Intervista a Emiliano Brancaccio: «Il problema non è il woke, è il liberalismo»

Le lotte civili e sociali hanno ormai un destino comune: contro la centralizzazione autoritaria serve una nuova politica capace di unire libertà e uguaglianza.

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ANSA

Woke, disuguaglianze, economia. In questa torrida coda d’estate le opposizioni al governo Meloni dibattono, alla ricerca di un senso comune, una strategia di costruzione del consenso che possa scardinare l’egemonia della destra. Ne parliamo con l’economista Emiliano Brancaccio, uno studioso che in questi anni ha contribuito a riportare la ricerca marxista al centro della scena internazionale, tramite confronti con vari premi Nobel e banchieri centrali. Brancaccio è autore con Feltrinelli di Libercomunismo, un libretto che sta facendo discutere, da Tremonti a Bertinotti, da Caracciolo a Pievani, e che approfondisce molti temi oggetto del dibattito estivo.

Professor Brancaccio, su iniziativa di Carlo Galli è partito un dibattito sul “woke” che ha coinvolto vari esponenti della politica e della cultura, da Conte a Tajani, da Renzi a Vannacci, da Piccolotti a Valditara. Galli dichiara che il “woke” è “sovrastruttura” e che le sinistre dovrebbero dare la priorità ai problemi di “struttura”, come le disuguaglianze sociali. Massimo Cacciari sostiene che l’opposizione farebbe bene a mettere in secondo piano il woke e ripassare i fondamentali di Marx. Ma esiste davvero una contrapposizione tra il “woke” dei nostri giorni e la storica lotta di classe marxiana?

Il “woke” nasce nella cultura afroamericana, come esortazione a tenere gli occhi aperti sui rapporti di dominio che regolano la società contemporanea. È un movimento che ha insistito sul carattere “sistemico” delle discriminazioni di razza, di genere e di orientamento sessuale. Ha aiutato tanta gente a capire che se un nero innocente viene ammazzato dalle forze dell’ordine, la causa non è un poliziotto bianco “cattivo” ma un intero apparato di repressione sociale. E se una donna lavoratrice viene pagata molto meno dei suoi colleghi uomini a parità di prestazioni, il problema non risiede in un vago maschilismo dei padroni ma in un sistema strutturato per dividere al suo interno la classe subalterna. E se le libere preferenze sessuali di una persona diventano motivo di discriminazione sociale, la ragione non risiede banalmente nell’arretratezza del contesto culturale ma nel fatto che il governo della sessualità è un classico dispositivo di orientamento, per indurre le persone a metter su famiglia, produrre, consumare, risparmiare, procreare, in sintonia coi ritmi dell’accumulazione. Rispetto molto i colleghi Galli e Cacciari, ma non credo che ridurre questi temi cruciali a “sovrastruttura” o a mero vezzo foucaultiano aiuti la discussione. La verità è che, nelle sue radici originarie, il “woke” può esser pienamente integrato nella moderna critica marxista del capitalismo, sulla scia di Angela Davis, Jules Joanne Gleeson e altre. Se volessi cimentarmi anche io in una citazione dotta, direi che, in un’ottica di “surdeterminazione”, lotta alle discriminazioni e lotta di classe sono esattamente la stessa cosa.

Però converrà che talvolta il “woke” è sfociato in eccessi difficilmente comprensibili. Per esempio, la “cancel culture”, che giudica opere, autori, simboli del passato sulla base dei valori contemporanei, e sostituisce alla comprensione storica la condanna morale.

Tra le file del “woke” esistono sia personalità intelligenti che ottuse, come del resto anche tra i marxisti. Cancellare dai piani di studio Aristotele perché era schiavista sarebbe orrido fanatismo. Altra cosa sarebbe se i programmi partissero proprio dallo studio dell’aristotelico “schiavo per natura”, per situare subito il filosofo greco nell’ordine stringente dei rapporti di potere del suo tempo. Alle militanti woke dico che abbiamo bisogno non di “cancel culture” ma della forza sovversiva di quella che un tempo si definiva “storia sociale”, inclusa la “storia sociale della filosofia”.

