Intervista a Fortunato Cerlino: «È tempo di scelte che riaccendano la speranza»
Per Avemmaria, Cerlino racconta una Napoli difficile ma luminosa, dove scuola, sogni e coraggio aprono ai ragazzi una strada di libertà e futuro.

Archivio Rinascita
È in uscita il 25 Giugno nelle sale il film d’esordio alla regia di Fortunato Cerlino: Avemmaria. È un film in parte autobiografico che racconta la Napoli degli anni ottanta, la Napoli delle periferie e di chi non si è voluto piegare ad un destino di violenza ma che ha creduto che poteva esserci il modo di vivere una vita migliore. La storia di Felice che grazie alla Maestra Giulia, nonostante una famiglia difficile e povera, ha un progetto diverso da tanti suoi coetanei. Nel cast possiamo trovare il piccolo Mario Di Leva, Salvatore Esposito e Marianna Fontana.
Avemmaria è un film di speranza che ha un senso positivo, in un momento dove vedono tutti la negatività.
Io penso che quando la luce sparisce è proprio il momento di cercarla. Nel senso che questo è un momento che può essere letto con due diverse ottiche: può essere letto anche come un momento di cerniera straordinario, un passaggio di epoca pazzesco, i segni che abbiamo intorno sono molto evidenti in questo senso. Sembra che dei sistemi, dei riferimenti stiano crollando, sotto tutti i punti di vista. Politico, morale, etico. Accadono cose impensabili, quella per esempio della figura del Papa attaccata da un Presidente di un altro Stato, quella di vedere e continuare a sentire parole da parte di governanti, di persone importanti che dovrebbero decidere i destini dell'umanità, parole che sembrano tratte da un action movie scarsissimo! Questo vuol dire sicuramente un momento di enorme crisi, ma come tu mi insegni, la radice della parola crisi è scelta, in questi momenti si fanno delle scelte, quindi probabilmente se ci disponiamo con la giusta ottica, riusciamo a intercettare i segni del cambiamento, perché si sta andando decisamente verso un cambiamento epocale secondo me.
Nel film il ruolo fondamentale ce l'ha la scuola pubblica, quella che oggi purtroppo viene massacrata e tagliata e che per i governi ha sempre meno importanza.
Sì, questa è una forma di aberrazione gigantesca che ho combattuto e combatto in ogni modo. Sai che sono collaboratore del Corriere della Sera, ho una mia rubrica sul Corriere del Mezzogiorno ogni venerdì e spesso mi occupo di questo argomento, perché questa è una forma di miopia, di intollerabile per un paese civile. Sono intervenuto anche su quello che è venuto fuori, una proposta che è stata fatta a suo tempo per aprire le scuole soprattutto in alcuni luoghi delle province, non soltanto a Napoli, quasi 24 ore su 24 addirittura è stata fatta questa proposta, perché non si comprende che quei luoghi sono una salvezza enorme e per me lo è stato. Io sai che sono nato a Pianura, nel film lo racconto, a quell'epoca Pianura era chiamata Il Far West. Si vedevano i morti per strada, è stato il palcoscenico della guerra tra i clan, della seconda guerra di Camorra. Noi eravamo esposti a un mondo brutto, fatto di sangue, di violenza, di prevaricazioni e la scuola era un'isola, un'isola di salvezza.
E io sono stato doppiamente fortunato, perché poi ho incontrato questa maestra a cui ho dedicato il film, Giulia Del Sordo. Mi ha fatto vedere quello che non si vedeva oltre quella cortina, questa barriera che ogni tanto provo a descrivere a chi non è nato in quei contesti, e ti ripeto non parlo solo della provincia napoletana. È difficile da descrivere, questa sorta di membrana, di confine invisibile che tiene tutti quanti piegati, che non fa vedere l'orizzonte, e la scuola è quella porta che si apre e che ti fa vedere altri mondi, bisognerebbe capirlo questo, bisognerebbe capirlo perché non è soltanto una questione di civiltà, è una questione di destino, è una questione di futuro. Io sono stato fortunato, ma perché la mia maestra mi ha aperto dei mondi. Ancora oggi io conservo le ricerche che facevamo insieme, mi ricordo una su San Francesco per dire, una su Colombo, la scoperta dell'America, il viaggio dove ho incontrato per la prima volta una sensazione di angoscia. Come ho scritto anche nel romanzo da cui ho tratto il film, che ho pubblicato Einaudi, non la conoscevo, e quella cosa lì è stata poi effettivamente il mio compagno di viaggi nella vita, perché spostarsi da un luogo, rompere gli schemi ti porta all'angoscia che Colombo aveva sulle caravelle, mentre andava verso l'ignoto, però poi ti rischia di far scoprire un nuovo mondo.
