Intervista a Luigi Cancrini: «Mettere prima se stessi è la morte della politica»
Un dialogo su dolore, cura, violenza, narcisismo e responsabilità degli intellettuali, per difendere i più fragili e la qualità della democrazia.

ANSA
Luigi Cancrini ha recentemente pubblicato Alle origini della follia. Prevenzione e cura dei disturbi schizofrenici, Raffaello Cortina Editore, 2026. È uno psichiatra e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica e sistemica. Negli anni Settanta ha fondato il Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, una delle più importanti scuole di Psicoterapia in Italia, di cui è tuttora Presidente. Ha insegnato Psicoterapia, Psicologia clinica e Psichiatria presso l'Università La Sapienza di Roma. E stato deputato al Parlamento nella XV Legislatura. Dal 2012 è Direttore scientifico delle attività di Domus de Luna a Cagliari. Nel 2004 ha ricevuto dall'European Family Therapy Association (EFTA) il premio per il suo eccezionale contributo nel campo della terapia familiare. Per le attività colà svolte, nel 2018 ha ricevuto la cittadinanza onoraria della città di Palermo. Autore di numerosi volumi, è direttore responsabile della rivista scientifica “Ecologia della Mente”.
Il 2026 che si apre con l'uccisione di René Good a Minneapolis il 7 gennaio, il 22 gennaio 2026 Liam Ramos, un bambino – con un cappello da coniglietto e uno zaino di Spider-Man – viene arrestato dai soldati dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement). Dal 2023 è in atto un genocidio con una sospensione dei diritti umiliante, dolorosissima e tragica per la popolazione della striscia di Gaza. Donald Trump il 28 febbraio 2026 dichiara guerra all'Iran, con la conseguente crisi internazionale. Siamo quindi in una cornice internazionale difficile e complicata. Davanti a questo scenario qual è il ruolo dell'intellettuale oggi nella relazione tra politica e pensiero, in una proposta di lettura della realtà che tenga conto di tutto quello che abbiamo intorno, ma che ci dia una possibilità di azione e di pensiero? Hai incontrato la politica e il discorso pubblico con continuità in una parte rilevante del Novecento e ora in questi anni complicati. Il XXI secolo si apre con l'11 settembre, con la morte di Carlo Giuliani a Genova e che arriva alle crisi del 2026: quale pensi che debba essere il ruolo dell'intellettuale? Quali orizzonti, quali visioni per un pensiero che riguardi l'oggi, ma che non perda la memoria del passato e che comunque guardi al domani?
Una domanda complessa, posso dire un po' quella che è stata la mia esperienza con la politica: che si pone su due piani fondamentali. Uno di visione del mondo, nel senso che vengo da un'educazione cattolica che avevo recepito in un modo anche piuttosto forte, che è stato un valore a cui mi ero legato molto. Ho avuto una conversione al rovescio al tempo del servizio militare, quando ho pensato che la religione così come veniva raccontata e proposta, era una religione in qualche modo troppo di parte. Mi ricordo che la mia esperienza soggettiva fu quella della messa: ero allievo ufficiale medico a Firenze, c'era lì la chiesa di San Marco e durante la messa ci fu l'intervento di un sacerdote che disse: “Noi preghiamo Dio, che protegga il nostro esercito...” Io dissi: “No, il nostro esercito no, se è Dio, si occuperà di tutti gli eserciti”. Mi ricordo una lunga discussione con questo sacerdote sulla terrazza del convento dove eravamo alloggiati, in cui gli dicevo: “Ma che senso c'è?”
