Intervista a Lino Vairetti, cinquant’anni di prog fra Napoli, cinema, lotta e poesia viva

Da «L’uomo» a «Palepoli», Vairetti racconta cinquant’anni di musica, impegno civile, cinema, tour internazionali e nuovi progetti etnoprog per gli Osanna, oggi.

Diego ProtaniIntervisteMUSICA
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ANSA

Gli Osanna sono tra le band più longeve del progressive rock mondiale. Negli anni Settanta furono tra i primi a pitturarsi il volto e a indossare costumi di scena. La leggenda narra che furono fonte di ispirazione per Peter Gabriel nei Genesis. Prima di Pino Daniele, Tullio De Piscopo e James Senese, gli Osanna, con Alan Sorrenti, furono artefici del nuovo Neapolitan Power, poi esploso nella metà degli anni Settanta. Ancora oggi sono sui palchi di tutto il mondo con il loro leader, Lino Vairetti.

Lino Vairetti, gli Osanna hanno oltre 50 anni di storia: come li puoi definire?

Beh, insomma, è una storia lunga, anche se ha avuto delle interruzioni. Però c’è stata da parte mia la volontà di portare avanti un progetto che aveva un senso culturale e non poteva essere abbandonato. Finché io esisto, questo gruppo, gli Osanna, con tutte le sue attività musicali e testuali, in qualche modo porterà avanti un discorso che ha iniziato con «L’uomo» nel 1971. Siamo ancora qui per portare il nostro verbo.

Tanti temi che oggi sono attuali voi li avete portati alla ribalta decenni fa, già ne «L’uomo» e poi in «Palepoli». Come mai avevate già capito tutto all’epoca?

Ma è stato istintivo. Non è che avevamo capito tutto: venivamo da un periodo particolare di rivoluzione culturale, la fine degli anni Sessanta. Noi eravamo proprio i più giovani all’interno di questo movimento che esplodeva a livello internazionale e quindi abbiamo raccolto tutti gli umori che ci appartenevano. Abbiamo portato la nostra idea, la nostra poesia e il nostro modo di combattere, di utilizzare la musica per esprimere il nostro dissenso verso quello che era un progetto politico ormai obsoleto e per cercare di portare avanti un discorso di umanità molto più aperta.

Negli anni Sessanta noi, in modo molto più semplice, dicevamo «peace and love», quindi amore e pace. Ma poi questo amore e pace ha avuto bisogno anche di un momento di lotta molto più forte e anche terribile. Abbiamo dovuto affrontare momenti molto duri, con rivoluzioni vere e proprie, e noi abbiamo portato anche nella musica questi concetti.

Se gli Area facevano «L’Internazionale», voi rispondevate con «Bandiera Rossa»?

Sì. Questo era Danilo Rustici, che amava Jimi Hendrix ed era il presidente regionale del partito marxista-leninista dei giovani. Lui amava Jimi Hendrix, che aveva fatto il suo inno americano, e Danilo, parafrasando appunto Hendrix, volle fare «Avanti popolo» sulla chitarra. Questa cosa è stata un altro segno identificativo del nostro sound.

Quanto il vostro «Palepoli» ha rivoluzionato la musica napoletana e anche il concetto di concept album?

«Palepoli» è stato l’album in cui avevi una storia da raccontare. Addirittura dovevano essere due LP, poi la Fonit, per un problema economico, preferì farci ridurre in un unico album i contenuti che avevamo espresso. Quindi tagliammo molti brani, accorciammo delle cose ed è uscito un album singolo. Ma era un’opera che raccontava Napoli in modo rivoluzionario.

Cercavamo di denunciare tutte le malefatte di un governo che aveva umiliato la città e di portare avanti un discorso per ripulire questa città. Alla fine c’è stata una rivalutazione di una parte culturale che ha preso il sopravvento sul neomelodismo, che era molto più appannaggio di qualcosa legato alla camorra, alle cose peggiori di questa città. Noi siamo riusciti a elevarci con una musica che ha portato avanti un messaggio di pace, d’amore e anche di lotta.

