Intervista a Fiorenza Taricone: «Anche la pace ha una storia da raccontare»
Nel libro “Donne e uomini. Pace e guerra”, la studiosa racconta il ruolo femminile nei conflitti e nei movimenti pacifisti, da Bertha von Suttner alla Resistenza.

ANSA
Fiorenza Taricone, Ordinaria di Pensiero politico e questione femminile all’Università di Cassino e Lazio meridionale, dove ha ricoperto anche il ruolo di Rettrice Vicaria, ha pubblicato quest’anno per la casa editrice Aracne, il libro Donne e uomini. Pace e guerra, nella Collana Donne e Politica da lei diretta; le abbiamo rivolto alcune domande per capire meglio contenuto e personaggi/personagge del testo.
La copertina del libro Donne e uomini. Pace e guerra, oltre a suggerire giustamente una dimensione internazionale, mostrano volti di donne e uomini, chi sono e perché?
La grafica si compone di simboli ben noti come la colomba e del cosiddetto globo terrestre riferiti alla dimensione internazionale che ha sempre avuto il binomio pace guerra; ho voluto però inserire volti sia maschili che femminili in numero ridotto ma che fossero sufficienti a dare un'idea della tematica. Un ruolo fondamentale spetta a Bertha von Suttner, cui viene riconosciuto il primo premio Nobel per la pace a una donna, nel 1905, autrice di un bestseller tradotto in molte lingue dal titolo Giù le armi purtroppo oggi molto poco conosciuto; è stata una comunicatrice della pace perché il testo è un romanzo pedagogico che descrive un cammino personale e interiore verso la pace partendo da una famiglia di militari. Una personaggia che ancora continua a essere abitualmente definita come la segretaria di Alfred Nobel, il fondatore del premio omonimo di cui certamente fu anche segretaria, ma anche collaboratrice e ispiratrice della nobile iniziativa che Nobel istituì anche simbolica riparazione della sua invenzione: la dinamite.
Altro volto, anche senza leggerne il nome è immediatamente riconoscibile, quello di Madre Teresa di Calcutta che fa parte come la precedente dell'appendice finale del libro dedicata alle donne Nobel per la pace; a lei, suora albanese delle Missionarie della carità, attive a Calcutta nel sostegno ai poveri, viene assegnato il Nobel nel 1979; ribalta la logica del profitto rifiutando il banchetto cerimoniale per i vincitori chiedendo che i 6.000 dollari di fondi siano destinati ai poveri di Calcutta: con quella cifra avrebbero potuto essere sfamati per un anno intero. Accanto a lei, un’altra donna fondamentale per la causa pacifista e seconda donna a ricevere il premio Nobel, attiva in uno scenario geopolitico completamente diverso rispetto alla von Suttner che muore alla vigilia della Prima guerra mondiale; si tratta della sociologa statunitense Jane Addams, fra le fondatrici della Women’s International League for Peace and Freedom, vincitrice del Nobel nel 1931. L'associazione, di sole donne, si era rivolta nel 1915 a tutti i capi di Stato europei nel tentativo di fermare la guerra non per armistizio, ma per tacito accordo, una sorta di arbitrato internazionale. I volti maschili sono altrettanto significativi e riguardano il primo premio Nobel italiano per la Pace Teodoro Moneta, anch'esso in verità assai poco conosciuto e i ben più famosi Nelson Mandela e Martin Luther King.
La Prefazione è dell’onorevole Marco Tarquinio, parlamentare europeo, ex direttore di Avvenire, è stata una scelta mirata la proposta di scrivere una Prefazione?
Marco Tarquinio, indipendente Pd al Parlamento europeo, si è espresso sempre senza tentennamenti contro la guerra, e ho apprezzato da tempo questa sua coerenza. Definisce il binomio donne e pace una storia non lineare e nemmeno scontata, in cui gli uomini finiscono per incarnare quasi sistematicamente il ruolo dei promotori di guerra. più esattamente quest'ultima è un mostro che divora inesorabilmente i corpi maschili addestrati all'assassinio legalizzato, ma che si accanisce anche sui corpi delle donne usati come terra di conquista. Condivido con il prefatore anche le conclusioni: serve la politica scrive e serve un pensiero diverso che ispiri e governi l'indispensabile e coraggiosa azione in direzione ostinata e contraria nella orribile stagione della riabilitazione concettuale, politica e mediatica della guerra. L’interrogativo finale che pone è pesante: Donne, che farete?
Il libro apre con un filosofo importante, Eraclito, che ritiene la guerra, padre di tutte le cose, concetto importante, ma drammatico, cosa è cambiato?