Poi piano piano ho cominciato una riflessione sul senso della storia e quindi Marx e quindi il comunismo, per me il passaggio dalla religione al comunismo è stato quello di dire che in fondo la persona che aveva meglio capito il messaggio di Gesù era proprio Carlo Marx. Nel senso che il comunismo mi sembrava la traduzione concreta, storica di quelli che erano i valori fondamentali della persona, di tutte le persone. Credo che Gesù sia stato il più grande rivoluzionario della storia e che Marx sia stato il suo epigono più efficace: ha messo in moto tante cose buone e anche cattive con tutto il casino che si è determinato nel tempo. E questo riguarda la spinta politica fondamentale, l'affermazione dei valori. Successivamente ho cominciato a fare politica attiva dopo i 30 anni e l'ho fatto già da psichiatra. Mi sono dato come missione pratica concreta quella di riuscire a trasformare in iniziativa politica, in atti amministrativi, in leggi le cose che, mi sembrava di capire che dal punto di vista valoriale, andavano nella stessa direzione del rispetto degli ultimi, dei più deboli. Tendendo conto su questo dei passaggi da considerare anche dal punto di vista scientifico.
Grande importanza per me allora ha avuto l'insegnamento e l'incontro con Basaglia, perché anche in Basaglia c'era questo. Era uno scienziato che diceva: “Io ho capito questo, volete capire che è la verità?” Insomma è la verità e la verità ha delle conseguenze, se la psichiatria è quella che dico io, l'ospedale è dannoso, l'ospedale psichiatrico è dannoso e bisogna fare altro. Quindi c'è stato questo mio interesse per la politica attiva, per introdurre elementi di cambiamento nel funzionamento della macchina dello Stato, per proteggere i più deboli nel modo giusto.
Quindi queste sono le due dimensioni, una valoriale e l'altra, come dire, molto concreta, pratica applicativa. Da allora in poi era un gesto politico anche scrivere un libro, perché poi si diffondevano idee, rispetto al sistema in cui vivevamo, viviamo, rivoluzionarie. Sicuramente ci sono stati tantissimi cambiamenti positivi legati a questo tipo di iniziativa mia, e di tanti altri: la legge sulle tossicodipendenze del 1975 e quindi il diritto alle cure dei tossicodipendenti; la legge Basaglia del 1978, e quindi il superamento degli ospedali psichiatrici e la territorializzazione per l'assistenza psichiatrica, il superamento degli istituti per i bambini che venivano rinchiusi, bambini che non avevano genitori. Quindi la chiusura degli istituti ha significato, nel tempo, l'apertura di quelli che sono oggi le case famiglie, gli appoggi all'infanzia in difficoltà. Tutte queste cose sono accadute negli anni 70 e 80 in modo positivo, la nostra società ha avuto un'evoluzione a cui mi sembrava che anche le cose che studiavo dessero un contributo.
Adesso ci sono delle situazioni che sono cambiate tanto: c'è un reflusso delle pratiche sociali, un reflusso delle pratiche terapeutiche e c'è stata un'impennata delle cure farmacologiche. Per esempio per i pazienti psichiatrici che vengono visti come portatori di un qualche cosa che non funziona da correggere, non più come esseri umani da ascoltare nelle loro particolarità di persone. A questo corrisponde anche, purtroppo, sul piano politico più generale, geopolitico, come si dice oggi, una grande crisi dei valori di fondo e qui siamo in questo tempo un po' desolante. Che cosa sta succedendo? Io, siccome tutti mi hanno sempre detto che sono un ottimista, cerco sempre di trovare delle ragioni. Penso questo: la coscienza di un'urgenza di un progresso della democrazia, un po' in tutto il mondo, è stata fortissima, nel secolo scorso e all'inizio di questo secolo. L'aspirazione al rispetto di tutti è cresciuta nelle coscienze delle persone.
Però è chiaro che questo provoca, Marx aveva ragione, un inasprimento del conflitto economico. E l'inasprimento del conflitto economico significa anche inasprimento della battaglia politica, così come si combatte giorno dopo giorno nelle piazze, nei parlamenti, nei giornali. Sono emerse tendenze estreme: una è la tendenza all'autocrazia e l'altra è la tendenza a un mondo diverso. Ora purtroppo Trump è il simbolo di una fase in cui l'autocrazia sta in qualche modo dominando la scena, in questo scontro eterno tra profitto e diritti delle persone, tra capitale e lavoro, tra persone che vogliono tutto e persone che aspirano ad essere riconosciute come tali, in questa fase i miei valori stanno perdendo.