Quindi c'è anche un sogno, un sogno di una vita migliore, anche se nasci in un posto davvero difficile.
Assolutamente sì, questo film è un inno al sogno, ma al sogno non come via di fuga, perché vedi, io devo al bambino che sono stato la qualità con la quale lui sognava, e ancora oggi conservo quelle qualità, che sono di due tipi, sicuramente c'è un aspetto analitico, ma era progettuale, quella capacità di fantasticare, immaginare era progettuale, e soprattutto era contemplativa, io ho sempre usato l'immaginazione, la fantasia, non come via di fuga, ma come strumento ulteriore ed essenziale, forse addirittura principale per analizzare il mondo che ci circonda. Vedi, noi sottovalutiamo questo aspetto, pensiamo che la fantasia sia quasi una sorella minore della realtà, che l'immaginazione sia qualcosa di quasi di cui aver paura, perché lo associamo al concetto di fuga, in realtà è esattamente il contrario, noi, spesso lo ricordo questo che sembra una banalità, purtroppo ahimè l'immaginare, il reale, attraverso i sogni, è una componente fondamentale dell'essere umano, ma poi non bisogna andare così lontano, basta alzare gli occhi al cielo, vedere il cielo, il cielo è una categoria concreta, fisica, ma che è anche una categoria completamente razionale, sconfina nel sogno, fammela spiegare l'universo, fammela spiegare che sulla testa questo cielo azzurro che abbiamo in questo momento io e te, è un luogo fisico concreto, ma è anche un punto di domanda gigantesco, che si può interrogare soltanto usando le categorie del direzionale.
Nel film si sfata anche un mito della famosa frase “ Chi nasce tondo non può morire quadrato”. Sì, questa frase è una frase che accompagna tutti quelli che nascono in certi contesti, perché si ha paura di andare volta, si ha paura di darsi una forma diversa, una forma interiore e anche esteriore. In questo film si sfata questa cosa, ma se ne indica anche il prezzo, perché non è così scontato. Vedi, ho una cosa su cui sono stato molto attento, è non vendere la formula facile, i sogni cambiano la vita, perché non è così, i sogni cambiano la vita a patto che uno ci creda, a patto che diventano progetti e non fuga, e a patto che uno veramente ha fede nel suo destino, deve riconoscere il suo percorso e se quel percorso lo porta lontano e accetta la sfida, come tanti fanno, allora sì, chi nasce tonno può anche morire quadrato, come poi si dice alla serie.
In questi anni com'è cambiata Napoli?
Napoli è una città difficilissima da inquadrare, da contestualizzare. Napoli è un portale, non è una città. Napoli è un portale dimensionale, si sono avvicinati in tanti per provare a definirla. Napoli in realtà non cambia mai e cambia sempre, perché ha questa caratteristica di essere un luogo quasi atemporale, dove il passato non passa mai veramente, il futuro è già arrivato. Io ho sempre definito la mia città come una città verticale, dove si può soltanto andare verso l'alto o scendere verso il basso, ora o tocchi il paradiso oppure vai all'inferno, non c'è altra via di mezzo, a Napoli non si può procedere in maniera orizzontale, è impossibile, il tempo lì è verticale.
La Napoli di Roberto Di Simone è sempre attuale?
La Napoli di Roberto Di Simone è una Napoli straordinaria, una delle anime che io preferisco di più, perché la Napoli alchemica, la Napoli del mistero, considera che Napoli nel settecento è stata una delle officine alchemiche, ora lo so che questa parola può far paura perché spesso non si ha un vocabolario comune, però è passato il luogo proprio della materia che diventa sogno, che diventa oro anche in quel senso. Roberto è un grande conoscitore della Napoli misterica, della Napoli alchemica, è uno dei continuatori, dei ricercatori di quell'aspetto, a Napoli l'anima è sul banco da lavoro, ci si lavora così, il luogo dell'azione è proprio l'anima, è una città dove si esegue un'operazione a cuore aperto.
