Intervista a Faisal Saleh: «A Venezia una mostra che non lasci dubbi su ciò che è successo a Gaza»
A Venezia il tatreez racconta Gaza. Il fondatore del Palestine Museum US parla di arte, autorappresentazione e responsabilità dell’Occidente.
ARCHIVIO RINASCITA
Fino al 22 novembre 2026, Palazzo Mora, a Venezia, ospita Gaza – No Words – See the Exhibit, evento collaterale ufficiale della LXI Biennale Arte. Cento pannelli realizzati con il tatreez, il ricamo tradizionale palestinese, raccontano la distruzione di Gaza attraverso il lavoro collettivo di donne che vivono nei territori occupati, nei campi profughi e nella diaspora. Per Rinascita abbiamo avuto l’occasione di parlarne con Faisal Saleh, uno dei curatori della mostra, imprenditore palestinese americano, fondatore e direttore del Palestine Museum US. Inaugurato nel 2018 a Woodbridge, in Connecticut, il museo promuove la conoscenza dell’arte, della storia e delle esperienze palestinesi, dando spazio alle voci di chi vive in Palestina e nella diaspora.
Nel dialogo che riportiamo di seguito, Saleh racconta la scelta di affidare al ricamo la testimonianza della devastazione e la volontà di rappresentare un popolo anche nella sua capacità di agire e resistere. Dalle opere, il confronto si allarga alle condizioni della presenza palestinese alla Biennale, alle disuguaglianze nella rappresentanza culturale e all’autonomia delle istituzioni artistiche. Abbiamo discusso del rapporto con il padiglione israeliano, del documentario NAZA e della diversa credibilità che i media attribuiscono alle testimonianze palestinesi e israeliane. Il confronto arriva a una questione che riguarda direttamente anche noi, ovvero come trasformare l’attenzione e la solidarietà in scelte politiche capaci di sostenere i diritti e la libertà del popolo palestinese.
La vostra mostra affida il racconto della distruzione di Gaza al tatreez, una pratica tradizionale che custodisce la memoria e l’identità palestinese, mettendola in relazione con immagini ed eventi del presente. Come è nata questa scelta e che cosa permette di raccontare il ricamo che altri linguaggi, dalla fotografia al video, avrebbero raccontato diversamente? Mi interessa anche il rapporto tra il tempo necessario a realizzare ogni pannello e la rapidità con cui, quotidianamente, vediamo scorrere le immagini di Gaza.
Come curatore di un’importante istituzione artistica palestinese, mi sono chiesto: qual è la nostra responsabilità nei confronti di Gaza e come possiamo adempiere alla nostra missione di condividere il racconto palestinese con un pubblico globale attraverso l’arte? Alla fine, questa domanda centrale è diventata: come si cura una mostra su un genocidio? La risposta ha orientato tutto il nostro approccio. La distruzione in corso a Gaza richiedeva una risposta immediata. Considerata la portata senza precedenti della violenza e della distruzione inflitte ai palestinesi di Gaza, la mostra doveva essere monumentale: da qui la realizzazione di 100 pannelli ricamati, come potente contrappeso ai tentativi di cancellare Gaza e il suo popolo. Inoltre, la mostra doveva andare oltre la semplice documentazione: non potevamo limitarci a riproporre il flusso travolgente e fugace di immagini già in circolazione sui mezzi d’informazione dei grandi gruppi e sui social media.
Per trasmettere al mondo un messaggio incisivo e chiamare in causa la complicità silenziosa, ci siamo rivolti alle figure più forti del nostro popolo e ai nostri strumenti più potenti. Le donne palestinesi nei campi profughi del Libano meridionale, della Cisgiordania e della Giordania costituiscono da tempo la spina dorsale del sumud palestinese, ossia della sua fermezza, e della resistenza, rimanendo salde attraverso 78 anni di sradicamento che proseguono dalla Nakba. Il tatreez, una forma d’arte tradizionale propria della Palestina e riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale, è la nostra voce artistica più autentica.
Affidare questo racconto al tatreez significa accostare la realtà incalzante delle notizie quotidiane a una pratica lenta, consapevole e profondamente credibile. Ogni ricamo di 80 × 50 centimetri contiene 55.000 punti e ha richiesto a una ricamatrice esperta oltre due mesi di lavoro. L’enorme quantità di tempo e di lavoro intrecciata in ciascun pannello costringe chi guarda a rallentare, mettendo il mondo di fronte a ciò che ha permesso accadesse e reclamando una giustizia attesa da troppo tempo.