Però questo significa da una parte, e qui torno appunto al mio ottimismo, da una parte che è il riconoscimento della realtà: in questo momento dominano le autocrazie, i Trump, i Putin, Xi Jinping... Però, perché? Perché sentono quanto è forte, perché il mondo, l'umanità sente quanto è forte, invece, l'aspirazione è ad una democrazia reale.
Quindi a mali estremi, estremi rimedi: il soffocare la democrazia con il ricorso alla forza, rappresenta il riflesso più naturale. Durerà? È difficile dirlo. Certo la parabola di Trump a me sembra destinata ad esaurirsi. Quale altro Trump si inventeranno però i grandi capitali, le forze della reazione, perché non è detto che sconfitto Trump si torni a una situazione in cui veramente c'è di nuovo un progresso. Credo che le forze del progresso trovino molta difficoltà oggi a costruire strumenti concreti per portare avanti la loro missione. I partiti tradizionali non mi sembrano più in grado di svolgere questo compito. In tutto questo gli intellettuali che dovrebbero fare? Gli intellettuali dovrebbero riuscire a formulare progetti, a costruire idee, ma soprattutto a restituire un po' la cornice ai fatti che stanno accadendo. Senza lasciarsi travolgere dal pessimismo della ragione riguardo ai fatti come sono e senza lasciarsi travolgere neppure dall'ottimismo della volontà, senza dire troppo, ce la faremo, ce la faremo comunque. Bisogna lavorare, dobbiamo trovare strumenti diversi anche di lotta politica, quindi mi sembra un compito molto difficile quello di chi riflette oggi.
Quando ti riferivi all'impennata delle cure psichiatriche hai detto “trattare le persone in difficoltà come esseri umani”. Nelle dichiarazioni che hai fatto in quest'ultimo anno mi è sembrato che l'intenzione fosse quella di invitare sia il sistema di cura che quello dell' informazione, a cogliere il dolore e la sofferenza nelle persone che agiscono atti di follia. Che sono un manifestarsi sintomatico di difficoltà radicali e dolorose. Sbagliando l'analisi di quello che ci accade davanti, anche di qualcosa di dolorosissimo e evidentemente tragico, si sbaglia tutto il processo di cura, di attenzione, di comunicazione e di cambiamento. Davanti ai tanti episodi di follia nella realtà, che poi si riversano nel dibattito pubblico con grande confusione, quali sono i criteri per riuscire a leggere la realtà, il dolore e la sofferenza? Quindi, dentro a questa cornice, come stavi un po' dicendo nella tua premessa, quali atteggiamenti, protocolli, leggi, modalità proporre?
Faccio un esempio molto banale, che ho pubblicato tanti anni fa, tratto da una cartella clinica: quello di un paziente che va a chiedere aiuto a uno psichiatra. Nella cartella clinica c'è scritto che il paziente non riesce a dormire, è agitato, fa brutti sogni eccetera. Poi nella storia emergono alcune notizie: è morta la madre da un po' di tempo, ci sono difficoltà in famiglia. La risposta dello psichiatra è: «Prendi un antidepressivo, vedrai che ti passerà». Lo psichiatra non collega lo star male del suo paziente alla morte della madre e al fatto che probabilmente questo lutto non è riuscito a condividerlo con sua moglie. Sembra una cosa perfino banale. La risposta farmacologica va sopra a questo, non si danno spiegazioni al paziente e si dice solo di prendere le pillole, ma questo è un modello di intervento. Una ragazzina entra in una comunità per adolescenti, vengono in supervisione e ti dicono che questa ragazzina fa casino, che non riescono a trattenerla, che addirittura si è ubriacata bevendo del gin che è stato portato dentro da un altro ospite della comunità e che loro non sanno che cosa fare.
