una guerra nasconde e talvolta uccide ogni desiderio di futuro; negoziare significa far rinascere la voglia di futuro, il gusto della fine della guerra, della pace.

La guerra non solo uccide, ma deteriora l’anima: tira fuori il peggio da ciascuno, irrigidisce, radicalizza, rende più facile accettare ciò che in altri contesti avremmo rifiutato inorriditi. La pace non è solo una buona intenzione, ma un lavoro a lungo termine, politico, giuridico, culturale e persino spirituale. E richiede l’impegno e lo sforzo di ciascuno. Cosa suggerisci a ciascuno di noi, soprattutto ai più giovani?

Difficile dare suggerimenti ma direi che sia necessario parlare di pace anche durante la guerra, sostenendo le ragioni della pace e contrastando il discorso che la pace sia un’ingenuità o sia inutile o peggio rappresenti una resa. La pace si costruisce già mentre ancora si combatte. I giovani devono studiare la storia perché li aiuta a capire e a formarsi un loro giudizio. E poi bisogna leggere quello che hanno scritto coloro che uscirono dalla seconda guerra mondiale. La consapevolezza del “flagello” che la guerra rappresenta inizia da quella generazione. Occorre che la coscienza della generazione che visse la seconda guerra mondiale sia trasmessa ai giovani di oggi. Si tratta di un imperativo politico e morale.

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