Con «Milano calibro 9» siete entrati anche nella storia del cinema italiano. Come è nata la colonna sonora e perché ancora oggi il film ha tutto questo successo?

Innanzitutto la colonna sonora di «Milano calibro 9», che è partita dall’idea di Luis Bacalov e Sergio Bardotti, ci ha coinvolti in un discorso che era lontano dalle nostre tematiche. Però per noi ragazzetti degli anni Sessanta, trovarci a vent’anni a suonare rock con un’orchestra sinfonica, un’orchestra classica, con un maestro come Luis Bacalov, fu esaltante in un modo incredibile. Noi ci buttammo in questa avventura al di là delle nostre posizioni socio-politiche, per fare qualcosa che avesse un senso molto alto dal punto di vista esclusivamente musicale.

Bacalov era un maestro straordinario e noi con lui riuscimmo a coronare un sogno. Un sogno che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, vive ancora. Anche perché Fernando Di Leo, il regista di questo film, è stato rivalutato da Quentin Tarantino e con lui tutti gli attori, come Barbara Bouchet, Gastone Moschin, Mario Adorf e tutto il cast straordinario del film. È stato ampiamente rivalutato e ancora oggi tutte le TV private e anche quelle ufficiali trasmettono questo film come un cult assoluto di quegli anni.

Voi parlavate già di Palestina cinquant’anni fa. Come mai? Non cambiano gli Osanna o non cambia il mondo?

Noi abbiamo parlato di tutte le lotte sociali che si possono affrontare con la musica, con la poesia.

Chiaramente è un gesto nobile quello che facciamo noi musicisti, noi artisti. È normale che poi la lotta vera si faccia sul campo, con sofferenze molto più vere e più profonde. Noi abbiamo dato un segnale di tipo culturale, abbiamo in qualche modo sensibilizzato un pubblico che era lontano da queste tematiche e che, attraverso la canzone, attraverso la musica, poteva entrare in un ambito che sembrava appartenere a un altro mondo e che in realtà era qualcosa che ci apparteneva direttamente. Perché quelle lotte che stanno in Palestina le abbiamo anche noi in Europa, e sono in tutto il mondo. Questo abuso di potere da parte delle grandi forze politiche ed economiche cerca sempre di sopprimere un popolo che invece ha bisogno di avere aria, respiro. È una lotta sociale che non finisce mai.

Oggi è ancora peggio, perché il potere è appannaggio di folli, di pazzi. Al governo non ci sono più persone che avevano una qualità, uno studio politico, ma ci sono persone come Trump, che sono dei folli esagerati, e non si sa dove approderanno e dove porteranno questo mondo. È un momento veramente molto problematico.

Abbiamo visto che gli Osanna non solo sono molto famosi fuori dall’Italia e che i vostri tour spesso sono internazionali. Ma in Italia siete seguiti più che altro da un pubblico giovanile?

Noi siamo seguiti comunque da un pubblico che ha amato il prog, quindi da un pubblico che ha una certa età. Però anche molti giovani si sono scocciati di sentire una musica usa e getta.

Oggi Spotify e tutti i nuovi fermenti dell’ascolto musicale stanno stancando i giovani più attenti, quelli che vogliono apprendere qualcosa di più culturale. C’è una ripresa di certi temi, di certi modi di suonare che riportano in auge il nostro percorso di musica progressiva, di rock e comunque di musica legata anche a un discorso socio-politico. Perché ci sono dei giovani straordinari, per fortuna.

Sono quelli che poi hanno risposto al referendum?

Certo, certo.

Qual è il prossimo progetto degli Osanna?

