Intervista a Fabio Testi: una vita vissuta «come una freccia scagliata all'improvviso»
Dalla gavetta da stuntman ai set con De Sica, Leone e Żuławski: Fabio Testi racconta amori, maestri e un cinema che ha perso la propria autonomia.

ANSA
Pochi attori incarnano la stagione d’oro del cinema italiano ed europeo come Fabio Testi. Una carriera monumentale, la sua, costruita non sui capricci del divismo ma sulla solidità della gavetta. Partito da zero come acrobata e stuntman, Testi ha attraversato i generi e le epoche con il disincanto consapevole di chi conosce ogni ingranaggio nascosto dietro la macchina da presa. Dalle polverose e mitiche scenografie dei set di Sergio Leone alla consacrazione internazionale con l’Oscar assegnato a Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica, il suo percorso è una mappa geopoetica della nostra cinematografia. Ma Testi non è stato solo il volto prediletto dei maestri del thriller e del poliziesco nostrano; la sua fisicità magnetica e la sua versatilità lo hanno reso un interprete amato da autori d’oltralpe del calibro di Claude Chabrol e Andrzej Żuławski. In questa conversazione esclusiva, l’attore ripercorre i grandi sodalizi artistici, i set indimenticabili vissuti «come una freccia sparata nell’infinito» e i grandi amori, offrendo al contempo una lucida e amara riflessione sulla mutazione genetica dell’industria cinematografica contemporanea, oggi divisa tra la nostalgia della pellicola e le rigide logiche della televisione.
Hai iniziato la tua carriera come cascatore e stuntman. Quanto è stata importante questa gavetta per il tuo percorso successivo?
Fondamentale. Mi ha fatto capire che se il successo arriva gradualmente, un gradino alla volta e partendo da zero, quando raggiungi l’apice ne sei consapevole e rimani con i piedi per terra. Quella per me è stata la scuola migliore: mi ha insegnato a vivere questo mestiere con tranquillità, senza montarmi la testa o fare voli pindarici. Partire dal basso significa comprendere a fondo tutto ciò che si muove dietro la macchina da presa. Per questa ragione la considero un’esperienza bellissima.
A proposito di voli, com’è stato lavorare con Demofilo Fidani?
Demofilo era un grande amico e una persona splendida. Mi diede una fiducia immensa, offrendomi il mio primo ruolo da protagonista quando io stesso non ci credevo e, anzi, rifiutavo l’idea. Lui insistette talmente tanto che alla fine girammo il film. Solo durante la proiezione mi resi conto che c’era la reale possibilità di trasformare quella passione in un lavoro serio. Fu proprio grazie a lui, e a quell’opportunità da protagonista, che decisi di iscrivermi all’Accademia.
Ti riferisci a Ed ora... raccomanda l’anima a Dio!…
Esatto, l’ho vissuto insieme a lui.
Subito dopo sono arrivate le esperienze con Sergio Leone. Che ricordi hai di quel set?
Con Sergio Leone avrei dovuto interpretare un ruolo importante in C’era una volta il West. Facemmo i provini e le prove costume, ma una volta proiettati i test emerse che il mio personaggio sembrava provenire da un altro film, non legava con gli altri protagonisti. Sergio decise quindi di eliminare del tutto quel ruolo dalla sceneggiatura. Avendo però già firmato il contratto, rimasi comunque sul set per l’intera durata delle riprese, godendomi la lavorazione di un capolavoro. Fu un’occasione straordinaria per conoscere un regista immenso. Diventammo molto amici e presi a frequentare regolarmente casa sua. Nella sfortuna di aver perso il ruolo, fu comunque una splendida esperienza professionale e umana.
Un altro incontro cruciale della tua carriera è stato quello con Vittorio De Sica.
Dico sempre che Vittorio è stato il mio padre artistico. Lavorare con lui significava fare i film più facili della propria vita: mi faceva sedere sulla sua sedia, proprio sotto la lente della macchina da presa, e recitava la scena al posto mio. Poi faceva lo stesso per i ruoli dei bambini, dei vecchi, delle donne. A noi attori bastava imitarlo. Essendo nato come interprete, De Sica amava profondamente gli attori. Tra lui e il cast c’era un feeling, un trasporto e un sentimento d’amore così sincero che sul set tutto diventava naturale.
Hai lavorato anche all’estero con maestri del calibro di Claude Chabrol e Andrzej Żuławski. Che tipo di scuola è stata quella francese?
Un’esperienza magnifica. Ricordo la Francia cinematografica di quel periodo attraverso il set di L’importante è amare di Żuławski, accanto a una straordinaria Romy Schneider. Fu un film dal successo enorme. Żuławski era un grande, all’epoca era quasi agli inizi della carriera. Con Chabrol, invece, fu una scuola totalmente diversa ma altrettanto formativa. Lui era letteralmente fanatico dei piani sequenza. Passavamo l’intera mattinata a provare i movimenti della scena e poi, nel pomeriggio, indossavamo i costumi veri e giravamo direttamente la sequenza. Voleva che sul set si respirasse l’atmosfera del teatro. Ho imparato moltissimo da registi così diversi tra loro.