Si parla sempre di Napoli in maniera anche sbagliata, pizza e mandolino, camorra, invece Napoli abbiamo notato che in questi anni anzi nei secoli è tutt'altro, è arte, stiamo già alla scuola napoletana nel settecento, suoni musica arte e teatro, possiamo pensare anche alle opere di Ruccello oppure di de Filippo, bisogna anche far capire che Napoli non è quella che si racconta.
No, ma noi chiaramente non ci fermiamo alla Napoli da cartolina perché quella è un brand che serve al turismo di massa, al turismo perché è interessato soltanto delle economie materiali, mentre invece chi conosce Napoli davvero lo sa benissimo che è tutt'altro, ma anche se pensi alla musica, Napoli ancora una volta nel settecento aveva tre o quattro scuole di musica, conservatori, da cui sono venuti fuori grandissimi compositori, hanno influenzato anche altri compositori che da Napoli sono passati, Napoli è stato oggetto di osservazione dei grandi artisti, dei grandi letterati che quando ci sono passati non hanno potuto fare a meno di rimanerne folgorati, ma se tu pensi soltanto al fatto che Napoli sotto è vuota, ancora oggi è vuota, allora già questa è la sensazione della città che galleggia, galleggia proprio questa città, galleggia tra il cielo, ci sono tutti gli elementi alchemici lì, c'è il fuoco del Vesuvio, c'è l'aria perché Napoli galleggia sull'aria fondamentalmente, c'è il mare, c'è l'acqua, c'è la terra che è fondamentale, la terra di fuoco, non la terra dei fuochi, ma la terra di fuoco, c'è un fiume antico, il Sebeto se non sbaglio si chiama, che poi è sparito, ma non si sa che percorsi faccia ancora, quindi è una città che veramente è sospesa, sospesa in un sogno, chi conosce Napoli e chi ama Napoli davvero ne conosce il valore, ne conosce anche la potenza poetica di questa città, quindi va bene, per chi si accontenta, io figurati non sono uno che critica questi aspetti, perché penso che ognuno debba essere nella sua dimensione e debba essere anche rispettato nella dimensione in cui è, a me la Napoli di pizza, mandolino e quant'altro non mi ha mai convinto, nel senso che se anche uno pensa alla maschera di Pulcinella, la maschera di Pulcinella è veramente un mistero, la genesi di Pulcinella è stata, ci sono diverse ipotesi, una di queste è che nasca proprio nel Vesuvio, nel fuoco da un uovo, c'è il mito dell'uovo, c'è il mito appunto del castello dell'uovo, Napoli è tante cose, soprattutto è una città che ti cambia, se tu ti apri a Napoli, Napoli ti trasforma, ti cambia, perché è una città alchemica.
Parlando invece del film, hai pensato di portarlo nelle scuole?
Come no, io considero che per esempio il libro da cui è tratto, Se vuoi vivere felice, abbiamo fatto un tour con Einaudi e ho incontrato veramente migliaia di ragazzi da nord a sud e già quello è stato un impatto enorme, perché volevo raccontare questa storia che è un coming of age fondamentalmente, però guarda, io ho fatto il film anche perché ad un certo punto ho capito che la chiave era quella, che non volevo farlo all'inizio perché non volevo aggiungere un'altra storia, tante altre storie, ho sempre detto se vado qui alla stazione Termini sotto a casa mia e becco il primo barbone e gli chiedo qualcosa, mi racconta storie sicuramente più interessanti di quelle che sono state la mia vita, ma la responsabilità che si assume un artista è il punto di vista, quando la sua storia da particolare, da personale, riesce a trovare una chiave e farla diventare universale, allora lì l'artista si può assumere la responsabilità di raccontare anche una propria storia, che non è più una biografia ma è uno strumento di analisi anche per gli altri. Sì, mi piacerebbe molto, ci stiamo lavorando, adesso siamo sull'uscita, però già ho chiesto ai miei referenti di farlo uno strumento per i ragazzi.
Avemmaria è un film Per ragazzi?
Beh, chi sono i ragazzi? Me lo devi dire chi sono i ragazzi, però perché io vedo che il concetto di adulto non è ancora ben definito nella nostra società, nel senso che io trovo molta più maturità a volte nell'infanzia. Una cosa che mi colpisce sempre è che gli adulti possono essere infantili, i bambini sono sempre molto seri in quello che fanno, si credono in fondo, loro sono veramente presi da quello che fanno, quindi se in questo senso tu mi dici per i ragazzi, allora sì, per le persone serie.
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