Noi abbiamo ampliato la formazione. Abbiamo inserito un percussionista nella formazione attuale, che è composta da me, da Gennaro Barba alla batteria, Enzo Gascella al basso, Paco Capobianco alla chitarra elettrica, Sasà Priore al piano, organo e synth, e mio figlio Irvin, che canta e suona sintetizzatori.

Abbiamo preso un percussionista, Carlo Avitabile, fratello del grande Enzo Avitabile, e quindi abbiamo ampliato questa cosa. Da poco abbiamo fatto un esperimento molto divertente con tre mandolinisti che suonano i mandolini elettrici: li abbiamo inseriti in un contesto molto bello e abbiamo creato un etnoprog, lo potrei definire così. È stato un esperimento molto bello, che sicuramente darà frutti futuri. Certo, sarà un progetto che non è stabile. Noi comunque porteremo avanti gli Osanna con questa nuova formazione, però ci contamineremo con questi mandolini e probabilmente anche con qualche tammorra, portando avanti un discorso molto più legato alla nostra città, Napoli, con il sound però molto Osanna e lontano dalle tematiche napoletane di basso livello.

Quindi c’è anche un progetto in studio?

Il progetto in studio vedremo, perché oggi i dischi non si vendono. Ogni volta che si va in studio si spendono un sacco di soldi per produrre il master e poi farlo diventare un vinile. La gente non ha più questo desiderio di comprare, perché i mass media e le case discografiche hanno in qualche modo abolito i CD e fanno solo vinili. Ma non è che si ricomprano tutti. È un po’ difficile il discorso.

Per fare un progetto discografico c’è bisogno di energie economiche, di grande voglia di sperimentare e di creare nuovi brani, cosa che noi stiamo facendo. Attualmente non c’è ancora il progetto discografico: lo faremo l’anno prossimo. Siamo in procinto di far uscire un live che abbiamo fatto a Besate, nel Milanese, l’anno scorso. Uscirà questo live con David Jackson in vinile, in CD e anche in DVD. Per ora uscirà questa cosa, che è un semplice live, però molto bello.

Spesso avete suonato con artisti internazionali, come hai detto adesso: David Jackson, Carl Palmer degli Emerson, Lake & Palmer e tanti altri. Quindi gli Osanna tornano a essere una band internazionale.

David Jackson, dei Van der Graaf Generator, è un nostro membro aggiunto. Là dove è possibile, per questioni economiche, portarlo con noi, lui è sempre disponibile, perché ama gli Osanna. È come se fosse un nostro musicista, però vive a Londra e quindi non è sempre disponibile a venire se non ci sono i soldi, chiaramente.

Per esempio, ora abbiamo un concerto bellissimo in un festival internazionale a Teramo, il 23, 24 e 25 luglio. Noi degli Osanna suoneremo come gruppo principale insieme ai Soft Machine, ai Gong e poi ci sarà tutta una serie di altri musicisti principalmente internazionali. Degli italiani ci siamo noi come headliner e poi c’è Savoldelli, che è un cantante straordinario italiano. Poi ci sono tutti gruppi stranieri di grande qualità. È un festival meraviglioso, che spero tutti possano seguire, perché è la prima volta che questo festival internazionale si fa in Italia e, guarda caso, a Teramo.

Quindi dobbiamo continuare a seguire gli Osanna: ci mettiamo seduti, ascoltiamo i nostri dischi e aspettiamo il DVD?

Sì, anche perché noi siamo in attività in un modo positivo. Gli Osanna sono una band molto divertente, siamo ottimisti, abbiamo una gran voglia di fare. È un gruppo molto attivo, vivo, grintoso, che unisce poesia e dinamiche di musica molto raffinata. Io credo che il gruppo degli Osanna sia una bellissima realtà in questo momento. Ha una rinascita che io definisco straordinaria. Io stesso, che ho ormai la mia età, mi diverto a essere bambino insieme a loro, continuando un discorso molto aperto, dinamico e pieno di entusiasmo.

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