Poi si racconta la storia e ti viene detto che un mese e mezzo prima la famiglia di questa ragazzina è stata smembrata da una decisione del Tribunale che ha mandato tutti i figli, cinque figli, in comunità diverse, la madre con il più piccolo, e sono stati interrotti i rapporti con il padre.
Allora dici agli educatori della comunità: «Pensate, fino a un mese e mezzo fa questa ragazzina viveva a casa sua, a un certo punto l'hanno presa e sbattuta in una comunità senza spiegarle nemmeno bene perché, interrompendo i rapporti con il padre e la madre, può darsi che questo sia un trauma? Può darsi che ci sia un rapporto tra questo trauma e il fatto di bere, visto che c'era l'occasione di stordirsi?» Ecco: fatti della vita e reazioni sintomatiche. Nella psichiatria moderna sempre di più, purtroppo, gli psichiatri ascoltano quali sono i sintomi e rispondono con i farmaci che loro ritengono adatti, senza fare la mediazione di quello che è successo, senza occuparsi di quello che è successo alla persona.
Questo sta diventando il modo in cui vengono giudicate le persone. Tutte le storie di crimini vengono raccontate così: c'è sempre un cattivo che accoltella, c'è una vittima, c'è la necessità di pene severe, di prevenzione violenta, nessuno si chiede cosa è successo, cosa è successo prima. Questo è un modo di affrontare le cose, è un modo di affrontare le cose a cui ci stiamo un po' abituando ed è politicamente scorretto. Perché il discorso sarebbe sempre quello di dire, ma se uno fa una cosa, perché la fa? Che è successo prima? Io insegno agli allievi che a un paziente bisogna domandare che cosa ha e lui dice suoi sintomi; gli va chiesto da quanto tempo e gli chiedi: “Ma che è successo?” Va restituito senso alla vicenda. Questo avviene nella pratica professionale ed è il senso profondo del lavoro psicoterapeutico. Naturalmente questo ci pone, un po' più in generale, di fronte a quello che accadde nel mondo, una visione che è, naturalmente e pesantemente, rivoluzionaria.
Se si ragiona in questo modo, per esempio, osserviamo che il carcere come è organizzato oggi, il sistema delle pene come è organizzato oggi, è di un'ingenuità disarmante. A cosa serve il carcere? L'idea che la pena sia centrata sul discorso riabilitativo, ma che senso ha se uno pensa a come è organizzato il carcere oggi? Tanti anni fa ero direttore di una catena di comunità terapeutiche, un gruppo di Saman. Noi avevamo introdotto nella comunità il concetto di psicoterapia, cioè accanto agli educatori c'era un terapeuta che ascoltava i pazienti. Facemmo una ricerca, su più di cento casi, di persone che erano entrate in comunità, sulla base della legge, per scontare la pena in comunità, invece che nel carcere. Abbiamo fatto poi, a distanza di due anni, dall'uscita della comunità, alla fine della pena, una ricerca su come stavano.
Le percentuali di ricadute erano bassissime, sia dal punto di vista penale che dal punto di vista sanitario, perché la comunità terapeutica come luogo in cui si espia la pena come occasione per la persona di riflettere su se stessa, come accoglienza delle sue difficoltà, permette una riabilitazione. Ma questo noi oggi lo sappiamo, poi è anche evidente, è perfino banale: come si fa a non capire che è così? Ma il carcere funziona così? No! Si sa, ma non è così. Addirittura si arriva al pregiudizio per cui in un caso recente sono stati rinviati a giudizio gli psicologi che avevano difeso una paziente, la donna che aveva ucciso un bambino, Pifferi mi pare si chiamasse. Gli psicologi sono stati chiamati in giudizio che dicevano: “guardate che questa persona sta male”.