Il dibattito di questi giorni, però, ha insistito sul fatto che il “woke” ha confinato la battaglia della sinistra alla sola questione dei diritti di libertà del singolo, abbandonando il tema storico della lotta di classe. Che ne pensa?

Il problema non è il woke, è il liberalismo. Il woke nasce dai ghetti, come movimento di strada contro soprusi e violenze degli apparati di potere, e si è incrociato più volte con le lotte per il lavoro, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali. Certo, i liberali hanno lavorato per egemonizzare il movimento e disinnescare la sua carica dirompente. Se tu promuovi leggi contro il razzismo, il femminicidio e l’omofobia fai una cosa degna e giusta, ma se contestualmente agisci anche per indebolire le tutele del lavoro, contestare un’imposta patrimoniale o proteggere la libera circolazione dei capitali, di fatto stai annacquando il woke nel vecchio e placido mare del radicalismo liberale. Nei movimenti, americani ed europei, molti hanno assecondato questa “normalizzazione” liberale, in base all’idea che i temi della lotta di classe fossero ormai superati e che fosse più efficace puntare solo sulle battaglie contro le discriminazioni razziali, sessuali e di genere.

Avevano ragione?

No, è stata una scommessa perdente: in realtà è accaduto l’esatto opposto. Il woke ha perso slancio, diventando una caricatura di sé stesso, proprio perché si è agganciato a un’ideologia liberale che si stava avviando verso una crisi profondissima e irreversibile.

Lei insiste da tempo sul fatto che, dopo il crollo del “muro” di Wall Street del 2008, il liberalismo è entrato in una crisi da cui non può uscire. Può spiegare?

Viviamo in un’epoca segnata da una tendenza che Marx aveva predetto e che trova oggi indiscussi riscontri empirici: è la centralizzazione del capitale in sempre meno mani che, a colpi di fallimenti dei capitali più deboli e acquisizioni da parte dei più forti, ormai pone oltre l’80 percento del capitale azionario sotto il controllo di meno dell’1 percento dei proprietari. Ebbene, proprio questa formazione di oligopoli colossali, questa immane concentrazione del potere economico, è tra i fattori alla base delle “riforme” che stanno determinando un’altra concentrazione, quella del potere politico, dalle aule parlamentari ai governi, dai governi ai capi di governo, e così via. È quella che va sotto il nome di “recessione democratica”, anche questo un fenomeno documentato, che erode dall’interno gli istituti che fondano la democrazia liberale, dalla tipica ripartizione dei poteri fino alla tutela dei più elementari diritti individuali. Il guaio dei liberali è che pretendono di assecondare la tendenza alla centralizzazione capitalistica e al tempo stesso vorrebbero proteggere l’assetto liberaldemocratico che quella stessa tendenza sta distruggendo. È un’aporia, una contraddizione insanabile, dalla quale non riescono a uscire.

Con quali conseguenze?

La loro morte annunciata, direi. Ancora quindici anni fa i liberali tenevano le leve del potere. Mentre oggi, privi di memoria storica, molti di essi si stanno riducendo a perorare un rinnovato abbraccio mortale con le destre reazionarie e con movimenti di nuova fattura, che io definisco “oltrefascisti”. In questo modo credono di difendere i loro interessi, e poco badano al fatto che si stanno rendendo corresponsabili di ulteriori torsioni del sistema verso forme di centralizzazione autoritaria del potere, più o meno imbellettate. Il risultato finale è un “tradimento”: i liberali non sono più in grado di difendere la democrazia, la libertà, figurarsi le istanze “woke”. È un’altra delle catastrofi che stanno caratterizzando il cosiddetto declino dell’Occidente. Ma a pensarci bene è anche un’occasione politica.