Nel binomio pace-guerra fin dall’antichità si è data attenzione maggiore ad una filosofia della guerra, anziché ad una chiara filosofia della pace, benché Socrate si dica cittadino del mondo e Cicerone individui nella caritas generis humani il più altro grado della perfezione; Eraclito ha rappresentato il padre simbolico per la realtà della guerra con il suo famoso detto: polemos di tutte le cose è padre, di tutto è re. La guerra diventa quindi fin dall’inizio la trama dell’esistenza, e al tempo una delle differenze essenziali fra uomini liberi e schiavi. In questo binomio sbilanciato, poco è cambiato nel tempo della rappresentazione che l’umanità attribuisce ai due termini: realistica, quasi un dato antropologico la guerra, una nobile e generosa utopia la seconda, inevitabilmente sconfitta. Di enorme c’è stato il cammino tecnologico delle armi, sia in senso difensivo che offensivo, dai combattimenti corpo a corpo, dai fossati e mura di cinta, dalla polvere da sparo fino alle armi chimiche, missilistiche, nucleari e alla combinazione di tutto ciò negli ultimi decenni. Con la guerra atomiche in realtà, l’essere umano avrebbe dovuto innescare una marcia all’indietro, con la conquista del limite, perché un’arma che distrugge anche chi l’ha creata è un drammatico paradosso. Si continua ad ignorare invece che la guerra non è affatto quell’operazione razionale, e logica che si presenta con i tratti della inevitabilità. È piuttosto il contrario, mentre della pace, rivestita appunto dei panni dell’utopia, si ignora che ha una storia, fattuale, organizzativa, concreta e del tutto ignorata da molta parte dell’opinione pubblica e soprattutto dai materiali scolastici. Nessun cenno si trova dei movimenti pacifisti otto-novecenteschi, italiani, europei e internazionali.
Qual’è la differenza storica e politica che ha contraddistinto le donne dagli uomini in merito alla pace e alla guerra?
Volendo essere sintetici, il genere maschile ha quasi sempre deciso e combattuto la guerra, quello femminile l’ha prevalentemente subita, è intervenuta per difesa, per nobili ideali, come nel risorgimento e nella Resistenza; complessivamente, Il problema di una utilizzazione permanente della donna in compiti di tipo "militare” ha una sua continuità storica, ma naturalmente non si parla di una continuità omogenea o facilmente reperibile, ma piuttosto di carattere episodico. La donna-soldato, la donna-guerriera, la donna-legionaria, la donna-corsara, la donna brigantessa, la donna-patriota, la donna-armata hanno punteggiato infatti il corso della storia in modo irregolare, lasciando zone d’ombra; l’estensione dei vuoti è dovuta vari fattori; il primo si ricollega a quella che negli anni Settanta viene definita "voluta perdita di memoria storica". Nello sforzo cioè massicciamente inaugurato dal femminismo e in particolare dai cosiddetti women’s studies di ricostruire un tessuto semi-sommerso di scritti, pensieri, azioni, vissuti femminili non a tutti si è voluto o potuto dare pari attenzione anche perché ogni epoca e di conseguenza ogni clima storico, letterario, filosofico, religioso, subiscono l’esigenza e il fascino di alcuni temi rispetto ad altri; cosicché non molto è stato fatto per ricostruire il contributo delle donne ad un settore che si potrebbe definire militare-organizzativo.
Le donne coinvolte nei conflitti, sommosse, rivoluzioni, quindi, sono tante come si legge nel libro, molte anonime, altre ignorate dalla trasmissione storica.
Il riferimento obbligato, in campo mitologico è senz’altro quello delle Amazzoni, le guerriere cui si accredita l’arte di domare i cavalli, abitanti di un mondo separato da quello maschile, prese ad esempio anche dopo molti secoli dell’emancipazione femminile; se non altro come riscatto dalla debolezza fisica da cui si diceva fosse affetto il genere femminile. Il travestitismo femminile è stato una costante per coloro che volevano partecipare a eventi militari, un fenomeno che compare anche nelle spedizioni napoleoniche, ma vistoso ad esempio nel Risorgimento; infine, i tanti ruoli avuti dalle donne nella Rivoluzione francese con la creazione di corpi combattenti e, molto numerose, a seguito delle spedizioni francesi: cantiniere, vivandiere, mogli, amanti, commedianti. Le crocerossine, simbolo di pietas e assistenza, sono un corpo armato delle forze armate italiane. Il ventennio fascista parla apertamente di militarizzazione femminile, istituendo corsi specifici. Compiti militari hanno avuto molte donne nella Resistenza, in formazioni dove giocoforza doveva regnare ordine e disciplina, coraggiose e audaci come i loro omologhi maschili. Alla Resistenza civile in armi e senza, dobbiamo il riscatto di un’Italia considerata traditrice.
Il libro termina con le pagine che riguardano, oltre alle donne Nobel per la pace, la legge per l’istituzione del volontariato militare per entrambi i sessi
La guerra come sempre, con la sua forza distruttiva, porta con sé un ordine nuovo; così era stato dopo la Prima guerra mondiale che non aveva portato il diritto di voto, ma certamente per le donne la fine dell’autorizzazione maritale e l’accesso alle libere professioni. La seconda finalmente riconosce il diritto di voto attivo e passivo, ma esclude la magistratura per le donne, così come i compiti di difesa dello Stato. Nella magistratura le donne entreranno nel 1963, mentre nei corpi dell’esercito, marina e aviazione avranno accesso con l’istituzione del volontariato maschile e femminile, legge che appunto chiude il volume.
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