Allora, fra quello che sappiamo e quello che facciamo ogni giorno, ad esempio le operazioni mediatiche sui delitti, c'è uno iato terribile, c'è un'illogicità inaccettabile, ci sarebbe tanto da dire su questo. Purtroppo quello che sta succedendo a livello di personaggi di potere, la follia prepotente viene piuttosto esibita. Quello che succede è il ragionamento inverso: cosa c'è dietro la follia di Trump? C'è la sofferenza di un bambino che aveva vissuto in modo molto anormale, le preferenze del padre per l'altro figlio, che aveva sentito questo bisogno di affermarsi in modo folle. Se uno studia l'infanzia di Hitler, cosa c'è dietro la follia sanguinaria di Hitler? Però è un gioco in cui se tu conosci la storia capisci quello che sta succedendo e aiuti eventualmente la persona a cambiare, ma se non conosci la storia, l'illogicità domina tutto. Questo mondo di oggi, così come è organizzata la parte più civile del mondo qui in Europa, è ancora in grande ritardo sul rapporto con i comportamenti fuori dalla norma, il tentativo di comprendere non si fa mai, il bisogno di giudicare è sempre prevalente.
In relazione al dibattito pubblico di questi ultimi mesi, di questi ultimi anni, c'è una tua dichiarazione che mi ha molto colpito, perché credo possa aiutare le persone a capire. C'è infatti un grande bisogno di orientamento. La dichiarazione si intitola: «La lezione di Bibbiano non ci è servita a niente» in cui parti da quelle vicende e arrivi fino alla vicenda della famiglia nel bosco. La questione che metti al centro la tutela superiore da garantire è quella del bambino. Il tema è rilevante considerato che in quella fase la politica ha mostrato il suo lato peggiore: ha esibito sul palco, in una manifestazione della destra a Roma nel 2019, bambini usandoli strumentalmente per scoprire successivamente che non erano neppure bambini di Bibbiano. È stata cavalcata quell'onda in modo violento: Dio, padre, famiglia e sfruttamento del dolore e della sofferenza in una dimensione molto superficiale in cui la politica è diventata cattiva maestra e non esempio.
Lì c'è un passaggio che secondo me è interessante, serve riflettere ancora sulla figura di Gesù, quando dice: «Se sei chiamato, dimenticati di tuo padre, di tua madre, della tua famiglia». Si rivolge alla persona, i legami familiari sono importanti finché sono positivi, ma se una madre sta troppo male per occuparsi di suo figlio, va aiutata. Quando neanche l'aiuto è sufficiente bisogna tenere conto del fatto che questo è un fallimento anche per lei. Il suo fallimento come madre, il non riuscire a occuparsi del figlio, ricadrà su di lei, sulla sua possibilità di vivere.
Se per un certo periodo viene sottratto il figlio alla madre e successivamente lei si ritrova un figlio che sta abbastanza bene, e nel frattempo ha fatto un percorso, non è che un fatto positivo. Se la madre proprio non ce la fa, che il figlio sia cresciuto da qualcun altro va bene. Le famiglie adottive esistono, ma per lei che cos'è importante? È importante che il figlio stia bene o è importante affermare un diritto di proprietà? Nel lavoro dei servizi sociali esiste a volte la necessità di prendere posizione nei confronti delle famiglie. È chiaro che se tu lo fai con intento punitivo fai del male e basta, ma se tu lo fai con serenità mettendo a disposizione della madre tutto l'aiuto possibile, valutando poi con lei se questo aiuto è sufficiente, questa è una cosa sana. La psicoterapia da questo punto di vista introduce degli elementi fondamentali nel lavoro dei servizi sociali.
Quello che a Bibbiano si faceva era aiutare questi bambini che avevano vissuto esperienze drammatiche ad elaborarle. Elaborarle significa anche staccarsene, ma come fa una bambina che è vittima di violenza sessuale in famiglia ad elaborare la violenza continuando a stare in famiglia? Non è possibile. Bibbiano è stata la prova, purtroppo, di quanto fosse ed è forte l'idea – un'idea veramente un po' fascista secondo me – che il bambino appartiene alla famiglia. Non appartiene proprio a niente. Nel codice Rocco c'era una norma per cui se il padre violentava la figlia minorenne non veniva perseguito: era un suo diritto, come accadeva nelle comunità rurali. Affermare il diritto della figlia a non essere violentata mi sembra che sia giusto, ma è giusto anche nei confronti del padre che gli siano messi dei limiti.