Alla fine degli anni Sessanta hai preso parte anche a un celebre musicarello: Zingara. Che periodo era per te?
Zingara con Bobby Solo! Che tempi. Con Bobby siamo rimasti ottimi amici ancora oggi: abita qui vicino a me, in provincia di Verona, ed è un ragazzo fantastico. Pensa che l’anno scorso mi ha persino regalato una sua chitarra autografata. All’epoca di quel film ero proprio agli esordi: facevo l’acrobata, ottenevo qualche particina da tre battute e finiva lì. Quasi mi ero dimenticato di quella pellicola!
Com’è stato invece il sodalizio con Enzo G. Castellari?
Enzo è un grandissimo amico. Abbiamo girato quattro film insieme, siamo tuttora legatissimi e gli voglio un bene immenso. Castellari è un altro autore che adora gli attori, al punto da lasciarli collaborare attivamente alla sceneggiatura e all’impostazione delle scene. Ricordo che su dieci proposte che gli facevo, magari cinque me le bocciava dicendomi: «Fabio, questa è una stronzata!», ma le altre cinque le accettava di buon grado. È un regista aperto a 360 gradi, un tecnico straordinario e un uomo di enorme cuore. Ci incontriamo ancora spesso nei vari festival del cinema.
Una curiosità: sei stato amato di più dai registi o dalle donne?
Da entrambi, anche se in modi decisamente diversi! Sul set ho avuto la fortuna di lavorare accanto alle donne più belle del mondo. Tra un ciak e l’altro sono nate spesso delle storie d’amore spontanee. Posso dire con orgoglio e soddisfazione che questo mi ha permesso di crescere nell’ambiente cinematografico senza complessi, senza dover mai ricorrere a bugie o sotterfugi. Mi sono trovato semplicemente al posto giusto nel momento giusto. Condividere la scena e la vita con attrici straordinarie come Anita Ekberg, Edwige Fenech o Laura Antonelli è stato un arricchimento profondo. Ogni legame ti lascia qualcosa di positivo. È stato un periodo bellissimo, vissuto intensamente, come una freccia sparata nell’infinito.
Chiudiamo con Lucio Fulci, uno dei registi più poliedrici del nostro cinema di genere.
Lucio era un tipo molto particolare. Un vero hippie che paradossalmente ostentava un certo astio per gli attori e per l’ambiente del cinema in generale. Di contro, era un tecnico formidabile e un uomo di immensa cultura, segnato purtroppo da esperienze personali drammatiche che si portava dietro sul lavoro. Il nostro primo giorno sul set fu parecchio difficile: tentò subito di sfidarmi, quasi a voler testare la mia resistenza psicologica di fronte alle sue provocazioni. Io però conoscevo il suo carattere, perciò mantenni un profilo da professionista impeccabile, ascoltandolo e seguendolo al cento per cento. Da quel momento nacque una solida amicizia e finimmo per girare due film insieme. Una persona decisamente in gamba.
Com’è cambiato il cinema in questi decenni?
Oddio, è cambiato tantissimo. Siamo passati dalla chimica all’elettronica, dalla pellicola al digitale. Oggi girare costa molto meno: grazie alle nuove tecnologie si possono piazzare dieci telecamere contemporaneamente e i costi vivi si azzerano. Una volta il processo era lunghissimo: bisognava mandare i rulli in laboratorio, sviluppare la pellicola e aspettare la proiezione in sala per verificare i giornalieri. Oggi, invece, si vede tutto immediatamente sul monitor. All’epoca il film doveva essere concepito da un regista che aveva già il montaggio impresso nella testa, perché la pellicola costava e sprecare metri di girato era impensabile. Persino spostare la macchina da presa richiedeva lo sforzo di quattro macchinisti, dato il peso enorme delle attrezzature. Oggi tutto è apparentemente più accessibile ed economico, ma questa facilità comporta spesso una mancanza di professionalità nella ricerca e nella percezione stessa della regia. Ormai chiunque può improvvisarsi regista. Un tempo il ritmo era più lento e il lavoro più difficile, ma c’era un rigore strutturale diverso.
Anche l’industria e il mercato hanno subìto una metamorfosi radicale…
È cambiato completamente il rapporto con il pubblico, ed è la televisione a dettare le regole. Oggi sono i network televisivi e le piattaforme a controllare tutto: la sceneggiatura, la scelta degli attori, la conferma dei registi. Ma quando un artista perde la sua autonomia, viene meno anche la vera creatività. Un tempo c’era la figura del libero imprenditore, del produttore cinematografico che investiva secondo la logica del «tanto spendo, tanto rischio e tanto ricavo». Oggi l’investimento è blindato dalle logiche televisive. Questo si riflette drammaticamente sulle nostre sale: se pensi che gli incassi dei film italiani rappresentano appena il 20-25% del botteghino totale, capisci la gravità della situazione. Molte nostre pellicole non arrivano nemmeno al cinema, o non vengono prodotte affatto, perché non trovano spazi di distribuzione. Le sale, purtroppo, sono ormai monopolizzate dalle grandi produzioni americane.
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