Visitando Palazzo Mora mi ha colpito il contrasto tra le dimensioni contenute dei singoli ricami e la forza dell’installazione nel suo insieme, che acquista progressivamente una propria monumentalità attraverso l’accostamento delle storie. In un contesto come la Biennale, dove spesso le opere si impongono anche attraverso la scala e l’impatto spettacolare, avete scelto oggetti delicati, che chiedono al visitatore di avvicinarsi. Come avete costruito il rapporto tra l’intimità del singolo pannello, il lavoro collettivo delle ricamatrici e la grande sala di Palazzo Mora?
Il nostro intento complessivo era creare una mostra potente e inequivocabile, che non lasciasse dubbi nella mente di nessuno su ciò che è accaduto a Gaza. Abbiamo individuato 20 categorie che coprono tutti gli aspetti della devastazione, dalla perdita di vite umane alla distruzione delle infrastrutture, delle istituzioni e delle risorse che rendono possibile la vita. Ogni categoria è rappresentata da diversi pannelli e ciascun pannello racconta una storia così compiuta che potrebbe quasi costituire una mostra a sé.
Da vicino, nel dettaglio, si vedono singoli punti disseminati sul tessuto. Ma arretrando di appena due metri, quei piccoli pannelli ricamati a punto croce si compongono in immagini monumentali di vita e di morte, capaci di catturare lo sguardo. Quando tutte e 100 le storie di perdita, sofferenza e memoria si riuniscono nel grande spazio di Palazzo Mora, il loro peso complessivo provoca una reazione di profonda commozione, spesso fino alle lacrime, in centinaia di migliaia di visitatori di ogni età e nazionalità, mettendoli di fronte al racconto innegabile di un popolo che sta subendo un genocidio.
Entrando nella sala, la prima immagine sulla quale si è fermato il mio sguardo è stata quella della Global Sumud Flotilla, e questo incontro ha orientato tutta la mia visita: prima ancora delle testimonianze della devastazione e del racconto dei «sommersi», il visitatore è portato verso una testimonianza dei «salvati». Accanto a storie come quella di Hind Rajab compaiono infatti il ritorno verso il nord di Gaza, i tentativi di aiuti umanitari e il legame con la terra. Sembra che ci fosse una volontà di raccontare, insieme alla distruzione, la capacità dei palestinesi di agire, resistere e immaginare un futuro, senza affidare alla speranza il compito impossibile di compensare ciò che è stato perduto?
Va sottolineato che, nonostante l’offensiva genocida scatenata contro i palestinesi di Gaza, questi hanno rifiutato di comportarsi come vittime passive o «vittime perfette». Nei tre anni successivi al 7 ottobre hanno continuato a resistere, sopportare e adattarsi a condizioni che i più considererebbero invivibili: dall’utilizzo dell’energia solare alla riapertura di scuole di fortuna, fino al mantenimento della produzione artistica e degli eventi culturali. La loro fermezza, il sumud, e la loro resilienza hanno suscitato ammirazione in tutto il mondo, determinando un profondo cambiamento nella coscienza pubblica e spingendo persone ovunque a riesaminare le proprie posizioni morali su Gaza e sulla giustizia globale nel suo complesso.
Questa edizione della Biennale ha riportato al centro il problema della rappresentanza nazionale, anche attraverso le controversie sulla partecipazione russa e su quella israeliana, mentre la vostra mostra è riconosciuta come evento collaterale ufficiale, ma non costituisce un Padiglione nazionale palestinese. Che cosa comporta concretamente questa differenza, in termini di risorse, visibilità e possibilità di rappresentarsi? Quale responsabilità dovrebbe assumersi una manifestazione internazionale perché la presenza culturale palestinese possa trovare uno spazio stabile e autonomo?
Sebbene l’istituzione di un padiglione palestinese permanente presenti evidenti vantaggi, creare un padiglione nazionale ufficiale nell’attuale situazione politica della Palestina comporta complicazioni significative. La questione cruciale è la gestione: se l’Autorità Palestinese ne assumesse il controllo e sottoponesse lo spazio a logiche di clientelismo politico, il risultato sarebbe molto peggiore della nostra situazione attuale. Finché la Palestina non diventerà uno Stato libero e democratico, qualsiasi padiglione approvato dalla Biennale dovrà rimanere accessibile a tutte le istituzioni culturali palestinesi, anziché essere monopolizzato da soggetti politici che non rappresentano l’intera articolazione della società palestinese: una riforma che difficilmente si realizzerà nell’immediato futuro.
Operare come Evento Collaterale ufficiale ci pone in una condizione di netto svantaggio rispetto ai padiglioni nazionali riconosciuti. Dobbiamo ripresentare la candidatura ogni due anni, lasciando la nostra inclusione alla discrezione del curatore nominato per ciascuna edizione: in particolare, al suo percorso, alla sua rete professionale e alla sua conoscenza delle questioni palestinesi, che in alcuni anni è risultata particolarmente carente. Inoltre, una volta selezionati, dobbiamo versare alla Biennale una quota di partecipazione di diverse migliaia di euro e affittare autonomamente gli spazi espositivi a prezzi di mercato esorbitanti. Poiché agli Eventi Collaterali è precluso l’accesso ai Giardini e all’Arsenale e vengono relegati in sedi secondarie sparse per Venezia, rimaniamo esclusi dai principali flussi di visitatori della Biennale.