Ritengo che Bibbiano abbia messo in luce soprattutto questa dimensione: l'idea di alcuni politici per cui il figlio appartiene alla famiglia e i servizi non ci devono entrare, il tribunale non ci deve entrare; è un'idea primitiva. Ma perché piace? È difficile dare una risposta a questa domanda. Piace, forse, perché si alimenta un'istintiva paura del giudizio dei tribunali, dei servizi, eccetera, quindi le persone che hanno qualcosa cose da nascondere si sente autorizzate a farlo, non saprei. Bibbiano è stato uno dei passaggi più tristi della nostra storia recente e ha provocato danni molto importanti su un sistema complessivo dei servizi. È una delle vicende più contraddittorie che sono emerse: dimostrando quanto sia purtroppo priva di competenze di gran parte della stampa. I giornalisti che hanno scritto su Bibbiano dovrebbero essere radiati dall'ordine? Sottoposti comunque a un provvedimento disciplinare... perché hanno inventato pur di compiacere il lettore o, se vogliamo, gli aspetti più negativi dell'anima dei loro lettori. Questo succede, fa parte delle contraddizioni della vita.
Dentro alla dimensione della vittima, al vissuto della vittima, c'è una questione su cui credo sia importante provare a riflettere, come provare a non innescare una faida progressiva e interminabile tra chi agisce una violenza e chi reagisce a quella violenza, con altra violenza? Intendo sia nella dimensione individuale che nella dimensione collettiva. Questa volta voglio proporti un esempio, un buon esempio: una situazione in cui le cose sono andate per il meglio. Il 2 agosto del 1980 una bomba esplode alla stazione di Bologna e compie sostanzialmente la peggior strage della storia repubblicana. Dopo 45 anni, il 1 luglio del 2025, la Cassazione compie un'operazione definitiva condannando all'ergastolo Paolo Bellini. E di fatto mettendo insieme elementi di contesto e di responsabilità non più modificabili, attesi da tempo, che riguardano l'organizzazione da parte della P2, la copertura strutturatissima da parte dei Servizi e il fatto che non c'era nessuno spontaneismo nella dimensione della banda Fioravanti e quindi di tutto il gruppo armato: i nucleari armati rivoluzionari, il terrorismo nero neofascista. La filiera dei NAR, insieme alla P2, insieme agli apparati deviati dello Stato pochi momenti dopo lo scoppio diffondono la notizia che era esplosa a una caldaia. In questa cornice l'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna compie un'azione dal mio punto di vista esemplare nella storia repubblicana che è esattamente un modo di procedere che si oppone con grande forza all'elemento di reazione violento, anche davanti a tante delusioni negli anni rispetto agli andamenti processuali che non erano a favore della verità. Davanti a una lunga stagione in cui si proponevano, e si propongono, depistaggi e piste palestinesi, l'Associazione riesce a ottenere giustizia e riesce a ottenere una verità giudiziaria che fa quasi saltare sulla sedia. Raramente, almeno dal mio punto di vista, ho avuto un moto di sollievo e soddisfazione, se si può dire soddisfazione, ma penso di sì, davanti a quel passaggio. Mentre in tante altre situazioni, forse dal punto di vista della cronaca la maggior parte, la reazione è invece quella che indirizza sia il dibattito pubblico, sia il discorso pubblico, sia anche alcune azioni, in una direzione di reazione violenta. Mi interessa molto questo perché si sono rafforzate progressivamente le reazioni nella direzione della violenza, lo abbiamo visto l'omicidio Kirk, Luigi Mangione che uccide il CEO dell'assicurazione sanitaria, negli Stati Uniti, ma anche a casa nostra in Italia c'è una tendenza in questa direzione. In questa cornice mi preme provare a riflettere, a darci dei criteri rispetto a quali sono dal punto di vista prima di tutto individuale, e poi se vuoi anche collettivo, gli strumenti che ci possiamo dare per non prendere la via della reazione violenta. Perché la rabbia è forte e nessuno pensa di poter negare una reazione di rabbia davanti a un'ingiustizia, ma dall'altra parte, per non entrare in quella spirale che porta solo sofferenza e dolore, è necessario e doveroso invece provare a prendere un'altra via: come ha fatto l'Associazione dei familiare delle vittime della Strage di Bologna. Ma per usare la storia, la memoria e gli esempi, per renderli moltiplicabili, per renderli disponibili ad altri, tenendo conto anche dell'atteggiamento tenuto, mi piacerebbe fare una riflessione in questo senso.
