Intervista a Francesco Piras: «Un film per restituire a un uomo la verità della sua vita»
Il regista racconta il film su Beniamino Zuncheddu, trentatré anni in carcere da innocente: la “zona grigia” delle istituzioni e la forza della partecipazione.

ANSA
Ci sono immagini che non si limitano a riempire uno schermo, ma scuotono violentemente la coscienza di classe del nostro Paese. Zustìssia, l’opera prima di Francesco Piras, compie un vero e proprio miracolo cinematografico e politico. Non è un semplice resoconto giudiziario: è un atto d’accusa frontale e implacabile contro gli apparati repressivi dello Stato borghese, contro quella “zona grigia” istituzionale che storicamente trasforma la giustizia in uno strumento di sopraffazione ed esclusione dei subalterni.
Al centro di questo dramma umano e sociale brilla la figura di Beniamino Zuncheddu, vittima del più mostruoso errore giudiziario della storia repubblicana. Nel volto e nella storia di questo pastore sardo — schiacciato da un sistema cinico che esigeva un colpevole da sacrificare nel territorio dei fragili — non c’è traccia del livore o della rabbia che chiunque avrebbe maturato dopo trentatré anni di brutale e ingiusta prigionia. La sua straordinaria bontà d’animo si fa testimonianza politica. Il suo è un eroismo stoico, la dignità purissima di un proletario che ha rifiutato la menzogna del compromesso e del pentimento pur di difendere la propria verità e la propria identità, dimostrando che le sbarre possono confinare il corpo ma non spezzare l’autodeterminazione.
Questa profonda tensione morale si traduce in carne e sangue grazie a un cast in stato di grazia. Fabrizio Ferracane offre un’interpretazione monumentale, restituendo la misurata e dolente grandezza di Beniamino. Al suo fianco, l’impegno civile militante di Michele Riondino (nei panni dell’avvocato Trogu) incendia lo schermo con la rabbia necessaria di chi non accetta i soprusi di potere. A completare un sodalizio artistico perfetto è la straordinaria prova di Jacopo Cullin, capace di dare spessore e profonda umanità alle contraddizioni del racconto. Il regista Francesco Piras raccoglie così il testimone del miglior cinema d’inchiesta e d’impegno degli anni ’60 e ’70, abbattendo la quarta parete per chiamare a raccolta la comunità, le piazze, i giovanissimi. Nell’intervista che segue, le parole del regista ci svelano come quest’opera sia diventata lo specchio di una necessaria e urgente mobilitazione collettiva.
Piras, il titolo del film è in sardo. È una scelta identitaria?
È una scelta legata al fatto che il termine “giustizia” — nelle sue varianti fonetiche a seconda della zona della Sardegna — nell’isola ha un significato più ampio rispetto all’italiano. Da noi si dice “giustizia” anche quando arrivano i carabinieri o la polizia. Questo deriva da tempi lontani, quando lo Stato portò la legge in Sardegna attraverso gli uomini in divisa. È nato così questo modo di dire: «Sta arrivando la giustizia».
La storia di Beniamino Zuncheddu è più il frutto dell’errore di un singolo sistema o la dimostrazione che l’intero apparato carcerario ha problemi urgenti da affrontare?
La vicenda di Beniamino si colloca in un periodo storico molto complesso, che una commissione parlamentare ha definito come una “zona grigia”: un’epoca in cui, in Sardegna, l’operato di una parte della magistratura è stato poco chiaro. Con questo film non vogliamo fare una generalizzazione troppo ampia, preferiamo restare nella specificità del caso. Chiaramente, però, la domanda che il pubblico si pone alla fine della visione è: cosa succede quando legge e giustizia non corrispondono più? È una riflessione che ci porta al concetto di giustizia procedurale. Non può esistere un giusto verdetto se non esiste un giusto processo, e qui parliamo esattamente di questo: un meccanismo giudiziario che è andato avanti in modo non corretto.
C’è anche un forte richiamo alla giustizia riparativa.
Sì, di solito se ne parla in relazione alle vittime. In questo caso Beniamino Zuncheddu per un lungo periodo della vita è stato considerato il colpevole, per poi rivelarsi la vittima. Una vittima che oggi lo Stato dovrebbe in qualche modo ripagare. Oltre al risarcimento economico che le istituzioni dovranno assumersi, esiste una forma ulteriore di riparazione: restituire a quest’uomo la verità della sua vita. Per tanti anni è stato considerato un omicida, oggi è necessario raccontare chi sia davvero, e questo film ha l’onore di farlo.
Naturalmente il ragionamento si estende alla condizione carceraria: l’unico risarcimento che Beniamino ha già ricevuto è quello per essere stato vittima di una detenzione disumana. L’ingiustizia sta anche in un’applicazione della pena che non raggiunge il grado di civiltà che ci si aspetterebbe da un Paese come il nostro.
Perché la “legge Zuncheddu” non viene ancora approvata?
La proposta di legge è stata presentata ed è in attesa di essere calendarizzata. Oggi qualcuno deve metterla all’ordine del giorno per poterne finalmente discutere. Siamo in attesa che il Parlamento agisca in merito.