Per garantire un’effettiva equità culturale, la Biennale dovrebbe offrire agli Eventi Collaterali palestinesi spazi espositivi dedicati e gratuiti all’interno delle sue due sedi principali, creando una piattaforma stabile e autonoma per l’autorappresentazione palestinese.
Nel 2024 Ruth Patir e le curatrici del padiglione israeliano decisero di non aprire la mostra fino al raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Quest’anno Israele presenta invece all’Arsenale, durante i lavori al padiglione storico, Rose of Nothingness di Belu-Simion Fainaru: un progetto che intreccia Paul Celan, mistica ebraica e memoria. Tra le opere esposte figura anche In Search of Lost Time, un orologio le cui lancette procedono all’indietro: nella sua presentazione, il 7 ottobre 2023 viene indicato come lo spartiacque di un presente traumatico; tuttavia, la sofferenza palestinese non viene invece nominata. Visitando le due mostre, ho avvertito una distanza anche fisica: nel padiglione israeliano, oltre un muro e un breve corridoio, si raggiunge uno spazio raccolto, dominato dal vuoto; a Palazzo Mora si attraversa invece una trama di immagini, nomi e testimonianze. Ho avuto l’impressione di una memoria nazionale centrata sull’esperienza ebraica e israeliana, nella quale quella palestinese rimane fuori dal racconto. A questa distanza si aggiunge una differenza istituzionale: Israele dispone di una partecipazione nazionale, mentre la vostra mostra, pur riconosciuta come evento collaterale ufficiale, non costituisce il padiglione dello Stato di Palestina. Come legge questa asimmetria? Ci sono stati contatti tra le due esposizioni, oppure anche per voi rimangono presenze sostanzialmente incomunicabili?
Innanzitutto, è profondamente allarmante che a uno Stato che sta commettendo atrocità e atti genocidi senza precedenti venga offerto uno spazio al fianco di artisti di tutto il mondo e dei padiglioni nazionali ufficiali. La mostra è coerente con il sistema di apartheid istituzionalizzato di quello Stato, che emargina sistematicamente un quarto della propria popolazione. In definitiva, costituisce un evidente tentativo di ripulire attraverso l’arte una reputazione internazionale giustamente compromessa dal genocidio a Gaza.
L’asimmetria strutturale tra la mostra israeliana e il nostro Evento Collaterale rispecchia da vicino le posizioni geopolitiche dei principali Paesi europei. Fino a poco tempo fa, diversi governi europei si rifiutavano di riconoscere il genocidio in corso, ignorando prove inequivocabili e pronunciamenti ufficiali di tribunali internazionali e organismi per i diritti umani. Inoltre, alcuni di questi Stati continuano attivamente a fornire a Israele sostegno militare, logistico e di intelligence.
Non esiste alcun contatto tra la nostra iniziativa e la mostra israeliana, né ve ne saranno finché la Palestina rimarrà occupata e priva di libertà.
Nonostante queste disparità strutturali, la nostra mostra riesce a trasmettere efficacemente l’urgenza della realtà sul terreno a Gaza. Costringendo il pubblico internazionale a confrontarsi direttamente con la devastazione che ha permesso si verificasse sotto i suoi occhi, rivendica senza compromessi l’accertamento delle responsabilità penali e politiche e la giustizia.
Il racconto di Gaza attraversa anche la Mostra del Cinema, che nel 2025 ha presentato La voce di Hind Rajab e quest’anno ha accolto NAZA, nel quale Yuval Abraham e Rachel Szor indagano, attraverso testimonianze interne israeliane, i meccanismi genocidari contro i civili palestinesi. La vostra mostra mette invece al centro le storie palestinesi e il lavoro delle donne che le ricamano. Come guarda al rapporto tra queste prospettive? Quale contributo può offrire una denuncia proveniente dalla società israeliana e come evitare che, nel dibattito internazionale, alle testimonianze palestinesi venga riconosciuta piena credibilità soltanto quando trovano conferma nella voce di qualcun altro, in questo caso dei loro aguzzini?
NAZA è essenzialmente un tentativo di denuncia dall’interno, volto a smascherare il vero volto dell’esercito israeliano, del suo governo e della stragrande maggioranza della sua società. Per decenni, i media occidentali hanno dipinto l’esercito israeliano come un gruppo di «boy scout», mentre in realtà ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi fin da prima della fondazione dello Stato di Israele. Il film espone questa realtà al mondo e probabilmente indebolirà la narrazione israeliana a livello globale per molti anni a venire.