Condivido veramente quello che tu dici, la risposta data dai familiari delle vittime è stata una risposta giusta e il fatto che abbia vinto è davvero importante. È la prova che viviamo in un paese in cui ancora c'è il rispetto della verità.
Farei due osservazioni su questo: una è che questo tipo di rispetto delle istituzioni e la limitatezza delle reazioni invece individuali ci sono già nelle parole di Gesù: “Date a Cesare quel che è di Cesare” che significa tante cose, ma significa anche: vivete all'interno di una situazione in cui bisogna avere fiducia che le cose possono ottenersi con dei mezzi tranquilli. La ribellione individuale, cioè “ho subito un'ingiustizia, prendo la pistola e sparo”, non porta da nessuna parte. L'altra è che forse sarebbe stato importante, e anche giusto, che a livello mediatico questa sentenza definitiva della Cassazione avesse un'eco maggiore. Penso a Valditara quando dice che Mattarella è stato vittima delle brigate rosse; se un ministro dell'istituzione la spara così grossa vuol dire che le nostre idee su quello che è successo in quegli anni, ancora oggi, non sono chiare in un modo sufficientemente diffuso. Però è anche vero che la strada della democrazia e la strada della verità sono sempre state impervie e richiedono la pazienza che l'associazione delle vittime è riuscita ad avere. È una meraviglia che sia stato possibile davvero ottenerlo. Penso che questa sentenza della Cassazione sia una delle cose più luminose che ci è stata nella storia recente del nostro Paese e penso che possa essere di modello anche un po' per tante situazioni che si verificano nel mondo, dove non sempre la verità viene la luce anche dopo tanti anni.
Un'ultima domanda che riguarda una richiesta di chiarezza da un punto di vista di parole che prendono corpo nei discorsi delle persone e anche sugli strumenti di informazione, anche sui social, e cioè un po' ci sei, ne hai parlato, però mi interessava dargli un contorno un pochino più anche scientifico se vogliamo, e cioè quando iniziamo a osservare nei nostri politici elementi di narcisismo e elementi isterici. Spesso si usano queste parole in modo un po' confusionario, quindi provando a raccogliere il tuo stimolo rispetto alla responsabilità delle informazioni, quindi proviamo a fare una riflessione dando parole di chiarezza. Il narcisismo in politica come si manifesta? o anche tra gli intellettuali? E anche: come si manifestano comportamenti isterici?
Questo credo che serva, se vogliamo fare informazione. Parlando con te credo che serva anche per avere maggiori strumenti per organizzare il confronto con le persone, per fare un lavoro collettivo con gli altri, per chi ha voglia di reagire dentro al contesto che abbiamo descritto fino adesso. Ma anche per reagire sapendo fermarsi, perché il narcisismo e l'isteria non riguarda solo gli altri, riguarda anche noi stessi. È importante partire da noi stessi e quindi capire quando certi campanelli di allarme è bene che risuonino nel nostro dibattito interno. Ed è importante saper riconoscere certi comportamenti quando li vediamo negli altri.
Sono due cose un po' diverse: nel narcisismo c'è ovviamente una disposizione personale, però è anche una costruzione sociale: il narcisismo si accresce man mano che intorno si creano le corti intorno alle persone, corti che sono fatte di persone che hanno una sincera ammirazione, che si identificano col personaggio, corti fatte anche di persone un po' più strumentali, che pensano di poter approfittare del personaggio. Sicuramente il protagonismo politico ha più a che fare con il narcisismo che non con l'isteria; gli esempi di Berlusconi e Trump sono molto vivi, molto forti.