La presenza nel cast di Michele Riondino non sembra un caso. È un attore che, anche nella vita privata, ci mette sempre la faccia per l’impegno civile.
C’è stata una corrispondenza perfetta. Da un lato, le caratteristiche attoriali di Michele erano ideali per interpretare il ruolo dell’avvocato Mauro Trogu; dall’altro, c’è stata una sua grandissima adesione emotiva e intellettuale, dettata proprio dal suo forte senso civile.
Qual è stata la colpa più grave da parte delle istituzioni che, invece di proteggerci, in questo caso hanno rovinato la vita di un innocente?
La colpa più grande è stata quella di aver prodotto un verdetto ingiusto lungo ben tre gradi di giudizio. È un fatto gravissimo. I tre gradi di giudizio nascono proprio per garantire la correttezza di un verdetto; scoprire che una condanna all’ergastolo è stata confermata fino alla fine, nonostante le storture, fa tremare le vene ai polsi.
Pensa che la condizione sociale di Beniamino, l’essere un pastore sardo e non un uomo potente, abbia influito sulla sua condanna?
Certamente. Questa storia ci insegna che era assolutamente necessario trovare un colpevole, e lo si è cercato nel territorio dei deboli, dei fragili, di coloro che avevano meno strumenti per difendersi. Eppure Beniamino è stato assistito fin dall’inizio da grandi avvocati che fecero un lavoro egregio. Lo afferma lo stesso avvocato Trogu, che studiando la strategia difensiva dei suoi predecessori ne ha sempre apprezzato l’altissima qualità. Ma in quella “zona grigia” il sistema ha prodotto errori procedurali talmente macroscopici da schiacciare tutto, persino le ottime azioni dei professionisti che tentavano di difenderlo. Come dice un personaggio nel film: «La giustizia lo ha preso e lo ha ammazzato». E in quella battuta il termine “giustizia” indica proprio il peso schiacciante di un apparato, non il concetto ideale che dovrebbe guidare le nostre vite.
Guardandolo nei filmati dell’epoca e di oggi, Beniamino appare lucidissimo, sereno. Non mostra quella rabbia che chiunque avrebbe dopo aver subito un torto simile. È un uomo pacato, dignitoso e molto disponibile.
Beniamino è sempre stato così, anche se questa lunghissima prigionia lo ha trasformato in uno stoico. Come gli antichi filosofi, ha capito che possono toglierti tutto — la libertà, lo spazio, il tempo — ma non la possibilità di decidere per te stesso, di scegliere con quali occhi guardare il mondo. Lo ha dimostrato con una scelta straordinaria: dopo 26 anni di carcere avrebbe potuto confessare, dichiararsi colpevole per ottenere i benefici e uscire prima. Invece ha rifiutato. Gli avevano tolto la libertà del corpo, ma in quel momento lui si è ripreso la libertà più grande: quella di scegliere chi essere e di continuare a gridare la propria innocenza. Oggi Beniamino conserva questa forza d’animo e una profondità di visione così semplice e pura che ha ancora tanto da insegnare a tutti noi.
Rivedendo il film in sala, si ha la sensazione che tra la storia e il pubblico si crei un legame strettissimo. Gli spettatori non si limitano a osservare, ma partecipano emotivamente, proprio come i cittadini che un tempo decisero di andare in tribunale a sostenere Beniamino. Al di là delle straordinarie interpretazioni, crede che il film riesca a gettare questo ponte così raro con lo spettatore? Pensando anche al cinema di impegno civile degli anni ’60 e ’70, possiamo dire che questa pellicola si inserisce in quel filone?
Sì, credo che il film abbia proprio la capacità di coinvolgere non solo l’individuo, ma l’intera comunità. Quella stessa forma di partecipazione popolare si riflette nel pubblico che oggi va al cinema non solo per guardare un film, ma per vivere questa storia in prima persona. Per quanto riguarda le radici della pellicola, quel cinema d’impegno civile degli anni ’60 e ’70 è una base che appartiene alla nostra cultura più profonda. È del tutto naturale che un’opera del genere oggi affondi le proprie radici in quel territorio artistico e sociale.
Un’ultima domanda: è un film che potrebbe essere proiettato nelle scuole, per far capire ai ragazzi il valore e i nodi profondi della giustizia?
In realtà il film ha già iniziato questo percorso. Abbiamo fatto una bellissima proiezione in Sardegna con oltre duecento ragazzi. Hanno partecipato a una matinée e hanno reagito in modo sorprendente: non solo c’è stata la possibilità di condividere con loro riflessioni e suggestioni alla fine della visione, ma durante il film partecipavano attivamente con applausi a scena aperta e commenti di sdegno.
Quindi assolutamente sì, è un’opera che riesce a creare partecipazione anche nei giovanissimi. Fa riflettere tutti noi su quanto il cittadino possa essere fragile di fronte alle istituzioni e al potere, e su quanto sia necessario assumersi la responsabilità di stare vicini agli ultimi. Oggi, come mostra il film, un detenuto esce spesso dal carcere senza alcun tipo di sostegno, il che è gravissimo, soprattutto quando la detenzione è stata ingiusta. È una riflessione che deve iniziare proprio dai più giovani.
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