La differenza principale tra la nostra mostra e NAZA sta nell’accoglienza dei media: i mezzi d’informazione occidentali, da tempo caratterizzati da pregiudizi nei confronti delle questioni palestinesi e da un atteggiamento di favore verso Israele, hanno promosso ampiamente il film ignorando la nostra mostra. Per esempio, The Guardian si è costantemente rifiutato di occuparsi di qualsiasi nostra attività o mostra, compreso il nostro attuale Evento Collaterale della Biennale, Gaza – No Words, eppure ha acquisito volentieri i diritti di NAZA per trasmetterlo gratuitamente in streaming in tutto il mondo. The New York Times, insieme alla maggior parte delle principali testate statunitensi ed europee, si è categoricamente rifiutato di parlare della nostra mostra. La parola «Palestina» rimane radioattiva nei media occidentali, anche senza essere accompagnata dalla parola «genocidio».
È proprio questo radicato pregiudizio mediatico, con il suo impatto di lungo periodo sulla percezione pubblica, ad attribuire automaticamente credibilità agli occidentali e agli israeliani, svalutando sistematicamente le iniziative palestinesi, in particolare la nostra autorappresentazione artistica e culturale.
Alle opere e ai film si sono affiancate le mobilitazioni per Gaza, comprese quelle legate alla Global Sumud Flotilla, portando la solidarietà anche negli spazi e nei giorni delle grandi manifestazioni culturali veneziane. Dalla sua esperienza, che cosa arriva di questa attenzione a chi appartiene al popolo palestinese, nei territori occupati e nella diaspora? Quando la visibilità internazionale diventa un sostegno concreto e quando, invece, rischia di esaurirsi nell’emozione del pubblico? Le reazioni alla vostra mostra le hanno suggerito una risposta?
Nonostante la mancanza di un approvvigionamento affidabile di elettricità, le persone a Gaza vedono tutto: ogni azione, ogni flottiglia, ogni dichiarazione di solidarietà nel mondo. Lo stesso vale per i palestinesi in tutta la Palestina occupata e nella diaspora. Sapere che la propria lotta viene riconosciuta dà un’immensa forza morale, ma la sola partecipazione emotiva non basta.
La visibilità internazionale diventa sostegno concreto soltanto quando si trasforma in una pressione politica incessante sui governi occidentali affinché pongano fine alla propria complicità. La straordinaria reazione alla nostra mostra conferma che le persone, in tutto il mondo, sono pronte a confrontarsi con queste realtà; la nostra responsabilità, adesso, è trasformare quella visibilità in un’azione che ponga fine al sostegno a Israele e realizzi giustizia e liberazione per la Palestina.
Il dibattito diplomatico continua a richiamare la formula dei «due popoli, due Stati», mentre rimane aperta la questione di come garantire concretamente ai palestinesi autodeterminazione, sicurezza, diritti e possibilità di vivere sulla propria terra. Lei dirige un museo negli Stati Uniti e porta questo lavoro in Europa: che cosa chiede oggi alle istituzioni e alle forze politiche di queste due sponde dell’Atlantico? Al di là degli auspici sui prossimi equilibri politici, quali scelte ritiene indispensabili perché la solidarietà si traduca in una politica capace di tutelare la vita e la libertà dei palestinesi?
Le formule dello Stato unico, dei due Stati e del «nessuno Stato» dello status quo sono tutte morte dopo il genocidio di Gaza. Il sionismo deve essere smantellato in quanto ideologia che si è appropriata della fede ebraica. La convivenza è impossibile con un apparato statale e una cultura politica votati allo sterminio, fino a prendere di mira i neonati per impedire che una generazione futura combatta per la propria libertà.
Ai palestinesi devono essere riconosciuti la piena autodeterminazione e il diritto incondizionato a tornare nelle terre che sono state loro sottratte. Ciò che chiediamo alle istituzioni europee e statunitensi è di smettere di rendere possibile questa catastrofe, rispettare il diritto internazionale e riconoscere che una pace autentica non può coesistere con il genocidio e l’apartheid.
Cosa possiamo fare noi italiani di concretamente realizzabile per aiutare la popolazione palestinese?
Gli italiani dovrebbero portare il proprio governo a riconoscere formalmente lo Stato di Palestina, imporre un embargo immediato sulle armi e porre fine a ogni complicità politica, militare ed economica nel genocidio, nell’apartheid e nell’occupazione e colonizzazione illegali da parte di Israele di Gaza e della Cisgiordania.
Photo credits: Photos by Faisal Saleh, courtesy Palestine Museum US
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