Da che cosa lo possiamo valutare? Lo possiamo valutare nel momento in cui ci si accorge che la persona, che è così piena di sé, delle cose che fa, così orgogliosa di tutto quello che gli viene in mente, in modo molto evidente non si accorge degli altri; non si accorge degli altri e li tratta come se fossero cose. Le cene eleganti di Arcore sono il trionfo del narcisismo, perché ci sono schiave, o schiavi, e padroni, c'è il far crescere la propria immagine di sé utilizzando i corpi, la miseria degli altri che hanno bisogno di te. È chiaro che questo per chi fa politica dovrebbe essere il male peggiore perché dovrebbe spendersi per il bene degli altri, non per il proprio bene. Abbiamo esempi luminosi: Pertini, Moro, Berlinguer. Fare politica significa anche morire su un palco, come ha fatto Berlinguer, sfinito per l'impegno che ci ha messo, ma è un impegno per gli altri e non per sé.
Quando l'impegno riguarda soprattutto se stessi, la propria ricchezza, la propria popolarità, il proprio ego, quella è la morte della politica. Trump non è un uomo politico, è la negazione della politica, come lo era stato Berlusconi per molti versi. Sono persone che fanno male, ma il narcisismo è proprio questo, dare importanza a sé con danno per l'altro, senza vedere l'altro.
L'isteria in politica io la vedo un po' di meno: è una regressione a forme di comportamento infantili. Ci può essere in Parlamento quando gridano troppo, per esempio, ma mi sembra anche meno dannoso. Il narcisismo è un veleno: fa male, provoca danni e purtroppo è un male comune oggi nella vicenda politica. Quello che mi sembra si senta poco è la presenza di persone che credono in ciò che fanno, più che in sé stesse. Purtroppo succede un po' anche questo, che il rischio che corre oggi una persona che crede in ciò che fa è quello di non essere popolare.
Per esempio quando parlano della Schlein dicono: «Sì, va bene, farà pure cose giuste, però non mi piace, non mi convince». Che cosa significa? Questo è quello che effettivamente sta un po' passando: per essere protagonista politico devi avere anche una spettacolarità da attore. Questo mi sembra un aspetto negativo del modo in cui anche i media presentano oggi i vari personaggi. Io penso che abbiamo parlato all'inizio di autocrazie come grande pericolo per tutti quanti noi, le autocrazie non si costituiscono intorno ad una sola persona che a un certo punto vuole fare l'autocrate: si costituiscono intorno a una società in cui esistono tante pulsioni particolari che spingono verso la costruzione di un personaggio. Questo è il punto debole della scena politica attuale: l'insieme di tutte le comparse che stanno intorno che pompano alcuni personaggi disturbandone altri.
C'è un clima che favorisce l'affermarsi di autocrazie, di persone che hanno troppa fiducia in sé stessi, che vogliono il potere tutto intero. Credo che questo sia il nemico che abbiamo. Anche come movimenti politici dovremmo stare molto attenti a far crescere l'idea del movimento, del gruppo unito e non quello della persona che riassume in sé tutto. Dobbiamo educarci, per costruire delle alternative e questo può essere un altro passaggio importante sul ruolo dell'intellettuale. L'intellettuale che parla di politica, ma non vuole diventare lui il politico che poi risolve. L'intellettuale che dà un contributo, ma anche che si ferma a riflettere.
Insomma c'è bisogno di reimmaginare un grande gioco di squadra. Tante volte penso: Berlinguer non avrebbe mai fatto il capo del governo, secondo me, non penso proprio. Non era nel suo dna, però avrebbe dato molti consigli a un capo del governo. Che è un modo di intendere il lavoro politico, come un lavoro di squadra che riguarda tante persone.
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