Lei sta dicendo che nella crisi del liberalismo toccherà ad altri farsi carico delle lotte per le libertà e contro le discriminazioni?

Esatto. Vede, nella discussione di questa estate mi sembra che sia mancata proprio una percezione della tendenza storica. La contrapposizione che è emersa dal dibattito, tra il “woke” dei diritti civili e un imprecisato “marxismo” dei diritti sociali, non fa i conti con la contraddizione mortale in cui sta cadendo il liberalismo. E con l’enorme spazio politico che questa crisi liberale sta aprendo. La questione, oggi, non è metter da parte il woke per tornare alla lotta sociale. La questione è che le lotte per i diritti civili e sociali hanno un destino comune, sono ormai inesorabilmente intrecciate. E dunque il loro rilancio può venire solo da una ripresa, in chiave moderna, della critica generale del meccanismo capitalistico e delle sue tendenze più distruttive. E quindi da una nuova politica, che sia realmente capace di fronteggiare la tendenza micidiale alla centralizzazione capitalistica del nostro tempo.

In cosa dovrebbe consistere questa nuova politica?

I populisti hanno cercato di rallentare la tendenza alla centralizzazione inondando di prebende e regalie i piccoli proprietari, anche quelli più inefficienti, che sarebbero stati destinati ai fallimenti e alle acquisizioni. È stata una strategia disastrosa, che ha causato solo enormi danni al lavoro, al bilancio pubblico, al welfare. Bisogna agire in direzione contraria. La competizione capitalistica deve andare avanti, i fallimenti e le acquisizioni devono compiersi, la centralizzazione deve avanzare. Ma a un certo stadio di sviluppo deve incrociare la sua unica, vera nemesi: l’acquisizione pubblica dei capitali monopolistici, nell’ambito di un rinnovato progetto di espansione delle logiche di “piano”, nel senso moderno in cui Leontief le intendeva davanti al Congresso degli Stati Uniti nel 1974. Nell’epoca oscura della centralizzazione autoritaria, questa è l’unica via per aprire una nuova stagione di conquiste, civili e sociali.

Professore, tutto molto logico, ma sembra anche lontano dall’agenda politica e dal programma del campo largo, se ne verrà uno.

Niente affatto. È uno sguardo sul futuro, certo, ma coi piedi ben piantati nel presente, ossia nella piena coscienza della crisi presente, che tanti fingono di non vedere. Non dimentichiamo che, dopo le crisi finanziaria, pandemica e militare, pur tra mille contraddizioni, veri e propri prodromi di pianificazione sono ormai situati nei gangli profondi della politica economica contemporanea. Il problema politico odierno è come sciogliere quelle contraddizioni. Per intenderci: chi davvero intende sfidare il governo Meloni dovrà decidere tra la vecchia, costosa e inefficiente politica di regalie ai capitali inefficienti e una nuova politica di comando, basata su norme capaci di elevare le tutele del lavoro, della salute e dell’ambiente e di selezionare così soltanto i capitali migliori. Dovrà decidere la posizione che lo stato dovrà assumere nei processi di fusione e acquisizione in atto, in campo bancario e non solo, superando l’antinomia pedestre tra liberismo dei liberali da un lato e amichettismo delle destre dall’altro. E dovrà decidere se inaugurare una battaglia perdente che contrapponga diritti civili e sociali oppure, al contrario, fare i conti con la tendenza in atto e cogliere nella crisi liberale l’opportunità di nuovi laboratori, di inedite fusioni politiche tra libertà e uguaglianza. Insomma, i leader di questo tempo saranno solo quelli capaci di tenere in gran conto la tendenza del tempo: la centralizzazione autoritaria, che sta già aggredendo la libertà, la democrazia, la stessa pace. “Politica” significa oggi solo una cosa: governare quella tendenza, come si cavalca una tigre.

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